L’industria cartaria e l’economia circolare

Scritto da il 7 ottobre 2017 in AMBIENTE - Nessun commento

Assocarta chiede con urgenza alle amministrazioni regionali impegni concreti per la gestione degli scarti del processo di riciclo: essi non sono null’altro che rifiuti urbani che finiscono nella raccolta differenziata della carta anche per effetto delle politiche di differenziazione sempre più spinte.

In Italia presto si produrrà più carta per imballaggio (e già ora il trend è in crescita) e si riciclerà di più, in linea con gli sviluppi dell’Economia Circolare. Ma la carta da riciclare e soprattutto quella legata alla raccolta urbana non è una materia prima pura e il processo di riciclo comporta la produzione di scarti di processo. Recuperarne il potenziale energetico significa competitività, incrementare il tasso di circolarità e benefici in termini di bolletta energetica.
Magari con siti a piè di fabbrica come negli altri stati europei e sempre in linea con le migliori tecnologie individuate dalle Direttive UE.
Assocarta chiede quindi con urgenza alle amministrazioni regionali impegni concreti per la gestione degli scarti del processo di riciclo: essi non sono null’altro che rifiuti urbani che finiscono nella raccolta differenziata della carta anche per effetto delle politiche di differenziazione sempre più spinte.

Riconversione impianti

L’industria cartaria italiana ha investito sulla ri-conversione di impianti produttivi che produrranno, a partire dal 2018, non più carte per uso grafico ma carte per imballaggio (cartone ondulato) con un incremento di circa 900.000 tonnellate portando la produzione a oltre 3 milioni l’anno, soddisfacendo così la richiesta domestica. In questo modo si ridurrà l’import di bobine di carta e si ridurrà l’export di carta da riciclare, con benefici per l’economia italiana.
Ciò significherà portare l’utilizzo delle carta da riciclare dalle attuali 4,9 milioni di tonnellate complessive annue alla soglia dei 6 milioni di tonnellate, riducendo drasticamente l’export di carta da riciclare verso i Paesi asiatici.
Ogni anno, a fronte di 4,9 milioni di tonnellate di carte riciclate, l’industria cartaria produce scarti dal processo di riciclo pari a circa 300 mila tonnellate (rapporto 1:18) che derivano primariamente dalla componente urbana della raccolta (3 milioni di tonnellate/6,3 milioni di tonnellate di raccolta nel 2016) con più impurità rispetto alla raccolta da pre e post consumer.

Inerzia regionale

Intanto le capacità di recupero energetico esistenti sono utilizzate per i rifiuti urbani provenienti da Regioni che non hanno saputo dotarsi di un’impiantistica adeguata. Lo possono fare a “caro prezzo”, per effetto di politiche emergenziali. Una situazione semplicemente inadeguata.
I concorrenti europei hanno invece impianti a piè di fabbrica, oppure vanno in impianti di termovalorizzazione o in altri impianti industriali (cementifici). È necessario che l’Italia attui le norme che consentono di recuperare energia dagli scarti del riciclo, nella consapevolezza che questa è una delle condizioni indispensabili per:
– contribuire alla de-carbonizzazione;
– ridurre lo svantaggio competitivo oggi esistente tra l’industria nazionale e i suoi competitori nella UE;
– piena attuazione dei principi dell’Economia Circolare.
La legislazione nazionale già prevede che gli scarti del riciclo del riciclo vengano considerati dalla pianificazione regionale, ma essa deve essere attuata a livello regionale.
In assenza di qualsiasi azione, il rischio, sempre più vicino è che si blocchi la produzione, quindi il riciclo della carta e conseguentemente la raccolta differenziata della carta su suolo pubblico (e su quello privato) in Italia.
Né il Paese né l’industria della carta vogliono questo, ma l’inerzia può andare oltre le peggiori aspettative.

 

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