Le radici della cultura grafica italiana

Scritto da il 26 gennaio 2009 in GRAFICA&CULTURA - Nessun commento

Nel ricordare i 70 anni della chiusura delle rivista sperimentale d’avanguardia fondata nel 1933 da Carlo Dradi e Attilio Rossi, emerge l’attualità delle idee di quel gruppo di giovani tipografi e grafici che, di sera nelle ore libere dal lavoro, davano vita a quello che rimarrà un monumento nella storia della tipografia italiana. In quei 66 numeri, tutti tra loro diversi, tutti redatti e composti gratuitamente e stampati presso officine tipografiche di imprenditori milanesi illuminati, si condensa la rivoluzione e la nascita della moderna grafica editoriale.

Attualità della battaglia culturale di Campo Grafico

Interessanti e approfonditi interventi dei quattro relatori, la serata che ha inaugurato l’anno culturale 2009 del Centro di Studi Grafici di Milano, martedì 10 febbraio, seguiti con grande attenzione e interesse anche da numerosi giovani che testimoniano così líimportanza della conoscenza delle radici culturali.

Carlo Tognoli, già sindaco di Milano, colto studioso di arte moderna, cui va il merito di aver fortemente voluto ai tempi in cui era alla guida di Milano mostre sulle avanguardie artistiche e anche la mostra del 1983 su ‘Campo Grafico’, ha tracciato un interessante panorama dei collegamenti tra le ricerche estetico-grafiche dei ìcampistiî e le varie forme dellíarte contemporanea nate negli ultimi 80 anni.

Massimo Dradi, presidente del Centro, figlio del fondatore e grafico, ha rapidamente illustrato una serie di copertine scelte cogliendo una sintesi dellíevoluzione tecnica e grafica della rivista e della tipografia dell’epoca. L’ultima copertina, del 1939 quando la rivista chiuse, era dedicata al Futurismo (che celebrava i 30 anni dal Manifesto) ed era firmata da Martinetti. Questa copertina ha dato spunto alla relazione di Anty Pansera, storico del design, che ha associato appunto ‘Campo Grafico’ al futurismo, legame che emerge soprattutto nelle pagine pubblicitarie che la rivista volle sempre diverse e sperimentali (per la prima volta i ìcampistiî chiesero ai produttori di inchiostri di pubblicizzare i loro prodotti riproducendo tavola a colori di grandi artisti, cosa pressoché impensabile all’epoca).

Pablo Rossi, figlio e curatore dell’Archivio Attilio Rossi, ha concluso narrando gli aventi che portarono alla chiusura di ‘Campo Grafico’ che già aveva faticato a sopravvivere alla cultura di regime di quegli ultimi anni di vita. Attilio Rossi dovette emigrare in Argentina, altri lottarono contro quella micidiale macchina di sottocultura autarchica e che culminò nelle leggi razziali che misero fine a tutto il movimento.
Il 1939 sarà ricordato così come l’annus horribilis che vide la fine di una esperienza unica nell’ambito della comunicazione grafica milanese, di portata significativa a livello internazionale.

L’epilogo di Campo Grafico

Già il 1938, fu un anno molto difficile per la vita italiana, sia per gli effetti delle sanzioni internazionali, dell’autarchia e dell’isolamento, ma soprattutto per la promulgazione delle leggi razziali. Anche la rivista incontrava sempre maggiori difficoltà, lo si capisce dal colophon dove la data di stampa è spesso posticipata di due o tre o più mesi rispetto a quella di copertina. Il clima mutato induceva i rifugiati e gli stranieri a lasciare líItalia per l’America: nel 1936 Xanti Schawinski, nel 1939 Leo Lionni, nel 1941 Saul Steinberg come aveva già fatto nel 1935 Attilio Rossi, cofondatore della rivista con Carlo Dradi, emigrando a Buenos Aires.

L’ultimo numero di Campo Grafico (n. 3-5 marzo/maggio 1939), con una nuova proprietà, risulta oggi decisamente ricco e interessante, ma in contrasto con lo spirito di ricerca e i temi polemici innovativi che avevano guidato líimpresa fin dal primo numero.
Lo rendono tuttavia prezioso i contributi di F. T. Marinetti, Luigi Russolo, Cesare Andreoni, Enrico Bona e Guido Modiano. Il talentuoso Enrico Bona, ‘direttore progettista’, dà il meglio di sé, intervenendo anche con carte differenti nella sequenza degli articoli intervallati da pagine di pubblicità appositamente realizzate in stile futurista. Ma non vi fu lo sperato ritorno economico che compensasse la grossa spesa sostenuta e di fatto la rivista cessò così le pubblicazioni.

La guerra era alle porte, e nulla sarà più come prima.   Anche se la storia di Campo Grafico si è conclusa allora dopo quasi sette anni di vita, la serata non è stata una commemorazione, ma piuttosto un bilancio di una straordinaria iniziativa culturale, la cui attualità persiste anche nel nuovo secolo.

L’a serata o è stata arricchita da una piccola ma accurata esposizione di una campionatura ragionata di alcune pagine di Campo Grafico che ben testimoniano le caratteristiche e la volontà di innovare di questa gloriosa rivista degli anni í30.

A tutti i soci del Centro è stata consegnata in omaggio una cartella con le riproduzioni di 10 copertine di Campo Grafico scelte tra quelle più significative.

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