Stampatore: esserlo o non esserlo?

Scritto da il 23 luglio 2012 in Amici di Piombo, Storia & Musei - 1 Commento

Abbiamo scoperto l’Antica Stamperia Fabiani a Petritoli, borgo medievale del Piceno, una decina d’anni fa e la avevamo definita “una bomboniera”. Quel giorno Giancarlo Fabiani non c’era e ci aveva accompagnato nella vista della stamparia e dell’intero borgo, Ilio Cuccu colto e appassionato dell’antica arte nera (della stampa e non certo di macumba).

La pianocilindrica perfettamente ambientata enl’antica stamperia

E ora, riprendendo da un’intervista per un giornale locale, vogliamo raccontare la strana sorte di Giancarlo Fabiani la cui storia è un esempio di come la tradizione e i suoi tempi debbano essere recuperati e ricordati.  Si dice che ognuno di noi nasca con un destino, con un percorso più o meno predefinito. Ma a volte quel più o quel meno fanno la differenza.
La storia di Giancarlo Fabiani è intrisa di amore e di passione, per la stampa e per la sua famiglia. Ma anche quella di un filo spezzato che non gli ha permesso di seguire il suo destino di stampatore. O meglio, che gli ha permesso di trovare la sua strada per non abbandonare l’odore della carta e dell’inchiostro col quale è cresciuto.

Giancarlo Fabiani e l’Antica Stamperia Fabiani. Un binomio che va ben oltre una semplice eredità passata da padre in figlio. Le va di raccontarci la storia?

“La storia dell’Antica Stamperia Fabiani affonda le sue radici nell’800 quando mio nonno, dapprima apprendista tipografo, decide di acquistare la tipografia di Petritoli e di trasferirsi qui con la sua famiglia. Aveva tre figlie femmine e tre maschi. Tutti gli uomini della famiglia divennero tipografi e tra di loro anche mio padre.
La tipografia originariamente si trovava al primo piano del un palazzo trecentesco che era casa nostra. Io nacqui al secondo piano di quel palazzo: in pratica la prima cosa che respirai fu odore di carta e inchiostro. Ecco perché la stampa ce l’ho nel sangue e non avrebbe potuto essere altrimenti. Fa parte di me. Purtroppo quando mio padre aveva 50 anni e io solo 10, morì a causa di un tumore ai polmoni, probabilmente causato proprio dalle esalazioni della stampa, dalle polveri di piombo. Nel suo testamento scrisse che il suo unico figlio maschio non avrebbe mai dovuto fare il tipografo. E io non lo sono mai diventato. Ma non per questo il mio legame con questa parte della mia vita, della mia tradizione, della mia famiglia si è affievolito, anzi! Non ho mai potuto pensare di portare via da casa mia le macchine antiche per la stampa. Quella è casa loro, se qualcuno se ne doveva andare per assurdo ero io. Per me rappresentano in un certo senso la mia famiglia, i miei ricordi”.

E come è continuato allora il tuo rapporto con la stampa?  

“Non potevo diventare un tipografo, ma quelle macchine e quell’arte facevano parte di me. Quando verso la metà degli anni ’80 furono portate via le macchine moderne, a me rimasero solo quelle di mio nonno. Le feci ripulire e le rimisi in ordine. Di loro ero, e sono, gelosissimo. Non facevo entrare nessuno, perché erano una cosa mia, grazie a loro rivivevo attimi vissuti con la mia famiglia. Questo non significa che non mi rendessi conto del grandissimo valore storico, culturale e artistico che queste macchine avevano e hanno tutt’ora, qui si fabbricava “cultura”, ma non ero pronto a condividerlo con gli altri.
Spinto e aiutato dagli amici dell’Archeoclub di Petritoli, nel 2001 decisi di aprire al pubblico, ma imponendo una clausola: come visitatori volevo principalmente i ragazzi della scuola, gli studenti. Perché non volevo che questo diventasse semplicemente un museo, guardare ma non toccare. Volevo farne un laboratorio, dare l’occasione alle macchine e alla tradizione di rivivere e ai giovani di imparare.
I ragazzi delle scuole arrivano qui e sperimentano insieme a me. Io li introduco allo storia della stampa, dagli amanuensi a Gutenberg, da quando c’era un libro per mille persone al momento in cui vi sono stati mille libri per ogni persona. Gli alunni si avvicinano dapprima sorpresi, poi affascinati, poi attratti. Iniziano a comporre le parole con i caratteri mobili e poi inchiostriamo il foglio e infine stampiamo. Partecipano alla creazione di un qualcosa di unico”.

Questo torchio Amos Dell’Orto 1841 è, al momento, il più antico torchio tipografico in ghisa di cui si abbia conoscenza in Italia

In questo mondo caotico, quant’è importante recuperare una dimensione temporale controllata, come quella della stampa?

“Direi che è fondamentale! Io che rispettando i tempi delle macchine antiche vivo nella realtà dell’800, mi rendo conto di quanto stiamo correndo, di quanto andiamo sempre di fretta, troppo veloci. In tutto. Non c’è il tempo della riflessione. Non c’è il tempo di aspettare il momento giusto. Certo, pensare di tornare ai tempi di allora è impensabile, nella stampa come nella vita. Ma la tradizione ci insegna che ci sono delle tempistiche che vanno rispettate. Abbiamo accelerato troppo. E nella fretta si rischia sempre di perdersi qualcosa di importante, di fare degli errori”.

Nonostante ti chiamino “Lo Stampatore”, tu in realtà non lo sei non avendo mai praticato questa professione. Potremmo definirti allora “custode della memoria”?

“Non esageriamo per carità! Più si va in alto, più il botto è fragoroso quando si cade!
Però è vero, io ho un merito importante: quello di aver conservato attrezzature antiche che identificano un’arte. E di metterle ora a disposizione delle giovani generazioni che possono imparare ben più che una procedura. E sono anche orgoglioso di quello che la mia famiglia ha saputo realizzare in quest’arte. Mio nonno era stampatore quando il 90% della popolazione italiana era analfabeta. Quello che io ho fatto, è stato solo di avere la bellissima idea di conservarle e di perpetuare una tradizione. Ma in fin dei conti, non l’ho scelto io. Era natura che fosse così. Queste macchine, come l’odore della carta e quello dell’inchiostro fanno parte di me!”.

Un bell’insegnamento quello di Giancarlo. Perché “tradizione” così come “antico”, non significano “vecchio”. Significano storia, cultura, arte. Tutti elementi che rendono ricca la vita. E se a volte ci regalassimo del tempo per aspettare i tempi giusti, forse vivremmo meglio! Tutti.

1 Commento on "Stampatore: esserlo o non esserlo?"

  1. daida fiore 10 dicembre 2012 alle 11:54 · Rispondi

    Ho condiviso e commentato l’articolo sul mio diario di FB. Leggilo e dimmi se ti piace. DAIDA FIORE

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