Il carattere specchio dell’arte

Scritto da il 29 maggio 2011 in GRAFICA&CULTURA, Storia & Musei - Nessun commento

Riportiamo la relazione “Un’ arte che ha carattere” tenuta da Eugenio Fontana al Convegno del 30/04/2011 organizzato dal Museo della Stampa “Il Segno Tipografico” di Artogne (BS)

Una volta inventato il processo della stampa, si trattava solo di perfezionarlo, a cominciare dai caratteri. Nacque così un’arte a pieno titolo, l’arte delle litteare in senso materiale. E la cosa davvero straordinaria è che quest’arte si sviluppa quasi come in controcanto, o meglio un’intefaccia rispetto ai grandi movimenti culturali e artistici che segnano le tappe della civiltà. Non sapppiamo se il processo avvenne per concorrenza, per imitazione, o semplicemente in forme autonome. Sappiamo che c’è stato, come credo e mi auguro dimostreranno i pochi esempi che intendo proporre.

Accennando alla creazione delle diverse classi o tipologie di caratteri, un’altra avvertenza è d’obbligo: le categorie della classificazione tradizionale dell’arte in classica, romanica, gotica, rinascimentale, manieristica, barocca, rococò, neoclassica, romantica, verista, impressionista, espressionistra, informale, astrattta, queste categorie storiche in realtà sono riconducibili dentro due grandi tendenze che si rincorrono, alternandosi: classica e anticlassica, regola ed eccezione. Rapportata l’osservazione ai caratteri, si può dire che il loro corso si muove dentro due amplissimi alvei: l’ a n t i q u u s  o  t u n d u s  e quello “gotico” o c o r s i v u s. Il  n e r e t t o  sarà una variante moderna comunque riconducibile alle due grandi classificazioni, tant’è che può essere tondo o corsivo.

Infine, il nostro excursus accennerà necessariamente anche ai caratteri in uso prima della rivoluzione di Gutenberg, e fu un cammino segnato da una grande lentezza, una lentezza epocale (età classica-età medievale), a differenza della velocità che riscontremo dopo l’invenzione dei caratteri mobili.

Capitalis quadrata

 

È il prototipo delle nostre lettere maiuscole. Ispirato a una severa e semplice norma matematica, risponde a precise esigenze di ordine e di monumentalità. E’ questo il carattere stesso dell’Impero di Roma, un carattere che divenne una religio, una certezza, un dogma di fede nella aeternitas aureae Romae. La lettera, utilizzata soprattutto nelle iscrizioni “pubbliche” (ma non solo: è trapassata anche nelle opere letterarie come nel Virgilio del IV secolo che si conserva alla Biblioteca Vaticana: cod. vat. lat. 3225), rimase infatti immutata per tutta l’epoca dell’Impero romano, fino all’arco di Costantino. La regola non conobbe eccezioni nemmeno nelle province o nei municipia più sperduti, come lo fu la civitas Camunnorum.

L’onciale

 

Dal latino oncia, piccolo peso, lettera minuscola. Si tratta sostanzialmente di un corsivo usato dai copisti medievali per secoli. Risente dell’influsso dell’alfabeto greco. Risente soprattutto della decadenza dell’Impero, delle condizioni di povertà e dunque della mentalità volta al risparmio, vista la endemica mancanza di risorse. Economizzare è la parola d’ordine. Questa lettera ha dato comunque capolavori assoluti quali sono i codici medievali, miniati negli scriptoria delle abbazie benedettine. In particolare i monaci irlandesi consideravano le parole un’entità artistica al punto di legarle insieme, senza preoccupazioni di leggibilità immediata, ottenendo comunque un effetto piacevole.

Reiner von Huy, Fonte battestimale (1107-18), Liegi. E’ di ottone e reca al centro un alto rielvo del battesimo di Gesù. Iscrizioni in latino spiegano il significato di ogni figura Pisanello, Verona, chiesa di Sant’Anastasia, La storia di san Giorgio, veduta urbana Piero della Francesca, Il sogno di Costantino, Arezzo

Dall’onciale derivarono nel Medioevo le scritture minuscole locali, quali la beneventana [o cassinese], la visigota, l’insulare [anglosassone] e la carolingia, larga e bassa, talvolta prolungata in manierismi calligrafici, con maiuscole inserite senza spaziatura. La carolingia, nell’età delle cattedrali, sarà sostituita dalla minuscola gotica, nelle varianti adottate dalle fiorenti Universitates studiorum dell’Europa, ad esempio la littera parisiensis e la littera bononiensis.

La scrittura gotica

 

La Germania si affezionerà presto e per lungo tempo al gotico, riscoprendo e riattualizzando le sorgenti della sua civiltà, e questo farà ancora in piena epoca romantica: si pensi alle Fiabe dei fratelli Grimm. In questa scrittura è caratteristico l’uso delle lettere delle stesse dimensioni, perfettamente allineate così da dare regolarità alla pagina, come faranno gli inventori dell’umanistico minuscolo.

 

La Bibbia delle 42 righe. A Magonza il 14 agosto 1456 – data capitale nella storia del mondo moderno, forse più importante della stessa data della scoperta dell’America – veniva portata a termine la famosa Bibbia delle 42 righe (di ben 643 fogli): libro eccellente, di splendore imparggiabile per la disposizione delle pagine, per i caratteri, per il nero inchiostro che spicca sulla carta. Di questa pubblicazione si sono salvati 45 esemplari, di cui 33 in carta e 12 su pergamena

La Rotunda di Ulrich Ha

Fu disegnata e incisa paradossalmente a Roma nel 1467, teoricamente studiata nell’Alphabetum romanum del veronese Felice Feliciano e nel De Divina Proportione del fiorentino Luca Pacioli. E’ una forma intermedia tra gotico e romano, tra Medievo e ritorno alla classicità, tra Pisanello e Piero della Francesca. E’ stata chiamata anche fere humanistica o gotico-antiqua o semplicemente rotunda. Il suo uso era soprattutto per scopi popolari rispetto all’uso dell’eletto umanistico minuscolo.

 

Pisanello, Verona, chiesa di Sant’Anastasia, La storia di san Giorgio, veduta urbana

 

Piero della Francesca, Il sogno di Costantino, Arezzo

“La penetrazione dello spirito dell’Umanesimo nell’Europa occidentale significò la vittoria del rotondo e del corsivo; mentre la resistenza a questa penetrazione portò la Germania, la Russia e la Turchia a radicarsi nell’isolazionismo del gotico, del cirillico e dell’arabo. Il recente passaggio della Germania e della Turchia all’alfabeto latino ha rappresentato un grande progresso verso l’unificazione europea, proprio come il rifiuto della Russia postleniniana ad abbandonare il cirillico – anzi la progressiva imposizione di questo alfabeto alle altre repubbliche socialiste – è indice significativo del solco profondo che divise l’Est dall’Ovest.” (Steinberg)

Il romano moderno

 

Si tratta del rifacimento in carattere mobile dell’umanistico minuscolo. Fu disegnato a Venezia attorno al 1470 dal francese Nicolas Jenson. E’ un carattere di grande bellezza, dalla giusta interlineatura, dall’allineamento solido e così ben modellato nelle aste da poter essere accostato a tutti i capolavori dell’arte umanistico-rinascimentale, assetata di ordine e armonia. [Sarà riprodotto nella monotype con il nome di Centaur].

 

Filippo Brunelleschi, Cappella de’ Pazzi: particolare della Sacrestia

Il Griffi

 

Carattere creato da Mastro Francesco da Bologna (Francesco Griffi o Griffo) per Aldo Manuzio nel 1499. D’ora in poi il creatore di caratteri e lo stampatore non sono più la stessa persona in quanto il primo vende al secondo la sua opera. Il disegno delle lettere è solido, plastico, positivo. Grande fu la rivalità tra Griffi e Jenson e grande la loro influenza.

L’incontro fortuito e felice di due geni – il punzonista Griffi e lo stampatore Manuzio – creò l’occasione per un mercato europeo del libro. Basti citare le edizioni del De Aetna del cardinal Pietro Bembo (da qui il nome anche “Bembo” del carattere) e della Hipnerotomachia Pophili (con le belle xilografie attribuite a Gentile e Giovanni Bellini, a Vittore Carpaccio e al Mantegna).

Garamond

Alla bottega di Geoffoy Tory (1480-1533) sembra essere cresciuto uno dei più grandi creatori di caratteri di tutti i tempi: Claude Garamond. Garamonnd fu il primo a dedicarsi, specializzandosi, interamente al disegno. Si dice che per riuscire ad incidere un “g” di Garamond occorressero tredici anni di apprendistato. Non solo. Garamond, dopo gli infelici tentativi di Manuzio, disegnò caratteri greci chiamati le grec de roi, deciso miglioramento dei caratteri greci aldini.

Carattere del Rinascimento Germanico

 

Fu disegnato da V. Rockner, stampato da J. Schönsperger ad Augusta nel 1512. E’ un carattere pienamente tedesco. Si paragoni Raffaello a Dürer.

 

Raffaello, San Sebastiano della Carrara di Bergamo

 

Dürer, Apostoli ora alla Alte Pinakothek di Monaco

Calligrafico

 

Inventata la stampa il calligrafo è chiamato a disegnare frontespizi, titoli, didascalie. Grande esponente di quest’arte agli inizi del Seicento fu Jan van Den Velde da Rotterdam. Siamo già nel manierrismo europeo.

Duyts

 

Creato da Christoffel van Dyck verso il 1650. C’è in esso l’eco del gotico, ma dentro un contesto di equilibrio e di praticità, compostezza e semplicità.

Sull’Olanda del XVI-XVII secolo, del Secolo d’oro di Hals, Rembrandt, Vermeer, si dovrebbe tenere un corso universitario. Nell’Olanda delle Sette Province operarano gli Elzevir [o Elzevier]. Usarono caratteri creati dal citato punzonista Christoffel van Dyck, di chiara leggibilità, come testimonierà il conio giornalistico “elzeviro” per indicare l’articolo di apertura delle raffinate pagine culturali dei quotidiani.

Romain du Roi

 

Siamo in pieno neoclassicismo. E’ imperante lo stile Luigi XIV. Il carattere fu creato proprio per il Re Sole, per uso esclusivo della Stamperia Reale. Ogni lettera è il risultato di un lavoro accuratissimo che doveva essere approvato da una commissione di esperti. Ogni lettera fu disegnata con squadra e compasso, su basi matematiche, dentro una gabbia rettangolare. In questi anni Diderot, Voltaire, Rousseau soffiavano a pieni polmoni nelle velle dell’Illuminismo.

Didot: il romano moderno

I Didots formarono una dinastia di stampatori e incisori. ebbero una grande influenza sull’editoria francese. Notevole il parallo con il nostro Bodoni. Sarà il carattere usato in tutti i proclami della Rivoluzione e anche nel periodo napoleonico.

 

Abbiamo due belle testimonianze sull’arte dei Didots:

  1. un carattere romano del primo classicismo francese (inciso a Parigi nel 1783) [immagine 26: PEINTURES]

  2. un carattere del tardo classicismo (Parigi 1807) [immagine 26: PUB. VIRGILI / MARONIS / GEORGICA]

Bodoni

 

Carattere romano del tardo classicismo. Bodoni fu un grande maestro della pagina. Egli creò un equilibrato contrasto fra le forti luci delle interlinee e il nero delle parole. L’influenza fu grande. Una moderna versione del carattere si trova in ogni tipografia e in ogni computer.

Chaucer

 

Carattere creato da William Morris e inciso da E. Prince (Hammersmith, 1893), Siamo ormai nei fuochi d’artificio dell’Art Nouveau o Liberty, ove è difficile se non impossibile separare il concetto di arte e bellezza da quello di decorazione e ornamento.

 

Victor Horta, Scalinata della casa Solvay, Bruxelles (1894-99)

Eckmann

 

Di Otto Eckmann (Offenbach sul Meno, 1900). In questo carattere indubbiamente tedesco vi è la tensione fra il decorativismo gotico e la chiarezza del carattere romano. Si originano così delle lettere che fondono e armonizzano questi riferimenti culturali. Le lettere sono schiacciate in alto e in basso cosicché la riga dà un’impressione di fascia continua e compatta.

Auriol di G. Auriol.

 

Siamo sempre nel clima dell’Art Nouveau. La praticità e la leggibilità non disdegnano, anzi si ammantano di ornamenti e di una certa libertà di movimento della linea.

 

Qui il referente artistico è Henri de Toulouse-Lautrec, Jean Avril au jardin de Paris (1893)

Doves Press

 

Di J.J. Cobden-Sanderson e Emery Walker, inciso da E.P. Prince (Hammersmith 1901). Carattere leggero, riposante, pratico e elegante, leggibile. Creato per uno stampatore inglese dell’inizio del Novecento.

Weis Fraktur

 

Di E. R. Weis (Fonderia Bauersche Giesserei, 1908-13, Francoforte sul Meno). La rinata coscienza nazionalista tedesca spinge a ritornare ai caratteri più antichi, per riscoprire le radici lontane della propria identità, ricupernado il gotico ma in un contesto di chiarezza e leggibilità.

Neuland

 

Disegnato e inciso da R. Coch (Offenbach sul Meno, 1923). Il periodo è quello dell’Espressionismo, corrente nella quale la† forza fisica è espressione della tensione interiore.

 

Max Pechstein, Das Vater Unser

Nobel

 

Di S:H. De Ross (Fonderia di caratteri “Amsterdam”, 1930). Carattere a bastoncino. La larghezza di ogni elemento è sempre la stessa. Usato per dare alla pagina ordine, compattezza, semplicità. Gli architetti del Funzionalismo hanno dimostrato una grande predilezione per questo carattere.

Reiner

 

Di Imre Reiner (Fonderia di caratteri “Amsterdam”, 1950). Curiosa e attraente creazione. C’è da chiedersi se non sia un po’ forzato creare caratteri che sembrano lettere schizzate sulla carta. E’ uno stile tipico degli anni Cinquanta del Novecento in cui le invenzioni tecniche semplici sono o vogliono essere risposte a più complessi problemi di forma, con l’ambizione di fare della pagina un quadro d’arte.

 

Picasso, Guernica. Guernica è una cittadina sulla costa basca, a pochi chilometri da Bilbao. Il 26 aprile 1937 la legione Condor dell’aviazione tedesca radeva al suolo l’abitato. La ripugnante azione non ebbe uno scopo bellico, come poteva essere lo snidare un covo di resistenti; ebbe lo scopo di provare e perfezionare le tecniche d’assalto del nuovi bombardieri e studiare gli effetti psicologici sulla popolazione. L’orrore di quel massacro, primo bombardamento nella storia sulla popolazione civile, ha suggerito a Picasso il famoso Guernica, ora esposto al Museo Nacional Centro de Arte Reina SofÌa. Ma notate come il dramma sia rappresentato come un manifesto. All’estrema destra l’artista ha trascritto la figura con le braccia alzate del quadro El 3 de Mayo 1808† di Goya; anche il monotono contrasto tra bianco e nero evoca Goya; nell’immagine centrale del cavallo e del guerriero caduto a terra l’eco dell’evento di Damasco; le donne piangenti sono figure di un’eterna Passione; nei tratti grafici la cronaca dei giornali, ridotta a semplici lacerti. Guernica è stata considerata un’opera eminentemente teatrale: le sue tonalità e la luce suscitano l’impressione di un collage di fotogrammi immobilizzati; la scena è costruita con pareti laterali che recedono verso i siparietti e gli edifici dello sfondo; lo spazio è privo di profondità.

Conclusione

“Nel corso dei secoli, l’evoluzione della forma della scrittura avviene con un continuo variare di stili, fatto di innovazioni e di repÍchage alternato. Le tipologie dominanti assumono, tuttavia, caratteristiche precise e individuabili. Le variazioni di stile accelerano progressivamente man mano la cultura si diffonde e le tecnologie compiono progressi sempre più rapidi: il tempo di evoluzione-innovazione che, agli inizi, si poteva misurare in millenni e, poi, in secoli, oggi si misura in decenni e in anni. Il risultato della velocità e della qualità della comunicazione è un proliferare di tendenze che, pur avendo, molto spesso, matrici assai differenti, convivono, ai giorni nostri, in un panorama estremamente vivace e articolato deove il dibattito culturale e la tecnologia vanzata diventano generatori di stimoli e di esigenze sempre diverse.” (Gregoretti-Vassalli)

Se c’è un denominatore comune, esso va rintracciato nel primato del destinatario del messaggio nel senso che questo, anche e forse soprattutto tipograficamente, va confezionato per “colpire” quello. Da quest’esigenza nascono i messaggi adottati nei manifesti della politica, delle copertine dei dischi, nei logotipi, nei marchi, nei cartelloni pubblicitari, negli schermi televisivi. E qui sorge il grande problema non più della comunicazione, brillantemte risolto, ma dell’educazione, problema aperto, apertissimo, che affido ad un sola domanda: in che misura l’immediatezza esige il sacrificio della riflessione e quindi dell’educazione?

 

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