Sui caratteri di “Arbeit macht frei”

Scritto da il 22 dicembre 2009 in GRAFICA&CULTURA, Storia & Musei - Nessun commento

L’insegna in ferro ARBEIT MACHT FREI (Il lavoro rende liberi), posta all’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz, è stata rubata e ritrovata dopo qualche giorno. Quasi tutti i giornali del mondo danno spazio alla notizia, trattandosi di un simbolo la cui figuratività supera persino l’eternità della parola stampata.

Leggo inoltre che la B di ARBEIT sarebbe stata deliberatamente rovesciata, come gesto di sfida contro il regime nazista, dal fabbro polacco Jan Liwacz che ha realizzato l’insegna. Osservandola però, avrei pensato altro, sbagliando. Lo stile si ispira probabilmente al tedesco Akzindenz Grotesk, quasi perfetto quanto a funzione per comunicare, tanto che ancora oggi l’industria lo usa nelle versioni più aggiornate. Un “bastone” famoso è il Futura, prodotto per la tipografi a partire dal 1922 (contaminazione nella M di MACHT?) e disegnato da Paul Renner, molto influenzato dal Bauhaus della Germania prenazista. La copertina per il libro (1922) e soprattutto l’insegna del rivoluzionario Istituto di Dessau (1925-26) disegnano la B con gli occhielli perfettamente identici, e non poteva essere diversamente visto che l’equilibrio della comunicazione del Bauhaus, che diverrà ispirazione universale, viene fondato sulla chiarezza e sulla simmetria.

E questo è il punto: la B dello stile grottesco ha gli occhielli più o meno simili, in tal caso non si potrebbe parlare di rovesciamento, a meno che non si tratti di un grottesco fantasia, di cui peraltro non ve ne è traccia nelle altre lettere che compongono l’insegna. Sicché, prima di conoscere l’intento nobilissimo di Liwacz, avrei pensato ad una soluzione esecutiva che faceva di necessità virtù, così come nella composizione tipografica molto spesso si doveva ricorrere all’improvvisazione e all’adattamento per raggiungere lo scopo. Non dimentichiamo il contesto storico: era d’obbligo tener conto di un elementare principio di economia delle risorse. L’insegna di Auschwitz esprime un concetto di pittura letterista applicato alla sagomatura del metallo. Sembra disegnato su un unico modello l’occhiello della R di FREI, identico a quello superiore della B di ARBEIT, ma probabilmente la stessa sagoma l’avremmo potuta trovare anche nel caso di una lettera P; mentre l’occhiello inferiore della B è certo scompensato, ma lo è anche la gamba della R. Inoltre, il segmento traverso della A è sulla stessa altezza intermedia della B e della R e, probabilmente, lo sarebbe stato anche nel caso di una P, ecc. Questo poteva giustificare, in un certo qual senso, l’occhiello inferiore della B ridotto rispetto a quello superiore.

Tutta la composizione sembra riproporre un calligramma di Apollinaire, infatti non segue la logica della perfetta distribuzione dei caratteri e del loro disegno ma quella enfatizzante di un manifesto reclame, forgiata dalla mano di un artigiano, dissidente politico, fabbro più che pittore letterista. In assoluto, alla fine, di fronte alla sacralità di questo simbolo, ciò che conta sono solo la testimonianza del suo Autore, la sua ribellione grafica contro il “sogno” – come Primo Levi definì l’incubo, drammaticamente reale – dell’Olocausto e, soprattutto, l’averlo ritrovato.

Francesco Pirella – 21 dicembre 2009

Ringraziamo il curatore dell’Archivio Museo della Stampa di Genova per questa interessante ‘nota’ sulla vicenda che ha appassionato il mondo nei giorni scorsi. Una ‘nota’ che potrà far discutere – e lo auspichiamo – soprattutto i tanti visitatori del portale che sappiamo interessati alla grafica e alla sua storia. Sarebbe anche interessante avviare una discussione sul tema. Ad esempio, un parere banale da ‘laico ignorante’ in merito, è che il fabbro nel campo di concentramento (uno dei pochi uscito vivo) si è accorto di non avere una B e ha quindi utilizzato una P modificandola.

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