Tra comunicazione ed educazione

Scritto da il 15 giugno 2011 in FORMAZIONE - Nessun commento

Relazione tenuta da Lorenzo Agosti al 1° Convegno del Museo tipografico “Lodovico Pavoni” Il Segno Tipografico di Artogne (BS), il 30 aprile 2011

Museo della stampa "Il Segno Tipografico" di Artogne

Ingresso del Museo "Il Segno Tipografico" di Artogne

Rivolgo il mio più cordiale saluto a tutti voi, qui presenti. Ed esprimo gratitudine a Simone Quetti, ex allievo dell’Opera Pavoniana di Brescia: la sua passione per l’arte tipografica e la sua passione e riconoscenza per il beato Lodovico Pavoni sono espressioni della sua passione per la vita, per favorire e collaborare al bene dell’uomo e della società.

Creato su sua iniziativa, il Museo è stato intitolato al beato Lodovico Pavoni: questo prete, vissuto nell’800 a Brescia (1784-1849), si è distinto come educatore soprattutto dei ragazzi più bisognosi ed è stato un pioniere della formazione professionale in Italia (ha educato attraverso il lavoro). Privilegiando l’eccellenza dell’arte tipografica, promosse una significativa attività editoriale. Fu anche premiato per un torchio creato nel suo Istituto. Ha fondato la Congregazione dei Figli di Maria Immacolata – Pavoniani.

Prima parte / L’insegnamento del beato Lodovico Pavoni

Perché questo titolo: “Tra comunicazione ed educazione”?. Mi è stato obiettato: ´Non sarebbe stato meglio porre: “tra educazione e comunicazione?” Pavoni prima ha educato e poi ha promosso iniziative di comunicazioneª. Ho risposto: questo è vero, ma soltanto in parte. Preferisco l’altra scansione: prima la comunicazione e poi l’educazione.

Questo iter è stato fondamentale nell’esperienza del Pavoni; ed è importante anche per noi, oggi. Per educare è necessario prima mettersi in comunicazione, in relazione (reale e diretta, non soltanto virtuale). Pavoni cerca la comunicazione con i giovani disagiati. Si pone accanto a loro, condivide la loro vita, si fa carico della loro storia. Perciò li educa, li può educare. La comunicazione nella relazione porta all’educazione. L’educazione implica, esige la relazione personale. La formazione può essere anche a distanza (virtuale); l’educazione no, esige la relazione (diretta/reale).

Tre passaggi, tre immagini descrivono, possono aiutare a cogliere questa relazione /comunicazione del Pavoni verso i ragazzi e i giovani disagiati.

Prima immagine: l’immagine delle “dolci attrattive“. Pavoni parla della sua vocazione ad essere educatore con l’immagine delle “dolci attrattive”. “Queste – rivela in un suo prezioso scritto autobiografico – furono le dolci attrattive con cui piacque al Signore di chiamar me dal quieto soggiorno di mia paterna casa ed invogliarmi alla volontaria oblazione di tutto me stesso in vantaggio di tanto pubblico bene”. Pavoni si sente attratto, nel modo più limpido e generoso possibile, verso l’educazione dei ragazzi disagiati. La loro educazione è un compito impegnativo, ma che lo attrae, lo coinvolge. Perché?

Seconda immagine: “ed eccoli al naufragio“. Pavoni descrive la loro situazione di disagio, di pericolo e di abbandono in cui si trovano, con l’immagine del naufragio. Non rimane indifferente di fronte alle loro necessità, ai pericoli in cui si trovano, al rischio che corrono di naufragare, cioè di fallire nella vita. [l’immagine del naufragio è forte; ci richiama immagini di attualità, davanti alle quali noi magari rischiamo di rimanere indifferenti o, peggio ancora, addirittura infastiditi!] P. Pavoni si sente ferito da questa situazione. Che fare?

Terza immagine: “qual riparo a tanta sciagura?“. Ecco il suo coinvolgimento, la sua risposta, il suo modo di porre riparo a tanta sciagura: attraverso l’oratorio e, accanto all’oratorio, attraverso l’istituto ( di San Barnaba). Iniziative segnate da due caratteristiche.

Prima caratteristica: si tratta di un’istituzione familiare, per garantire una relazione personale, necessaria per un’autentica educazione. Clima familiare, caratterizzato dall’esperienza del metodo pedagogico preventivo. [P. Pavoni è precursore di don Bosco (30 anni prima): sia nell’istituzione educativa fondata, sia nel metodo preventivo attuato]. Metodo impostato su tre cardini: ragione (“la sferza per l’uomo deve essere la ragione”), amorevolezza (benvolere e farsi benvolere) e religione (senza questa dimensione della fede [in Gesù Cristo], accolta e vissuta in modo autentico, non è possibile una vera educazione: è una convinzione forte del Pavoni, valida anche per l’oggi; è una posizione che ci provoca e ci interpella).
Il clima familiare e il metodo preventivo favoriscono l’entrare in comunicazione, l’instaurare una relazione tra lui (e gli adulti educatori) e il ragazzo (i ragazzi), che porta ad una vera azione educativa. Un test significativo di questa impostazione è dato anche da un’altra scelta particolare, operata dal Pavoni: l’accoglienza nel suo Istituto e l’educazione anche dei ragazzi sordomuti. Qui è fondamentale la comunicazione, per favorire l’educazione e la formazione.

Seconda caratteristica: formazione professionale (educazione attraverso il lavoro): è pioniere in Italia di questa nuova impostazione educativa che, in verità, ricupera un’esperienza dell’umanità di sempre. Prima della scuola, e al di là della scuola, è il lavoro (il lavoro manuale) che educa alla vita, che può educare alla vita. Prospettiva anche oggi ritornata di attualità.

Tra i laboratori del Pavoni (11), eccelle la tipografia [la sua è considerata la prima scuola grafica in Italia], che permette la stampa e la diffusione di libri. Qui il tema della comunicazione si apre a più ampio raggio, ma sempre con un intento educativo. Perché la diffusione di libri da parte del Pavoni? Perché entrare in questa logica della comunicazione? Certamente per dare lavoro ai suoi operai e per poter mantenere i ragazzi del suo Istituto. Ma, accanto e più forte ancora, c’è in lui un intento formativo a più largo spettro. Bellissima e significativa una sua espressione in tal senso, stampata anche sul retro del libro di Fontana, “Il segno tipografico“, pubblicato due anni fa proprio per l’inaugurazione del museo.

Tra le arti non poche – il beato Pavoni scrisse attorno al 1830 – che plausibilmente si esercitano in questo Pio Istituto da me eretto a ricovero ed educazione dei figli poveri ed abbandonati, quella nobilissima primeggia della Tipografia, che ogni anno va pubblicando scelte opere utili, e dilettevoli, e ciò segnatamente pel santo fine di facilitare la diramazione di buoni libri, tanto necessari alla Società per la riforma del costume“.

Pavoni parla della diramazione di buoni libri … per la riforma del costume.
Quello che il Fondatore beato Pavoni ha iniziato, la Congregazione dei Pavoniani ha poi continuato nei vari Istituti che man mano si sono aperti: in Italia (da Brescia, a Milano, a Monza, a Trento, a Pavia, a Genova, ecc.) e anche all’estero (in Brasile, ecc.). Impostati nel clima familiare, col metodo preventivo, con la formazione professionale, privilegiando l’arte tipografica, che ha promosso la stampa e la pubblicazione di testi, sviluppata poi dal 1934 con l’editrice della Congregazione, l’àncora. E questo sempre nell’ottica di padre Pavoni. Nello specifico, padre Pavoni parlava dunque della diramazione di buoni libri … per la riforma del costume.

Seconda parte / La comunicazione ieri e oggi

Questa affermazione del Pavoni ci permette di ampliare la nostra prospettiva sul tema della comunicazione.Sempre, nella storia della letteratura e dell’arte (ambiti privilegiati di comunicazione), si è posto il dilemma: la “cultura” (attraverso la letteratura e l’arte) deve essere educativa o no? Si deve seguire il criterio dell’arte per l’arte o l’arte è in funzione di una morale? La tendenza è stata quella dell’affermazione di una prevalenza dell'”arte” sulla morale, senza escludere una finalità morale dell’arte. Perché l’arte non può essere neutra. L’arte autentica edifica l’uomo, giova alla società. L’arte ha sempre un risvolto morale: o giova o nuoce. Qual è la bellezza dell’arte autentica? Quella di giovare, senza perdere la sua dignità di opera d’arte (di poesia, ad esempio). è il classico ideale dell’unione del bello con il buono.

Un breve excursus (a volo d’uccello) può documentare, confermare questa affermazione. Nell’antichità greca e latina: la tragedia ha un contenuto morale (senso della catarsi, purificazione); le favole: sono finalizzate ad una morale per le classi subalterne (anche senza la sentenza finale: la favola, il racconto insegna che …). Così sempre le favole: cf il francese La Fontaine (vissuto nel 1600); cf il romano Trilussa (della prima metà del Novecento); cf lo scrittore più recente, Gianni Rodari (morto nel 1980).

Così le commedie: “Castigat ridendo mores” (scherzando sferza i costumi), il motto creato in Francia nel 1600 (da Jean de Santeuil), ma che interpretava il senso della commedia classica di sempre, e anche di quella moderna.

Dopo l’unità d’Italia (siamo nel 150° anniversario!), ha avuto risonanza l’espressione di Massimo D’Azeglio (1798-1866): “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani“. Così, ad esempio, ha contribuito l’opera di Edmondo De Amicis (1846-1908), soprattutto con il celebre Cuore (1886): il suo intento pedagogico/morale è evidente e prevalente. Forse però più efficace a questo fine risultò un’altra opera, come Pinocchio (1881-1883) di Collodi (1826-1890), dove l’intento morale non è così evidente, eppure contribuì maggiormente a livello educativo popolare (perché l’arte autentica diventa forza morale).

Rispetto al tempo del Pavoni e a un periodo fino a qualche decennio fa, la situazione è decisamente cambiata, nella logica della complessità. Non parliamo poi rispetto a tempi ancora più antichi. S. Isidoro, Vescovo di Siviglia in Spagna nel VI/VII secolo, poteva scrivere: “La lettura ci istruisce … Quando leggiamo è Dio che parla a noi … Ogni progresso viene dalla lettura … Con la lettura impariamo quello che non sappiamo“. Oggi non possiamo più fare queste affermazioni con tranquillità, senza fare distinzioni. La situazione è diventata molto più complessa.

Da un secolo a questa parte, gradualmente, prima i film, poi la televisione, oggi internet in tutte le sue componenti, hanno allargato a dismisura lo spazio della comunicazione. L’arte e la letteratura sono penetrati anche in queste realtà; e queste realtà hanno fagocitato e rischiano di mettere in ombra le fonti tradizionali della cultura, che a loro volta si presentano con i messaggi più diversi e contraddittori.

Siamo immersi in una realtà magmatica di mezzi e di messaggi comunicativi.

Non solo “il mondo è un villaggio” (Il villaggio globale, 1968), come affermava il sociologo canadese McLuhan (1911-1980), [studioso diventato famoso anche per l’affermazione che “il mezzo è il messaggio“]; ma oggi tutti possono creare messaggi; il mondo è diventato un teatro, un palcoscenico.
Si fa fatica, in questa situazione, a distinguere il valido dallo scadente e dal triviale. Il negativo si mescola al positivo (che pure esiste ed è immenso) e ne rende difficile la distinzione. Anzi, sembra prevalere il falso, il volgare, l’egoistico, il superficiale, il violento.

Impera il gossip (il pettegolezzo), [che fa leva sulla curiosità e la accentua fuori misura], soprattutto in riferimento ad un certo mondo di persone famose. [cf ieri le nozze reali in Inghilterra tra William e Kate!] Famose, soprattutto, perché? Al riguardo, può essere istruttivo, ad esempio, ricordare che nell’antichità pagana i campioni dello sport e gli attori erano considerati persone con minore dignità … Oggi sono considerati divi! [più progresso o più regresso?] Lo sport e lo spettacolo, cose buone, in questo modo debordano da un sano senso della misura.
E così, i valori (veri) vengono spesso disattesi, se non derisi e sovvertiti; la sessualità viene banalizzata. Sembra avere predominio un putridume maleodorante, che non è innocuo, ma provoca conseguenze devastanti: pensiamo anche soltanto al rapporto tra trasgressione sessuale e violenza, come tanti fatti di sangue continuamente confermano.

È facile distruggere, rovinare; è molto più difficile e faticoso costruire.
Nel naufragio dei valori, rischiano di naufragare intere generazioni, vittime di un sistema creato dagli adulti.  “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei“. Questo noto proverbio potrebbe essere tradotto anche in altro modo: “Dimmi che cosa leggi e ti dirò chi sei“, o ancora: “Dimmi che programmi segui, che spettacoli ti appassionano e ti dirò chi sei“.

Chi, se non per saltuaria curiosità o per un qualche collegamento passeggero, ma con regolarità si interessa e si appassiona a spettacoli o programmi vuoti, superficiali, volgari o peggio [come “il grande fratello“, programma globalizzato (el gran hermano, the big brother) oppure altri simili o anche peggiori] o è una persona insulsa o rischia di diventare una persona insulsa. Con tutte le conseguenze che ne derivano. Non è questione di libertà di scelta o di proposta, è questione di un minimo di dignità, di una consapevolezza dei rischi che si corrono nel proporre o nell’appassionarsi a certi programmi.

Terza parte / Comunicazione ed educazione oggi

Qual riparo?“, diremmo con il Pavoni. Che fare? Qui ci si appella alle sinergie di coloro a cui sta a cuore l’uomo, a cui sta a cuore il futuro della società (della patria) e dell’umanità. Personalmente ho meno paura della presenza e della forza tra noi dei musulmani; ho più paura della debolezza di noi italiani, di noi cristiani. Quale debolezza? Quella legata al nostro svuotamento di valori umani e cristiani.

La vita è bella, ma è difficile e impegnativa. Anzi, affermava il filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1855): “Non è la vita che è difficile, ma è il difficile che è (la) vita“.
L’uomo tende alla felicità, cerca la felicità. Tutta la ricerca filosofica, interpretando il cuore umano, è concorde su questo tratto. Ma dove l’uomo trova la felicità in modo vero e duraturo, al di là del piacere fugace che può recare buna certa forma di divertimento o anche di trasgressione? Ci rendiamo conto che la felicità non coincide con il divertimento.

Non ci può non colpire l’incisiva immagine del poeta indiano Tagore (1861-1941): “Dormivo e sognavo che la vita non era che gioia. Mi svegliai e vidi che la vita non era che servizio. Servii e compresi che nel servizio c’era la gioia“.
La scomparsa del servizio! La sottovalutazione dello spirito di servizio! Ai ragazzi non si insegna il servizio, non si chiede nessun servizio, nessun sacrificio. Li si accontenta in tutto. E continuano ad essere immaturi, adolescenti per tanta parte della vita.

Non ogni desiderio è un† diritto. In tanti programmi la trasgressione, la violenza e l’egocentrismo vengono elevati ad esempio da imitare. Qui sta l’insulsaggine: la presentazione e l’approvazione di modelli negativi, di “eroi” negativi.

Qual riparo?“, ripeteremmo con il Pavoni. La comunicazione e l’educazione giocano un ruolo fondamentale anche oggi. La comunicazione, è stato detto, crea “un rapporto tra persone”, è “l’incontro tra due libertà”.† Comunicare , dunque, “è sempre (anche) educare” (Ambrosio), incide sull’educazione. Comunicare concorre ad educare o a diseducare, a favorire una vera educazione o ad impedirla o renderla difficile. Non esiste una comunicazione neutra.

Ho trovato molto interessante la testimonianza di uno scrittore attuale, Norman Manea, un romeno (di 74 anni) esule a New York, che ha affermato: “La mia letteratura persegue il principio dell’est-ethica. La grande letteratura è sia estetica che etica, senza diventare mai moralista. Tre sono gli aspetti fondamentali in letteratura: bellezza, verità e bontà. Dalla loro combinazione sgorga la grande letteratura“.
Quello che Manea riferisce alla letteratura può essere esteso a tutto il mondo della comunicazione. Il bello si accorda col vero e con il buono. Soltanto con la salvaguardia di questi riferimenti, la comunicazione realizza il suo scopo e concorre alla crescita autentica dell’uomo e al bene della società.
Non è sufficiente abilitare le nuove generazioni al “saper fare”; è necessario abilitarle anche al “saper vivere” (Brambilla). E questo non vale solo per i giovani, ma anche per gli adulti, per tutti.

Una certa idea di divo – esaltata nei mezzi di comunicazione di massa – è diventata il modello normale” (Rondoni). Ma, dobbiamo domandarci, dove sta la riuscita nella vita, il realizzarsi come persone, il trovare la vera felicità? Coincide forse con il successo, con il diventare famosi, con l’avere più benessere?

No di certo.
Riuscire nella vita, realizzarsi, trovare gioia vera è – lo ricordava Tagore – è impostarla nella logica del servizio. Chi si mette al servizio, secondo i talenti che scopre in sé, realizza la sua vita. La riuscita nella vita sta nel dare consistenza ai veri valori, quei valori umani, che trovano nel vangelo una solida conferma: perché ciò che è veramente umano è cristiano e ciò che è autenticamente cristiano è profondamente umano. “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. (Gv 15, 11). “C’è più gioia nel donare che nel ricevere” (At 20, 35).

Su questo terreno si gioca la sfida della comunicazione e dell’educazione.
La questione educativa, diventata oggi un’emergenza, richiede un’alleanza educativa: tra tutti coloro che hanno a cuore il bene dell’uomo e della società; compresi, in particolare, coloro che hanno forti responsabilità nella conduzione dei mezzi di comunicazione di massa. Essi devono favorire una comunicazione fatta di proposte che sappiano coniugare il bello con il vero e il bene. Solo così si favorisce un’autentica educazione.

E su questa sfida (sfida educativa), persone come il beato Lodovico Pavoni [o come Giovanni Paolo II, oggi vigilia della sua beatificazione], continuano ad essere di aiuto, di riferimento, ad incoraggiare, a non cedere di fronte alle difficoltà, a osare imprese innovative.
Padre Pavoni, come lui stesso ha affermato, ha concepito sui giovani le più belle speranze. E li ha aiutati ad essere bravi artigiani, onesti cittadini e ottimi cristiani.
Un programma, un ideale di vita (questa triplice finalità: professionalità, onestà e fede) che permane valido, pur nel cambiamento dei tempi e nelle conquiste tecnologiche di oggi.

Padre Pavoni si è buttato nel campo dell’editoria, per contribuire a diffondere una cultura sana e cristianamente ispirata. Una sfida decisiva e attuale più che mai, un campo aperto a tutti gli uomini di buona volontà, ricco di opportunità e di mezzi, oggi più di ieri.
Anche il museo tipografico di Artogne concorre a mantenere vivo questo ricordo e questi insegnamenti di padre Pavoni.
Grazie a Simone Quetti e a tutti coloro che hanno collaborato e che collaborano con lui.

padre Lorenzo Agosti – Superiore generale dei Pavoniani (FMI)


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