Se produciamo per il mercato dobbiamo dargli retta

Scritto da il 15 dicembre 2017 in EDITORIALI, Interviste - Nessun commento

Concludiamo la serie di interviste con le quali durante l’anno abbiamo indagato su come imprenditori, artisti, e personaggi della cultura vedono il mondo attuale della comunicazione e il suo futuro. Affidiamo le conclusioni a Vittorio E. Malvezzi *, per le sue conoscenze economico-finanziarie del nostro settore.

MPA – Cos’è per te la comunicazione ? E come è influenzata dal mezzo ?

Vittorio E. Malvezzi

“Povertà si scacia con industria, parsimonia e audacia” Il Conte Barzizza di Ozzero – sec  XVI

Vittorio E. Malvezzi – Descrivere la Comunicazione è come spiegare come funziona la respirazione. Tutto il giorno respiriamo, è fonte di vita, ma nessuno sta lì a considerare come funzioni. Così per me è la comunicazione. L’umano è un ‘essere socievole‘ anche se in molti cercano di confutare con fatti questa mia asserzione. Siamo nati e vissuti in branchi e la prima preoccupazione, trovata una caverna confortevole e un cibo sufficientemente stupido da farsi mangiare, veniva spontaneo cercare di raccontarlo. O farselo raccontare da chi aveva trovato il cibo e tu eri a pancia vuota. Da qui siamo arrivati alla politica, ai corteggiamenti, alla critica della ragion pura e al marketing. E tutti a cercare il modo più simpatico originale e diversificato per colpire e farsi dare retta. Qualcuno si è anche sforzato di trovare qualcosa che valesse la pena di comunicare, ma sono casi sempre più rari.
In ogni momento più che influenzare, ogni forma di comunicazione offre stimoli e opportunità: è un ‘mezzo non un fine’.     Gli SMS sono ottimi e poi è arrivato WA, ancora meglio per confermare appuntamenti o dire di buttare la pasta. Ma non per passarci la giornata, dai. Dovrebbe dunque essere ‘quello che hai da comunicare’ a trasformare e influire sul mezzo, ma purtroppo avviene anche il contrario: un mezzo di comunicazione facile e gratuito messo in mano a chi da comunicare ha il nulla diventa un’arma letale.
Oggi comunicare assume ‘significati per me anomali’ e quasi inspiegabili. Basta dare un’occhiata a un branco di giovani umani, radunatisi in modo che a un estraneo può sembrare casuale. Stanno insieme fisicamente, ma l’interazione e lo scambio di comunicazione avviene in modo mediato. La vicinanza fisica non fa aggio sullo scambio di comunicazioni. Io sono vicino a te e magari comunico con gli antipodi. Ovvio che in questo senso la tecnologia influenzi la forma, il modo di comunicare. Ma anche il lemma assume ‘valori molto diversi,come in un altro caso. Io ricordo quando imparavo a tenere in mano un compositoio cercando di fare il meno danni possibile, primo passo per procedere a stampare una qualche forma di comunicazione. Oggi si usa ancora il termine “stampare” ma spesso non ha il minimo correlato empirico con quanto succedeva allora. E ti assicuro che sebbene diversamente giovane, sto parlando solo di otto o dieci lustri fa, mica dei tempi del ‘Guten’.

MPA – All’invenzione della stampa dobbiamo, per definizione, la democrazia della comunicazione. Web, internet, social… cambiano la comunicazione. Oggi è ancora più democratica o no ? Il tuo giudizio è positivo o negativo? Perché?

VEM – Qui vien fuori la parte più rompiscatole del mio carattere. Ma chi l’ha detto che l’invenzione della stampa, quella del Gutenberg per intenderci, abbia avuto risvolti democratici ? Sì, vabbè, di colpo si produce in modo più semplice ed economico, almeno raffrontato ai sistemi precedenti che vedevano amanuensi e miniaturisti lavorare su una copia singola in termini di mesi e anni. Quindi indubbiamente il target si allarga, rispetto a un singolo committente. Che doveva essere un sciur di quelli importanti davvero. Anche i costi si abbattono, ma sempre in funzione dei termini di paragone. Inoltre non dimentichiamoci che il costo della manodopera a quei tempi era veramente basso. Come era il valore della vita umana del resto. In realtà la comunicazione trova un mezzo per fare un grosso balzo in avanti, ma per rendere accessibile veramente a tutti l’informazione, bisognerà attendere ancora qualche secolo. Anche altri media più tardi, giornali, radio, cine, TV potranno a loro volta sempre più ampliare il numero di quelli che potranno fruire della comunicazione.
Prestandosi sempre più alla manipolazione, ma facendo sorridere con tenerezza al ricordo di quelle prime poche centinaia di copie schiacciate con entusiastica fatica su quei meravigliosi torchi. Rigorosamente destinate a una elite che sapesse leggere e oltre ai soldi per mangiare avanzasse anche quelli per sto strano oggetto che improvvisamente era saltato fuori.
Per parlare di democrazia avremmo dovuto aspettare la incredibile e beffarda avventura di Internet. Ora i new media possono davvero passare cultura e informazione a tutti e a un costo spesso vicinissimo allo zero. La beffa, crudele a ben pensarci, sta nella enorme quantità di comunicazione che affoga un tapino e per di più gli fornisce anche i mezzi per godere fino all’indigestione dei passatempi più vecchi. Tornati di moda e ingigantiti in questo nuovo villaggio globale. Il pettegolezzo e l’esibizionismo prima tutti, rivalutati con nomi altisonanti e che tutto giustificano. Se lo chiami “social” e parli di aggregazione e puoi vantare migliaia di “amici”, come puoi criticare ? Certo c’è un ‘piccolo inconveniente‘: ti portano via un sacco di tempo, ma almeno, si fa per dire, riequilibra la situazione una disoccupazione giovanile del 40%. Così il tempo si trova. Una botta di fortuna per i pubblici amministratori che si risparmiano i circenses e, quanto al pane… ma non diciamo sciocchezze che tra celiaci e diete non se ne parla neanche.

MPA – Nella tua vita professionale quale ruolo ha avuto la comunicazione ? E come potrebbe cambiare nel prossimo futuro ? Cosa vedi di positivo nel mondo globale di oggi ?gratis E cosa di negativo? 

VEM – A titolo personale posso affermare che tutta la mia vita e non solo quella professionale, è stata condizionata dalla comunicazione. Pensa che la mia giovinezza è trascorsa quando Antonioni e la Monica Vitti sospiravano e facevano discutere sulla ‘incomunicabilità’. Ai tempi della mia maturità, parlo solo di età anagrafica ben inteso ché l’altro significato è un mito ancora inseguito, tutti parlavano del ‘gap comunicazionale’. Aggiungi poi che sono il terzo di una famiglia di stampatori e che andavo in stabilimento giovanissimo per rubare i fogli di pelure destinati a fare i bussolotti per la cerbottana. Il marchio più vecchio della ‘pregiata Ditta’, risaliva all’anno prima dell’assassinio di Lincoln: per lui la fine il 1865 per noi un inizio il 1864. Ho vissuto un periodo drammatico ma bellissimo: il passaggio dal piombo alle nuove tecnologie. Mi ricordo ancora la mattina quando trionfante mi sono fiondato nell’ufficio di papà per annunciargli di aver venduto ed ‘eliminato tutto il piombo’ della ditta. Forse una delle poche volte in cui l’ho visto sbiancare e preoccuparsi davvero per me povero ragazzo pieno di idee bislacche. Altro che quel posapiano del Gutenberg. La sua rivoluzione ha dovuto svilupparsi nel corso di qualche secolo. Noi nel giro di qualche lustro abbiamo stravolto il mondo. Non senza effetti collaterali. I new media hanno reso inutile un sacco di tecnologia e, en-passant, anche quelli che su quelle macchine ci lavoravano. Tanto per non piangerci addosso, ricordo che la città di Heidelberg era famosa non solo per una prestigiosa università, ma anche per certe macchinette che riprendevano con un discreto successo la way of life del Nostro. Ha passato un brutto quarto d’ora anche lei.  Quindi con queste premesse e la rivoluzione ormai permanente, roba da far invidia al Grande Timoniere, non riesco neppure a pensare dove possa finire. Posso solo ‘augurarmi che continui a esserci comunicazione’ e che non si finisca come Urano che divorava i suoi figli.

MPA – Pessimista?

VEM – Tanto per dimostrarti che non sono un vecchio pessimista perso, trovo un sacco di roba interessante al giorno d’oggi. Il progresso e le mode mi piacciono e non perdo troppo tempo a guardare indietro. Beh un certo rimpianto per il nude look ce l’avrei, ma lasciamo perdere. Oggi tutti i giorni godo sfogliare una dozzina di testate, tra giornali italici, inglesi, francesi e spagnoli. Un sogno è diventato realtà: ho tutti i libri che voglio, come neanche Mondadori avrebbe potuto permettersi. E questo mi ha creato anche nuovi amici con cui condividere questa innocua perversione. A-gratis, come si dice dalle mie parti, o comunque a costi decisamente sostenibili anche da me che sono un pensionato a tutti gli effetti fiscali.

MPA – Tutto a posto, dunque…

VEM – Proprio questo aspetto, mi porta a considerare quello che è uno dei punti dolenti di questa civiltà. Tutti cercano la gratuità, vera o apparente che sia. Gli anglosassoni hanno un proverbio che dice all’incirca che qualcuno deve pur pagare il conto del ristorante. Quindi se non pago io, dovrà prima o poi farlo qualcun altro. Se nessuno lo sta facendo si va al fallimento o si accumulano debiti su debiti. Questa società in effetti lo sta facendo e di tanto in tanto salta fuori qualcuno che presenta il conto. Recentemente è successo nel 2007 e stiamo ancora leccandoci le ferite: non è neanche sicuro che non si stia preparando qualcosa di peggio. A questo aggiungi quelli che poco fa ho chiamato danni collaterali.

MPA – Secondo te un’azienda che ha sempre lavorato nel campo della stampa su carta, dovrebbe cambiare l’approccio al mercato? Se sì, come? Se non cambia, quale può essere il suo futuro ?

VEM – Date le premesse che insieme abbiamo finora visto, direi che questa è una domanda retorica. In un mondo che cambia ‘o cavalchi l’onda o affondi’. Non mi permetto di dire come, ci sono un sacco di esperti che sono pronti a contartela su e qualche volta sono idee anche realizzabili.   Una cosa è certa.  Ci piaccia o no, ‘se produciamo per il mercato dobbiamo dargli retta’. Se dice che non gli interessa più la stampa che esce sulla carta, con buona pace del Gutenberg che si rivolta di certo nella tomba, dobbiamo stampare in altro modo. Ognuno trovi il modo più congeniale.
Tu sei un esempio: con la tua rivista on-line hai anticipato quello che stanno facendo i più grossi quotidiani USA.

MPA – Necessità dettata dalla tecnologia e dai tempi…

VEM – D’altro canto consoliamoci, anche fuori della nostra filiera, qualche piccolo cambiamento qua e là salta fuori. Magari un’auto senza autista. Mentre scrivo sto sentendo musica. Rigorosamente anni ’60 e ’70. Una volta occorreva tutta una serie di marchingegni per riprodurre i suoni. Adesso mi basta un altoparlante un cicinin serio, ma per nulla imponente, collegato allo stesso device che mi serve per altre cose.  Come lo strumento che continuiamo a chiamare impropriamente ‘telefonino’. Ci portiamo in tasca un telefono, macchina fotografica, agenda, un’edicola, una biblioteca, un parcheggiatore, telegrafo, computer, calcolatrice, calendario, sveglia, registratore, ufficio acquisti privato, carta credito, radio, TV, giochi di società, sportello bancario, barometro, navigatore, orologio, contaminuti, altimetro, allenatore sportivo privato per diversi sport, registratore, cineproiettore personale, guida telefonica mondiale, mappe a piacere e… sicuramente domani trovo qualche altra App. Ovvio che il diabolico strumentino ha distrutto interi settori produttivi.

MPA – Quali suggerimenti ti senti di dare ai giovani che si apprestano al cambio generazionale in azienda?

VEM – Sono la persona meno adatta a farlo. Ognuno deve essere conscio dei propri limiti. Nella mia famiglia il passaggio non è riuscito. Un po’ per qualche complicazione legata al settore che forse è già emersa dal nostro discorso. Un cicinin anche perché un rigurgito di rispetto per le scelte dei giovani, magari a malincuore, un genitore ogni tanto deve averlo. Ho però un nipote che è rimasto nel settore e sta veleggiando nelle alte dirigenze di filiera. Viaggia con un paio di telefoni e un computer di qua e di là dell’oceano perché il mondo non finisce nello scragno di famiglia.
Le considerazioni che possono emergere in coda a quella che non vuole essere altro che una delle tante testimonianze di settore, sono almeno un paio. Non prendere la scelta di continuare il business di famiglia come un obbligo. Se un giovane ha in mente qualcosa di suo, se ci crede davvero, prenda su abbracci tutti e vada. Semmai con l’aria che tira, esamini con attenzione se non stia gettando una golosa opportunità.
Ma qualunque sia la scelta, vada fuori. L’Italia ha moltissimi limiti e non parlo solo di quelli geografici. All’estero non è che ci sia l’America, anche se l’America è all’estero. Però se vuoi fare pesca grossa devi andare in mare, difficile trovare squali e balene nello stagno sotto casa o nelle risaie della Lomellina. Non faccio gli auguri che porta sfiga, ma il mio cuore è con loro. Dalle mie parti si dice: dagh adoss, coraggio ragazzi e ragazze. Tranquilli, peggio di noi non potete fare.

* Chi è e chi è stato Vittorio E. Malvezzi si si desume da molte delle sue risposte. Possiamo qui aggiungere che oggi, oltre a leggere, analizzare i mercati, studiarne gli andamenti, si occupa del settore carta per la Camera di Commercio di Milano.

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