Un Paese senza futuro*

Scritto da il 25 luglio 2011 in EDITORIALI - Nessun commento
Un paese senza futuro

Mai come quest’anno la ‘pausa estiva’ è stata così densa di incognite. Le aziende chiudono (per ferie) ma molte non sanno se potranno riaprire e in quali condizioni. Purtroppo il nostro Paese è stagnante e non si vede come e quando potrà tornare a essere quello che in decenni passati aveva fatto crescere l’economia, il lavoro, le prospettive. Non spetta a noi cercare qui soluzioni, ovviamente, ma ci sentiamo nel diritto di esprimere alcuni concetti che molti potrebbero non condividere (ma non ci importa).

Il primo concetto è che noi italiani siamo troppo egoisti e, soprattutto, presuntuosamente egocentrici. Convinti di essere i depositari della ragione, spesso figlia dell’ignoranza. E di questa presunzione facciamo il nostro credo.

Secondo, lasciamo agli altri (ma a chi?) di decidere per noi quando si tratta di fatti che riguardano l’intera comunità, non il proprio orticello. In pratica ci disinteressiamo, demandando, su questioni che, in definitiva, sono pur nostre. E così lasciamo il Paese nelle mani di una casta (termine abusato, ma sostanzialmente corretto e, purtroppo, veritiero) che dell’economia nazionale si interessa non poco, ma nulla. Abbiamo così consentito agli “altri” di toglierci perfino quel diritto di poter intervenire nella cosa pubblica, così come sancito dall’art. 50 della nostra Costituzione, articolo “di fatto” abrogato.

Alla fine, ma con colpevole ritardo, se ne sono accorti persino i grandi imprenditori, la Confindustria, come abbiamo potuto ascoltare dalle parole di Emma Marcegaglia, riportate anche all’assemblea della Federazione della Filiera stampa e carta. Tardivamente. E comunque, finora, sono solo parole, moniti, ‘penultimatum’ (neologismo ben azzeccato di qualche quotidiano). Che lasceranno il tempo che trovano.

Terzo, e qui mi rivolgo agli stampatori, la miopia di chi è sempre stato bene, ha dovuto lottare poco perché il lavoro arrivava, era tanto e ben pagato. Tempi passati, ma ci risulta che alcuni ancora non si siano accorti che i tempi sono drasticamente cambiati. Troppi imprenditori sono privi di idee, troppi sperano che prima o poi qualcosa cambierà (sì, cambierà, ma non come vorrebbero).

Recentemente abbiamo assistito a incontri in cui si discuteva di stampa digitale e di editoria elettronica. Idee confuse e opinioni errate, che avremmo potuto ascoltare e tollerare quindici anni fa, ma non oggi.

Le aziende di stampa chiudono (non per ferie) o si accorpano. E che ne è del personale e delle macchine? La risposta è banalmente semplice (ma pericolosa): le macchine saranno presto obsolete (?) e il personale va in pensione. Già, ma intanto si parla di nuovi poli formativi in cui scuola e industria collaborano: ma per chi? a quale fine? con quali sbocchi, se le imprese che dovrebbero assumere non riescono a vedere oltre il proprio bancone?

La crisi si estende quindi alle case produttrici e fornitrici e, di conseguenza, al calo di pubblicità (e quindi di stampa) ma anche di informazione libera. Ma tanto, a che serve informarsi? Siamo tutti i depositari della ragione. Viva quindi l’ignoranza.

* definizione della professoressa Sofia Ventura, Università di Bologna

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