Il taccuino del ‘tipografista’. Con questo nome Giorgio Coraglia ci propone una serie di curiosità, spigolature e aneddoti riguardanti la tipografia storica, la cosiddetta “tipografia gutenberghiana” che persino molti (o quasi tutti?) i tipografi hanno dimenticato. Iniziamo con un articolo natalizio.
Natale. Tempo di auguri. Un bip e sul telefonino appare l’avviso di messaggio ricevuto. Tempi moderni. «Buone feste». Stop. Da: Numero privato.
È comunque piacevole ricevere un augurio, anche se da uno sconosciuto.
Però ti chiedi se vale la pena di esserti impegnato a scrivere bigliettini di auguri, cercando la frase giusta, controllando ancora una volta l’indirizzo sulla busta prima di affrancarla e imbucarla, sperando che raggiunga il destinatario.
Ricordo, ormai i miei capelli sono color piombo, che quando la corrispondenza veniva recapitata quotidianamente dal postino bastava un primo sguardo per identificare gran parte delle persone che avevano scritto. La grafia, il formato della busta, la località della cartolina illustrata raccontavano già chi era il mittente.
Ora gli auguri si riproducono come i polli in batteria. In fretta, uguali e anonimi. Oltre la carta e l’inchiostro è stata bandita anche l’emozione.
È un mistero dove siano finiti i biglietti da visita, così come misteriosa è anche la loro origine.
Riciclo?
Nel secolo XVII certamente si usarono le carte da gioco per scrivere sul verso, allora bianco e, in alcuni casi, anche dalla parte dei segni, il nome e il cognome della persona (talvolta con la professione e la dimora) segnando così il passaggio da ospiti.
In quel secolo parecchi artisti in Francia, Italia e Inghilterra si sbizzarrirono a creare biglietti da visita considerati a buon diritto saggi d’arte e di buon gusto. Nella seconda metà di quel secolo i biglietti vennero anche illustrati con disegni e vedute dove venivano inserite le diciture desiderate e questi biglietti anepigrafi diventarono anche un articolo di commercio.
Agli inizi del 1900 il Dizionario per le arti grafiche di Giuseppe Isidoro Arneudo scriveva che «oggi il biglietto da visita risente della fretta quotidiana, non è più un’espressione d’arte ma rappresenta soltanto un nobile decaduto», salvo poi a dichiarare che costituisse comunque un ramo d’industria importantissimo, ricordando che nella sola Parigi occupava migliaia di operai, fra cui ottocento calligrafi, poiché la produzione dei biglietti da visita si era riversata in gran parte dalle officine tipografiche a quelle litografiche (su pietra…).
Esisteva poi una serie di severe norme tipografiche da rispettare per stampare il biglietto da visita a regola d’arte: la scelta del carattere (di scrittura inglese, i cancellereschi, le bastarde e i tipi a bastoni), la lunghezza, l’interlineatura e la disposizione delle righe. Si sconsigliava l’impiego della carta pergamenata, anche se aveva il pregio di essere sottile, perché non era adatta a ricevere una buona stampa e le successive eventuali sovrascritture.
Il galateo della stampa
Nel 1908 apparvero a Londra i biglietti da visita in lamina di ferro acciaiato. Le righe di dicitura in alluminio venivano impresse sulla lamina, l’aspetto lo si definisce «funereo», ma c’è la positiva considerazione che le lamine sottilissime sono assai resistenti, pesano meno del cartoncino e se magari il testo si stampa in giallo sul fondo grigio-azzurro dell’acciaio l’effetto può risultare gradevole.
Altri consigli al tipografo per stampare biglietti da visita o partecipazioni e far «bella figura» si potevano trovare su Il galateo della stampa, edito dalle Cartiere Fedrigoni negli Anni 70 del secolo scorso.
Una curiosità: la storica Tipografia Marchisio di Torino, che ha cessato l’attività pochi anni fa, vantava una selezionata e esigentissima clientela (e tra loro l’Avvocato) che si era rifornita per generazioni dei suoi preziosi biglietti da visita che da soli identificavano il lignaggio del possessore. Per la spazieggiatura si usava della carta pelure colorata: a ogni colore corrispondeva una determinata sottigliezza. Un lavoro da certosini per un cartoncino d’autore.
Chissà, forse qualche giovane, per scommessa o per incoscienza, potrebbe riprendere a stampare tipograficamente (i vecchi macchinari ancora abbondano, abbandonati o nei musei) questi straordinari biglietti da visita e a proporli come un oggetto cult. Certamente non avrebbe timore della concorrenza cinese. Così se ne riceverò uno avrò la soddisfazione di sapere chi mi ha scritto. Auguri di buon anno a tutti da Giorgio Coraglia.






















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4 Commenti on "Dove sono finiti i bei biglietti da visita?"
Rispetto alla perduta raffinatezza tipografica dei biglietti da visita o augurali evocata nel testo il biglietto di Tarasco appare di cattivo gusto estetico e compositivo oltre che di mediocre padronanza di Photoshop o altro analogo programma: non avevate un esempio migliore? Al confronto è preferibile l’anonimo SMS.
Il biglietto di Tarasco, è semplicemente un gioco di colori fatto la viglia di Natale esclusivamente per gli amici, ma senza usare alcun programma tipo Photoshop (che, sappiamo, l’artista non utilizza mai). Notoriamente le incisioni di Tarasco sono povere di colori, ma evidentemente per il Natale ha voluto solo ‘giocare’.
Ci hanno scippato il Natale. O meglio, le canzoni di Natale. E le hanno
sostituite con le orecchiabili ed insulse musichette anglosassoni. Non
c’è trasmissione televisiva, non c’è pubblicità dal piccolo schermo, in
cui non si sentano gingolare le campane, bellissima arietta le cui
parole non implicano nulla. Si vanta il menù di Natale altoatesino? Mi
aspetto, se non astro del ciel, almeno stille Nacht. E invece no:
gingolano le campane. Natale in Abruzzo. Musica di zampogne che suonano
“tu scendi dalle stelle”? Ma no: gingolano le campane.
Reggio TV. Natale in Aspromonte. Adeste Fidelis? Ma no. Gingolano le
campane!
Colombo ha scoperto l’America. L’america ha scoperto il Natale e ce l’ha
scippato. Per riesportarcelo edulcorato e di maniera come vaga festa…
della famiglia? ma no, che famiglia, di grazia? Una festa così, che ci
rende più buoni? Si, ma una bontà di maniera, che non si sa bene che
cosa sia e che passa a mezzanotte, come l’incantesimo di Cenerentola./
Con questa mia comunicazione, non vorrei assolutamente far cambiare idea alla lettrice Sig. ra Elena Masi su quanto scrive osservando il mio biglietto natalizio; mi dispiace solo averLe procurato tanto sconcerto visivo. Non mi era mai capitato fino ad ora e tanto meno per una “semplice” e “giocosa” composizione natalizia.
Dopo tante ore chino su matrici calcografiche è bello “giocare” con estemporanei bigliettini di augurio per soli amici, dove con le mie figlie, ormai signorinelle, mi diverto a stimolarle alla creatività; così, con i loro vecchi colori, (Presepio, 2010) o con le loro ormai dimenticate perline colorate (quelle che ho utilizzato per il biglietto di quest’anno) e “giocando” con le mie due mani speculari, cerco almeno in questi giorni di tornare bambino e giocare con loro.
Ma, pur giocando, con le scritte bustrofediche sul “bigliettino”, ho voluto rievocare anche lo scrivere al contrario che risale all’età delle origini di Roma. “…Un cippo del V sec. a. C. contiene una scritta in caratteri bustrofedici. E’ la prova che sia i Latini sia i Greci antichi scrivevano anche al contrario cambiando direzione ad ogni riga. Ancora prima, 2500 anni fa, gli Etruschi scrivevano da destra verso sinistra o in forma bustrofedica…”. (Tratto da Pietro Tarasco, “Percorso d’arte con la mano del diavolo” Campanotto Editore, 2008).
Pietro Paolo Tarasco ocsaraT oloaP orteiP