Il segreto delle imprese di successo

Scritto da il 23 gennaio 2018 in Gestione, MERCATI & AZIENDE - Nessun commento

L’orologio del business segna solo 3 ore: innovazione, imitazione, posizione. Questi i concetti sviluppati dal prof. Fernando G. Alberti al convegno Gipea svoltosi lo scorso 29 novembre al LIUC di Castellanza.

Al convegno Gipea di Castellanza (VA) – di cui abbiamo rioferito nel nostro resoconto in diretta e a cui rimandiamo   – ci si era posti proprio l’obiettivo di creare un filo rosso tra aziende produttive e ricerca.
Per l’occasione il prof. Fernando G. Alberti, direttore del Centro sull’imprenditorialità e la competitività e Council Leader presso i LIUC Business School Institutes, e MOC/ISC – Harvard Business School, ha tenuto la sua lezione indicando i concetti di base per un’impresa di successo.

Fernando Alberti è partito dalla constatazione che l’orologio del business segna solo 3 ore: innovazione, imitazione, posizione, ha indicato la posizione nell’ambito della sopravvivenza competitiva: “dove si posiziona l’azienda in questo spazio delimitato da economicità, offerta, qualità, funzionalità?” domanda il docente.

Modelli di business

La sua risposta si posiziona nei modelli di business di successo che, dice Alberti, sono quelli che cambiano le regole del gioco. Ma come?
Partiamo dalla velocità: “occorre essere veloci?” Sì, ma attenzione, come diceva il pilota Mario Andretti, Se hai tutto sotto controllo significa che non sei abbastanza veloce. Allora, tanto più in tempi di Industria 4.0 in cui il tenere tutto sotto controllo diventa un fattore primario per la produttività e competitività, cosa conviene scegliere? L’imprenditore deve saper gestire anche questo tipo di scelta.
Segue quindi una affermazione, che riteniamo piuttosto provocatoria: “Le imprese di successo – dice Alberti – sono quelle che hanno un ROI superiore del 50% rispetto alla media di settore per 3 anni di fila.” In pratica poche.

 Core business

La relazione si focalizza quindi sul core business di una azienda, che si riassume in ‘profondità ma non ampiezza di gamma’, vale a dire prodotti specifici ad alto valore aggiunto piuttosto che di tutto a basso prezzo; e poi ‘continua innovazione’ di prodotto e di processo; ma anche ‘innovazione aperta’ restando sempre attenti alle esigenze di un mercato in continuo cambiamento; ‘forte internazionalizzazione’, che è una naturale soluzione per aziende italiane che operano in un mercato ristretto; ‘selezione dei clienti’ per evitare quelli non solventi o ‘rognosi’; ‘controllo della filiera’; ‘differenziazione e attenzione ai costi’.
Il primo tra i concetti espressi ‘no diversificazione’ può incontrare qualche dubbio da parte di imprenditori che invece sentono la necessità di diversificare per evitare di trovarsi spiazzati da cambiamenti tecnologici (tipico l’esempio delle fotolito di 20 anni fa). Ma nel caso specifico si intende che una specializzazione, anche se di nicchia, può ripagare per la maggiore competitività che ne deriva.

Il genio in azienda

Il relatore passa poi a fattori di carattere umano e organizzativo.
Che cos’è il genio? Per una azienda è certamente fantasia, intuizione, capacità di decisione e, di conseguenza, velocità d’esecuzione.
Prendendo in esame le risorse necessarie, elenca la forte capitalizzazione, gli investimenti continui in ricerca e sviluppo, avere impianti innovativi.

Quanto alle competenze, raccomanda una sapiente gestione della governance. la qualità della compagine imprenditoriale, l’iniezione di competenze manageriali e condivisione di conoscenza per l’innovazione. A questo proposito cita le regole di cultura organizzativa del “Uomo da Sei Milioni di Dollari”: assumete persone migliori di voi, mettetevi da parte e accettate i fallimenti.

La relazione si conclude con la definizione delle capacità imprenditoriali: “capacità di rilevamento, capacità di assorbimento, e in particolare la capacità combinatoria quella che coglie capacità di trasformazione della capacità.”

Lascia un commento