Polvere di carta nel firmamento digitale

Scritto da il 13 giugno 2012 in GRAFICA&CULTURA, Storia & Musei - Nessun commento

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa accorata difesa dei giornali su carta stampata, quelli seri. Il nostro autore fa però notare, in contrasto con le difficoltà in cui molte testate si vengono a trovare in questo periodo di crisi, e non solo, l’ancora troppo diffuso ‘analfabetismo digitale’ degli italiani. E se non proprio analfabetismo – aggiungiamo noi – un cattivo uso dello strumento internet.

di Francesco Pirella *

Francesco Pirella mentre illustra la tipografia ai visitatori dell'Armus

Lo sappiamo, la nostra dipendenza dal mondo di Gutenberg muterà quasi radicalmente, nonostante il nostro amore per l’invenzione tra le più usate al mondo: la carta stampata dei tipografi, oggi prodotta sinteticamente dall’industria.
Ciononostante consumiamo ancora una grande quantità di informazione cartacea: libri, giornali, rotocalchi, ecc.
Circa la metà di tutti noi interagisce, anche fino a 80 ore settimanali, con il PC, ma il resto si identifica ancora in quel carnale ‘mcluhaniano’ Typographic Man che intorno al 1450-55, a Magonza, generò il suo primo manufatto, convenzionalmente la Bibbia delle 42 linee, due ingombranti volumi in stile gotico.
L’Uomo tipografico ha cambiato in oltre cinque secoli tutti i parametri della vita civile e culturale del pianeta, naturalmente in meglio, tranne per i poveri amanuensi, che inesorabilmente e progressivamente rimarranno senza lavoro; essi protesteranno, ma alla fine soccomberanno.
Gutenberg si è beccato un sacco di maledizioni per essere stato la causa di una rivoluzione occupazionale senza sbocco che lasciava migliaia e migliaia di uomini disoccupati e senza futuro (e non è neppur certo che la paternità dell’invenzione fosse sua!).

I nostri ritardi

I giornali su carta faranno la fine degli amanuensi?

Le gravi difficoltà economiche in cui oggi versa il quotidiano “il manifesto” e non solo, rimandano a quella lontanissima storia.
La sua eventuale chiusura riaccende il dibattito sui nuovi media e la fine della carta stampata, così come fu per le copisterie a causa del proliferare dei gutenberghiani. Verrano fermate, quasi certamente, le macchine da stampa.
È in drastica riduzione il numero dei tipografi e dei giornalisti, soprattutto quelli che hanno vissuto la coda della tipografia pre-elettronica.
Possiamo parlare delle ragioni, ma solo empiricamente, per la complessità dell’argomento.
L’incapacità o l’impossibilità di esprimere l’informazione secondo le esigenze dei lettori, una scarsa produttività, una conduzione del giornale paralizzata su se stessa, incapace di proporsi efficacemente nel confronto con i nuovi media e, ancora, la concorrenza della televisione e in particolare, oggi, quella del web.
Ma, soprattutto, pesa l’inettitudine della nostra politica verso la formazione e l’apprendimento dei nuovi linguaggi: il nostro Paese entrerà in competizione con ingiustificabili ritardi rispetto a quasi tutto il resto d’Europa e le conseguenze sono evidenti nella difficoltà ad aggiornare persino i sistemi di interazione tra cittadino e amministrazione pubblica.
La vocazione digitale nella popolazione è stata ottusamente rallentata: troppi lettori restano degli ‘analfabeti digitali’ e resistono all’idea di doversi svezzare dal prodotto di carta.
Gli stessi giornali, fatte le dovute eccezioni, si muoveranno con ritardo e con scarsa convinzione nell’occupare sapientemente lo spazio web. Ora è il tempo della simulazione, il giornale può scegliere di rifiutare le regole convenzionali e inventarsene di volta in volta di nuove.
Il nostro homo oeconomicus, l’attuale presidente del Consiglio Mario Monti, è alla ricerca del bene collettivo preferibilmente con un’identità digitale, ma…  “è la stampa bellezza” come direbbe Humphrey Bogart, ancora nel cuore.
Sarebbe un grave errore non sostenere i giornali di carta e non permettere loro di percorrere una strada parallela al web: sbarriamo piuttosto la strada a certi grotteschi epigoni tenuti in vita per sottrarre fondi pubblici.
Giornali popolari, di informazione, di opinione, non rappresentano solo un’impresa produttiva in crisi: restano giganti della nostra formazione che hanno contribuito, lottando e pagando anche con la vita dei loro giornalisti, alla nascita della Repubblica e della democrazie, alla sua crescita, allo sviluppo socio-economico del nostro Paese e ancora oggi rappresentano un punto di forza per sperare in una società civile più obiettiva.
Per la storia che hanno, quindi, i giornali di carta non possono essere liquidati se non vengono aiutati a traghettare tutti i propri lettori, fino all’ultimo, in una ‘Second Life’, sul pianeta digitale.
19 maggio 2012
*Direttore Armus di Genova estratto dal Blog “giornalismoriflessivo” di Marina Milan – Università di Genova

estratto dal Blog “giornalismoriflessivo” di Marina Milan – Università di Genova

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