Paura di cambiare

Scritto da il 5 giugno 2009 in EDITORIALI - Nessun commento

I dati che il professor Alessandro Nova ha riferito nei recenti incontri (maggio 2009) con il mondo grafico non sono confortanti. La crisi reale non accenna a diminuire. Ma quel che è peggio, quando ci sarà una ripresa nei paesi industrializzati l’Italia non riuscirà a stare al passo degli altri. La causa è la mancanza di una reale politica industriale del nostro Paese. Ma non sarebbe errato dire la mancanza di una reale politica, tout court. Tralasciando il fatto, peraltro scontato, che i nostri governanti farebbero meglio a occuparsi delle questioni del Paese, piuttosto che di improbabili campagne elettorali, di feste e festini.

Ma veniamo a noi. Gli imprenditori, soprattutto i piccoli e medi che devono contare sulle proprie forze e non su quelle di uno Stato assente, a volte dimostrano di non sapere che fare. L’antica filosofia cinese ha parecchi spunti interessanti, meno uno: il conservatorismo. Lo hanno capito persino i governanti della Cina moderna rendendo il loro Paese un continente in piena trasformazione. Molti dei nostri piccoli imprenditori invece, sono più conservatori dei mandarini cinesi. Hanno paura di seguire, o meglio di anticipare, il cambiamento. Lo subiscono ma non lo affrontano. E quando lo fanno è solo perimitare chi è partito prima di loro.

La causa di questo è nella mancanza di una reale ricerca all’interno delle aziende. Ricerca, sia chiaro, non significa in tal caso un laboratorio alchemico dove trovare una pietra filosofale. E neppure una ricerca scientifica di tipo accademico. Ricerca intesa come pensiero, formazione, attenzione ai cambiamenti, aggiornamento sul marketing e sulle politiche gestionali. Ricerca non significa affidarsi a un venditore, sia pur di fiducia, e acquistare il prodotto che risolverà i nostri problemi. La ricerca di soluzioni deve venire dall’interno, non dall’esterno; dalle proprie forze, dalle proprie conoscenze, dalle proprie competenze e capacità, dalla voglia di fare.

Durante l’ultima Grafitalia tutti hanno notato la corsa degli stampatori verso il digitale. Una domanda viene spontanea: a chi giova?
Vediamo di analizzare. La corsa al digitale (necessaria, ma in grave ritardo) può avere due motivazioni. La prima è la necessità di rivolgersi a macchine che producano vantaggiosamente piccole tirature, in tempi ristretti, per un mercato non molto esigente. La seconda è che l’investimento in stampanti digitali è inferiore a quello di macchine offset. In entrambi i casi non si risolve il problema. La ragione è semplice: presto tutti avranno a disposizione la stampa digitale in azienda; tutti potranno praticare prezzi più bassi; ma solo i clienti ne trarranno vantaggio. E gli stampatori subiscono.

Negli ultimi mesi abbiamo parlato con diversi stampatori piccoli e medi: alcuni sono pessimisti, per non dire disperati. Altri stanno facendo investimenti (non necessariamente in nuove macchine, ma in formazione e risorse umane) e guardano con fiducia al futuro. Atteggiamenti molto diversi che porteranno a risultati opposti. Alcuni sono attenti a sinergie con colleghi, altri credono che a far tutto da soli come hanno sempre fatto sia la cosa migliore. Il tempo darà la risposta su quale sia la soluzione più adeguata.

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