La comunicazione dell’elemosina

Scritto da il 9 aprile 2018 in CULTURA&FORMAZIONE - Nessun commento

In occasione della giornata dei Rom, Sinti e Caminanti pubblichiamo queste considerazioni storiche sulla comunicazione, organizzata, con aneddoti su chi chiede elemosina ai semafori.

Cartone ondulato di riciclo, cordonato e pieghevole per renderlo tascabile.   Si noti la scritta consumata dal sudore delle mani

Un nostro conoscente, come noi appassionato di scritte, frasi e forme insolite di comunicazione, era riuscito a collezionare, nei primi anni ’90, una serie dei cartelli che gli zingari, e non solo, utilizzavano ai semafori per chiedere elemosina.

Una semplice analisi dei cartelli, tutti in cartone riciclato e altri supporti d’emergenza, ne rivela i retroscena. Come dice il nostro interlocutore, giocando sulla propria identità «Camillo rileva, e il Cuneo rivela».

Una famiglia numerosa: tutti a carico

E infatti, come vediamo nell’immagine d’insieme e in alcuni cartelli qui riprodotti, si nota subito che sono cartelli fatti in serie. Gli errori linguistici sono praticamente sempre gli stessi. Uno di questi in particolare sul retro riporta un dizionario essenziale con parole in rumeno e relativa traduzione in italiano.
Gli elementi in comune sono “in nome di Dio”; “2 bambini” (ma in un caso fino a 4 e in un altro caso sostituiti da ben 4 fratelli, tutti a carico); “100 lire”; “Grazie”.
Altro elemento in comune è il lavoro: tutti dichiarano di non avere lavoro e di volerlo (a parole).

Così ci racconta il nostro ‘collezionista’: «Quando ero ai semafori, nell’intervallo tra un rosso e un verde parlavo con questi uomini (tutti giovani e in buona salute). Quando offrivo loro un lavoro, lo rifiutavano dicendo “io lavoro qui”». Questo era dunque per loro ‘il lavoro’. “Io lavoro soldi”  «Allora gli offrivo 1000 lire in cambio del cartello, ma non volevano darmelo perché era il loro ‘strumento di lavoro’, quella che definisco la burocrazia della povertà». Quindi, il nostro Camillo faceva un giro, tornava al semaforo e strappava via il cartello dalle mani dello zingaro. Possiamo facilmente immaginare lo stupore dello ‘scippatore scippato’.

Questo, forse, è l’unico cartello in proprio, senza intervento della ‘organizzazione’

E alla fine della giornata guadagnavano abbastanza soldi che poi consegnavano al ‘caporale’, in pratica quello che preparava per loro i cartelli e la mattina li portava ‘al lavoro’ in Mercedes o BMW. Forse alcuni cercavano di copiare i cartelli dei ‘colleghi’ riportando parole scritte in una via di mezzo tra il romeno e l’italiano.

Prima del 1990 bastavano 100 lire

«Io definisco l’elemosina – ci dice Camillo – un ‘prepensionamento autogestito’. Tranne il caso, che posso capire, per chi per un giorno resta senza denaro perché gli è stato rubato, l’ambasciata è chiusa e non ha conoscenti in terra straniera. Ma questo non può andare oltre un giorno, è immorale nei confronti della vera povertà».

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