Su Kodak e il Capitolo 11

Scritto da il 7 gennaio 2012 in MERCATI & AZIENDE - 1 Commento

A caldo, poche ore dopo la pubblicazione della notizia su Kodak, riceviamo questo simpatico e interessante commento.
Simpatico per il modo  in cui viene presentato al lettore; interessante (e utile) per l’analisi che ne esce.
Attendiamo altri commenti.

di Vittorio E. Malvezzi
A diciotto anni, qualche giorno fa dunque, ero un giovinotto di belle speranze con tanto di Nuova 500 personale. Con l’amico Roberto, che qualche anno più tardi sarà il mio testimonio di nozze, decidiamo di fare sistema, come diremmo oggi, in quanto dotato di tenda e partire per una grande avventura: Milano/Taormina, e ritorno, possibilmente. Sai a quei tempi di Tailandia o Maldive se ne parlava solo sui libri e qualche volta al cinema, ma l’avventura casalinga ci dà un ritorno dell’investimento altamente encomiabile perché così si impara a conoscere l’Italia e con un po’ di buona volontà anche gli altri Italiani.
Ovviamente per cotanta impresa occorre una adeguata preparazione: logistica, comunicazione con casa dove ogni ora si preoccupano sempre più (ancora non esiste Internet e le chiamate telefoniche vanno debitamente prenotate al centralino) e documentazione.
Visto che una foto vale mille parole, sfodero orgogliosamente la Rollei 6×6 con obiettivo Tessar, acquistata di seconda mano, e programmo l’acquisto delle pellicole. Rito che oggi con un paio di microschede ti vien da ridere, soprattutto se poi disponi, e come potrebbe essere il contrario, di un software per correggere eventuali scatti malriusciti.
Allora no, prima bisognava decidere quale tipo di pellicola acquistare: costo, dolenti note vista l’incidenza sul budget, sensibilità… oggi parlare di DIN e ASA… ti guardano come un mentecatto, ma allora era un dramma se ti trovavi in spiaggia con una pellicola tanto sensibile da non riuscire ad ovviare nemmeno scendendo a 1/32. O al contrario, se volevi azzardare foto di sera, dovevi avere qualcosa che andasse d’accordo col flash. Mica per niente i professionisti li vedevi girare bardati come marines e con 2 o 3 macchine appese al collo (eh sì, caro Vittorio, pensa te che, sia pur un decennio più tardi, mi sono recato sulle Ande e al mitico Machu Picchu coronando un sogno di lustri, con la pellicola sbagliata! – ndr).
Per un’occasione del genere, a malincuore perché bisognava aprire di più il portafoglio, non bastava la solita pellicola Ferrania. Sì lo so a te sto nome dice poco o niente, ma non ti preoccupare, anche il correttore automatico continua a intervenire per scrivere il nome in altro modo (magari sbagliato). Ma allora era un’industria nazionale di cui si andava fieri e sfornava consumabili a buon prezzo. Avevano un po’ il difetto di virare all’azzurro, ma andiamo… si chiudeva anche un occhio, di solito. Tranne che nelle occasioni speciali, come l’epica trasferta a Taormina.
Eh no, caro mio, qui ci voleva proprio la Kodak!

Il Chapter Eleven

Ammetto: l’ho presa un po’ lunga per commentare il passaggio della Kodak in quella specie di dimmihtudine che è negli States il Chapter Eleven. Il fatto è che Kodak per quelli della mia generazione, non era solo una marca commerciale, era un traguardo e un compagno di strada.
Il marchio veniva con un alone di gloria riflessa, Hollywood e il cine in Technicolor, i primi Colossal con attori oggi passati nel mito. Il tutto condito con un controllo di qualità che garantiva una effettiva resa migliore. Tanto che sfoderare il tagliando bicolore della ricevuta per lo sviluppo, diventava una specie di status symbol.
Tutto il tarabacul che girava attorno al business, e che spero di averti almeno in parte reso se non l’hai vissuto come me, era proprio il core-business di Kodak. Sì, è vero, produceva anche altri articoli, magari qualche macchina fotografica, strumenti di controllo, accessori. Ma erano proprio questo: accessori. Tutto l’affare stava in piedi sui milioni di rullini commercializzati.
Così che quando un giorno, che si può come spesso accade giudicare bello o brutto secondo i punti di osservazione, è saltato fuori l’incredibile e cioè che si stava facendo a meno delle pellicole… per Kodak sono cominciati i problemi. Se non avesse avuto alle spalle tutta la potenza accumulata negli anni (e non si fosse convertita alla stampa digitale, cosa che alcuni fabbricanti di macchine offset non hanno fatto – ndr) sarebbe andata in ginocchio nel giro di alcuni mesi. Così invece ha avuto il tempo di tentare almeno una reazione, metter su quella che avrebbe potuto essere una linea di difesa. Le macchine digitali di Kodak erano una garanzia, almeno all’inizio. Soprattutto per via degli obiettivi di cui poteva disporre e di una certa praticaccia in materia. Lo chiamano know-how.
Poi anche qui i colossi dell’elettronica, hanno avuto la meglio.
Un ultimo disperato rigurgito di orgoglio li ha portati a mettere sul mercato proprio la cosa più preziosa: i loro brevetti. Tentativo disperato appunto, anche se fosse andato in porto, perché una volta messa in mano alla concorrenza la sua abilità e le sue conoscenze tecniche, si sarebbe trovata ancora più in difficoltà a reggersi sul mercato.
E così siamo arrivati all’ultimo atto. Dico questo non perché fraintenda gli scopi del Chaper 11. Questo strumento legale nasce, al contrario di altre pratiche di liquidazione coatta amministrativa in atto da noi, non per proteggere i creditori, ma per dare fiato e copertura all’azienda in difficoltà evitando che azioni dirette da parte di uno o più creditori diano il colpo di grazia all’azienda in difficoltà.
Quindi Kodak non è finita perché ammessa al Capitolo 11. È finita piuttosto perché è finito il mondo cui lei dava quello che gli abbisognava. Se non è riuscita negli anni passati a inventarsi un nuovo lavoro (parliamo di Eastman Kodak, ovviamente – ndr), difficilmente riuscirà a farlo ora. Sono cose accadute ad altri operatori, specie nel nostro ambiente in totale e tumultuosa trasformazione. Un altro pezzo del nostro mondo che se ne va.
Se sei un irrimediabile ottimista, uno che ha preso sul serio la menata di pensare sempre positivo, mi dirai che per ogni porta che si chiude, si apre un portone. Nonostante le premesse, ti do ragione: è vero.
Purtroppo però le porte e i portoni non sono mai costruiti con lo stesso materiale, spesso neppure dagli stessi fabbricanti.

E per finire, caro lettore, se ti interessano gli aspetti economici e finanziari in generale, puoi leggermi anche qui, tutti i fine settimana:  http://www.soldionline.it/network/mercati-usa/ con l’ultimo contributo settimanale http://www.soldionline.it/network/mercati-usa/la-tassa-sulla-miseria.html

1 Commento on "Su Kodak e il Capitolo 11"

  1. Vittorio E. 8 gennaio 2012 alle 11:19 · Rispondi

    Lo studio che aveva anticipato la chiusura di Kodak, adesso tira fuori qualche altro nome per il 2012: tra questi dopo Kodak, che veniva al primo posto, al terzo posto c’è Avery Dennison:
    http://finance.yahoo.com/blogs/daily-ticker/prediction-famous-brands-disappear-2012-010414512.html

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