Il Segreto del Lago del Dieci – 3

Scritto da il 15 luglio 2017 in Varie - Nessun commento

CAPITOLO 3

Fummo svegliati appena dopo il sorgere del sole dal prevedibile trambusto di una famiglia cosí numerosa e certamente laboriosa. Nonostante il giaciglio non certo morbido, avevo dormito profondamente, anche se sulle prime avevo tardato a prendere sonno per i pensieri che mi turbinavano in testa. Le parole dei nostri ospiti mi avevano turbato, ma il loro atteggiamento mi aveva colpito favorevolmente, e mi rendevo conto che se, da un lato, stavo direttamente immergendomi, come avevo desiderato, in quel mondo non perfettamente conosciuto che è l’originaria civiltà andina, dall’altro sapevo che avrei dovuto usare molta accortezza nel trattare con uomini giustamente diffidenti e prevenuti verso gli europei che, dopo averne distrutto l’antica civiltà, li aveva dominati e trattati alla stregua di animali da lavoro.
D’altra parte, ero abbastanza ottimista, perché cosí come avevo facilmente conquistato la fiducia di questo anziano ñaupaqenk, non c’era ragione per cui non avrei ottenuto altrettanto dagli altri personaggi che avrei incontrato sulla mia strada, e persino dal vecchio saggio Yupanqui.
Collegavo il nome di Yupanqui con il dono misterioso che mi era stato affidato; non avevo avuto il coraggio, o forse la presenza di spirito, di cercare di saperne di più. Ma gli avvenimenti si erano svolti con tale rapidità da rendere molto difficile trovare le parole giuste, senza alterare un equilibrio, che un errore, seppur minimo, avrebbe potuto turbare. Meglio tenersi i dubbi e accontentarsi di quello che per il momento consideravo un fortunato insieme di concomitanze favorevoli. Certo ne avrei parlato con Olano e avevo la sensazione che lui non fosse affatto all’oscuro della faccenda: certamente il mio arrivo era stato annunciato con il dovuto risalto, se era bastato cosí poco per ottenere la fiducia di gente chiusa e diffidente nei confronti di noi europei, i gringos. Dovevo comunque cercare di agire con sagacia o quanto meno con molto acume e prudenza, se volevo riuscire a farmi spiegare qualcosa, ma già sapevo che quanto a furbizia è già difficile stare alla pari con un quechua, figurarsi Olano!
Dopo una colazione a base di frutta e caffè caldo, o qualcosa che gli assomigliava per il colore più che per il gusto, salutammo i componenti dell’ayllu ai quali lasciai per ricordo una calcografia di Venezia, e ci avviammo per iniziare la seconda tappa del nostro trasferimento.
Durante questa seconda giornata si sarebbero dovuti superare alcuni valichi, ma non piú alti di quello che ci aveva portato fuori dal bacino del Titicaca, e saremmo poi scesi fino a portarci a una quota ancora molto elevata rispetto alla Selva, ma già su quel versante, sempre sopra ai 3000 metri.
La missione, come potei vedere nelle carte che Olano aveva con sé, era situata proprio poco prima, nelle proporzioni di una mappa geografica, dell’inizio di una zona segnata da una vasta macchia di verde scuro, alla destra di un fiume che Olano mi disse essere il Grande Mamoré, che faceva una grande curva verso la Bolivia prima di voltare decisamente a nord in un lungo percorso che lo avrebbe portato ad alimentare altri fiumi e finalmente nel Rio delle Amazzoni. Quello che non fui in grado di osservare, è che quel “poco prima” sulla carta non ha alcun rapporto con l’impercorribilità pratica di certi dislivelli.
Preso dai miei pensieri e da un umore ancora non molto predisposto alla conversazione, lasciai passare parecchio tempo senza rivolgermi a Olano; il quale guidava il vecchio veicolo, che avanzava cigolando e traballando piú del giorno precedente. Anche lui non parlava. Mi aspettavo che dicesse qualcosa sull’incontro della sera precedente, ma anche lui taceva.
«Olano – dissi finalmente interrompendo un silenzio che cominciava a pesare – ora devi dirmi tutto quello che devo sapere su questi misteri.»
«Quali misteri, Señor?» mi rispose guardandomi con un sorriso tra il furbo e il malizioso.
«Lo sai benissimo» dissi cupo. Poi, vuotando il sacco, aggiunsi: «Prima di tutto dobbiamo parlare della missione. Poi non vorrai certo che io mi tenga questo dono misterioso, senza volerne sapere di piú. Devi anche dirmi come poteva supporre il ñaupaqenk, che io porterò quel dono proprio a Yupanqui; e perché lo ha affidato proprio a me. Tu non mi avevi parlato di questi amici, tuoi o di chissà chi. Oltre tutto, se io non avessi saputo rispondergli nel modo giusto, forse a quest’ora avrei già finito il mio viaggio.
«Señor, tu fai troppe domande. Come fa Olano a risponderti a tutto?» nella sua voce c’era persino un tono supplichevole, ma sapevo benissimo che era simulato.
Cominciavo a conoscerlo abbastanza per capire dove voleva arrivare, e se questo da un lato mi indispettiva, dall’altro mi faceva crescere la fiducia in lui. Però volli giocare la carta di colui che pretende di non essere tenuto all’oscuro e che ha diritto di sapere tutto ciò che c’è da sapere. Per cui reagii con un certo cipiglio.
«Tu sai benissimo rispondere a tutte le domande, perché sei tu che mi hai messo tutti questi dubbi in testa. Quindi è tuo dovere essere perfettamente chiaro. Cosa mi nascondi?»
«Señor, Olano non vuole nascondere nulla.»
Attesi che continuasse e cominciasse a darmi qualche risposta, ma tacque.
«Allora?»
«Cosa Señor?»
«Cosa?! Tu mi prendi in giro…»
«Señor, Olano non si permetterebbe. ¡Por favor!» esclamò alzando entrambe le braccia e abbandonando di conseguenza il volante della già piuttosto instabile camioneta.
«Va bene, va bene, non ti offendere, e soprattutto tieni forte il volante; so che sei una buona guida. Ma devi ammettere che non posso restare cosí a lungo nell’incertezza» dissi in tono conciliante, battendogli una mano sulla spalla.
Ora sembrava piú arrendevole.
«Per quanto riguarda la missione, domani sera potrai direttamente parlarne con Padre Ruíz.»
«Domani? Non ci arriviamo oggi?»
«No señor, le strade non sono facili. Ci fermeremo in una piccola tenuta non lontano dalla missione.»
«Altra novità. Comunque ora spiegami tutto quello che c’è da spiegare.»
«Mi devi scusare, Señor, però temo che non saprei spiegarti le cose bene come Padre Ruíz. Per questo non posso risponderti.»
«Ma saprai pure di cosa si tratta!»
«Seguro, Señor. È una missione di gesuiti. Padre Ruíz conosce molto bene questa regione e tutti gli uomini che vi abitano. Padre Ruíz è un quechua come noi. Lui non è un meztizo, un sangue misto.»
«Beh, non vedo cosa importi se un prete è di sangue misto o puro quechua.»
«Oh importa, e importa molto, qui da noi. Vedi, Señor, gli spagnoli ci hanno imposto una loro religione. Questo ci poteva andare bene, anche perché i nostri antenati non avevano altra scelta. Però non potevamo dimenticare la nostra.»
«Certo, ma so anche che qui la religione cattolica è molto adattata alle vostre credenze e tradizioni.» Non volli usare la parola superstizioni, nel timore di irritarlo, e del resto non è che nella pratica della religione cattolica le superstizioni non manchino, specialmente nei Paesi mediterranei.
«Sí, Señor, è adattata, ma un prete bianco o anche criollo non può comprendere perfettamente l’essenza della nostra religiosità. Solo un vero quechua può farlo.»
Restammo un po’ in silenzio, mentre ripensavo a queste parole e a quello che poteva essere il loro vero significato. Non riuscivo ancora a percepire quale fosse la differenza. Un prete vale l’altro, pensai, specialmente un gesuita, con la profonda preparazione che deve avere, prima che gli sia affidata una missione, per garantire una completa ortodossia del suo pensiero e delle sue azioni.
«Olano» ripresi quindi dopo qualche minuto «un gesuita ha le sue precise regole. Che sia gringo o quechua, non vedo che differenza possa fare.»
«È per questo, Señor, che Olano non è in grado di spiegarti precisamente quello che è la missione. Devi avere pazienza. Ti sarà utile.»
Mi parve una risposta sensata e non volli piú insistere sull’argomento. Passai quindi a quello altrettanto avvincente e misterioso dell’oggetto che mi era stato consegnato.
La presi comunque alla larga.
«Tu sai che ieri sera ho corso un rischio, quando il vecchio mi ha chiesto se sapevo chi è un ñaupaqenk
«No Señor, nessun rischio.»
«Come no?» cominciai nuovamente a scaldarmi.
«Non hai corso nessun rischio perché tu lo sapevi cos’è un ñaupaqenk
Mi sentii disarmato di fronte a tanta finta ingenuità.
«Vuoi prendermi in giro? »
«No Señor. Tu non verresti a cercare Yupanqui senza conoscere a fondo la nostra civiltà.» Mi rispose con una tale limpidezza e con un sorriso cosí ampio, che non seppi piú come reagire.
In fondo aveva ragione. Non era certo un caso che conoscessi il significato di una parola per quanto non facilmente memorizzabile, come ñaupaqenk; anzi sapevo anche che i veri quechua indicavano come kepa ñeqen gli indios della nuova generazione. Dunque, lui era certo della mia risposta.
«Allora tu sapevi che sarei stato in grado di rispondere?»
«Certamente, Señor.»
«Ma tu sapevi che mi avrebbe fatto quella domanda?
«Sí Señor.»
«E allora perché non mi avevi avvertito!»
Mi guardò con aria meravigliata. Compresi l’inutilità della mia domanda. Cosí come era inutile insistere a ragionare con la mia logica, una logica completamente diversa da quella cui stavo andando incontro e alla quale avrei dovuto abituarmi.
Fu questa per me una lezione molto importante, della quale dovetti prendere atto e che dovevo tenere ben presente per tutto il tempo del mio viaggio. Dovevo dimenticare di ragionare come un europeo, o anche un criollo, abituato a sotterfugi, a mezze parole, a frasi convenzionali. Stavo entrando in contatto con un mondo per il quale il sí è sí e il no è no. Non ci sono vie di mezzo, ma soprattutto, non c’è spazio per l’inganno. Qui mi avrebbero guardato dentro, come se fossi stato di vetro. Ora capivo, perché tanti archeologi e studiosi non riuscivano a venire a capo dei molti misteri di questa civiltà. Forse ragionavano con una mentalità troppo lontana da questa realtà. Non riuscivano a spogliarsi della presunzione del proprio sapere. Quale fosse il sapere piú profondo tra uno studio, per quanto accurato, ma sempre condizionato, e l’immedesimarsi in un pensiero completamente alieno dalle nostre abitudini radicate, non era facile da ammettere. Ma già ne intuivo la risposta.
Da questo momento vidi in Olano un amico, un compagno, piú che una guida. Potevo sbagliarmi, sempre ragionando con la mentalità europea, ma mi fidavo del mio intuito, che si stava affinando, a mano a mano che andavo avanti.
«Olano» dissi con un tono molto piú amichevole di prima «hai idea di cosa ci sia in quella teca di ossidiana?»
«Non so Señor.» Ma dopo una pausa aggiunse. «O forse sí.»
«Forse? E cosa supponi che sia?» la sua risposta mi incuriosiva.
«Non so se posso dirlo Señor. Tu mi devi promettere di non aprirla per guardare dentro.»
«Certo che non la aprirò. So di non essere autorizzato.»
«Ma sei sicuro di non avere il desiderio di aprirla?»
«Il desiderio certo.» Feci una breve pausa, pensando a quanto sarebbe stato facile aprirla, o almeno provarci. Ma consideravo quell’oggetto con tale venerazione, che non mi era neppure venuta in mente questa possibilità. Gli espressi questo mio pensiero e Olano non mi parve affatto meravigliato.
«Sapevo anche questo Señor.»
«Questo cosa?»
«Che non pensi di aprirla.»
«E come fai a saperlo?»
«Precisamente come sapevo che avresti dato la risposta giusta.»
Ancora una volta mi ero lasciato ingannare dalla nostra logica.
«Allora Olano, penso che se non puoi dirmi cosa contiene, io non ho il diritto di chiedertelo.»
«Tu ne hai il diritto. I miei amici sanno che mi avresti chiesto cosa contiene.»
«E sanno che tu me lo avresti detto, o sanno che manterrai il segreto?»
«Nessuno ha detto che questo è un segreto. Io credo di sapere e penso che anche tu potrai saperlo.»
Attesi che continuasse, rivelandomi il contenuto della teca, ma come potevo immaginare, Olano tacque. Dovetti ancora una volta sollecitarlo.
«Olano, dimmi, per favore.»
«I nonni del ñaupaqenk avevano ricevuto questo oggetto, non so da quanto tempo e lo hanno sempre tenuto ben nascosto nella loro casa. Da quando in questa zona non c’è piú il pericolo di essere portati via a forza per lavorare nelle miniere o nelle grandi tenute dei padroni bianchi o meticci, ne hanno parlato con i preti della missione. Avrebbero potuto conservarlo, ma durante un cabildo si è deciso di mandarlo a Yupanqui.»
«Un cabildo
«Una riunione tra ayllu. Ora tu hai la possibilità di dargli un valore molto superiore a quello che ha avuto fino a oggi.»
«Non capisco. Un momento, chi ha suggerito di affidarlo a me?»
«Padre Cobo.»
«E chi è?»
«Un collega di Padre Ruíz.»
«Quello della missione?»
«Sí, Señor.»
«Capisco sempre meno Olano. Perché non ti spieghi?»
«Olano è solo un povero quechua e preferisce far parlare Padre Ruíz.
«Anche padre Ruíz è un quechua…»
«Si Señor, però Padre Ruíz ha studiato.»
«Olano, tu non vuoi dire tutto. Perché? Non ti senti sicuro di me? Per questo non ti biasimo. Forse anch’io ragionerei come te. Se non ti senti di parlare saprò attendere.»
«Olano è sicuro di te, Señor. Per questo ti dirà tutto. Però temo di non saper dire le cose nel modo giusto.»
«Ma cos’è quell’oggetto?»
«Un khipu
«Un khipu?!» esclamai con vigore. Mi sentivo improvvisamente preso da mille sentimenti. Per molti quel khipu avrebbe rappresentato ben poco. Poteva essere come uno dei tanti conservati nei vari musei del mondo. Come quelli che avevo visto, a Lima, come a Firenze, per non parlare dei khipu riprodotti sui libri. Senza ancora averlo visto, senza sapere di cosa realmente si trattasse, il fatto stesso che avevo in mano un oggetto tanto considerato, quasi venerato, e contenuto in una teca preziosa, mi dava la certezza che questo era un khipu importante. Avevo la convinzione che si trattasse di uno di quelli che chiamano khipu letterari. Non poteva certo limitarsi a contenere i conti di qualche esattore di provincia.
«Olano» ripresi quando riuscii a calmare i miei pensieri «allora tu sapevi dell’esistenza di questo khipu?»
«Sí Señor, è una leggenda che molti di noi conoscono, ma pochi sanno che è vera.»
«Una leggenda?»
«Tu sai Señor, che Huaskar fece gettare i khipu che raccontano la storia degli incas nel Lago Chungara, che nella nostra lingua significa Lago del Dieci, nella valle dell’Urcos.»
«Certo, e che secondo la leggenda contenevano tutta la storia dell’impero. E là fece gettare anche il tesoro della famiglia.»
«Una leggenda, che il nostro popolo non ha mai voluto rivelare a nessuno degli spagnoli, dice che alcuni khipu, che raccontano la fine dell’impero, non erano stati messi nelle arche d’oro affondate nel lago.»
«Ma questo è uno solo.»
«Non parlo di questo. Il khipu che ti è stato affidato dovrebbe rivelare dove si trovano i khipu nascosti. In origine questo khipu fu affidato a un prete dei nostri. Nessuno però sapeva dove era finito. Quando ormai si pensava che fosse stato perduto o rubato dai Conquistadores, la leggenda dice che un gesuita nascose questo khipu e lo portò in una missione, nascondendolo in una fossa nel terreno.»
Qui Olano si chiuse improvvisamente nel silenzio e non parlò per diversi minuti. Non osai interromperlo, ma alla fine dovetti cedere.
«Come finisce la leggenda?»
« È finita Señor.
«Ma il khipu è stato ritrovato, e perché era nelle mani del ñaupaqenk?»
«Il khipu è stato ritrovato e fu affidato al nonno del ñaupaqenk perché era il capo piú saggio tra i quechua.»
«E gli antenati di Yupanqui?»
«Quando gli fu donato nessuno sapeva della loro esistenza, e ancor oggi pochi credono che Yupanqui esista davvero e pochi sanno chi sia realmente. In quel periodo vivevano nascosti nella montaña.»
«E come fu ritrovato?»
«Questo te lo dirà Padre Ruíz, o Padre Cobo.»
Era incredibile come soltanto nei due primi giorni, in un viaggio che doveva essere di semplice trasferimento, venni a conoscenza di fatti del tutto sconosciuti pur dopo aver letto tanti libri e visitato diversi musei. Mi chiesi come si può essere cosí ingenui da considerare cultura quella che si apprende dai libri, senza immergersi in quel vasto mare di conoscenza che si può trovare anche nel piú umile degli indios.
Cominciavo a dover rivedere molte delle mie radicate convinzioni. E ne fui felice. Grazie a questa conversazione il nostro viaggio fu piacevole, nonostante lo stato delle strade ormai ridotte a semplici piste a volte su terra tra le rocce, a volte lungo desolate distese di erba gialla dove i soli esseri viventi erano alcuni branchi di lama, o forse guanachi, che fuggivano all’apparire del nostro rumoroso veicolo; in cielo volteggiavano grandi uccelli, sparvieri e forse qualche raro condor. Di tanto in tanto Olano canticchiava una canzone. Sostammo alcune volte sia per necessità, sia per ammirare paesaggi affascinanti pur nella loro desolazione.
Prima di sera giungemmo in vista della tenuta da lui annunciata. Poche capanne di mattoni di adobe con tetto di paglia gialla, qualche recinto di legno, molti bambini laceri. Ci fermammo davanti a quella che sembrava la casa piú grande, anche se sarebbe stato piú corretto chiamarla capanna. Olano era ben conosciuto anche qui e fu accolto con entusiasmo. Parlavano tutti assieme, mi salutarono con allegria. I loro visi segnati dal sole di queste altitudini era duro e severo, ma gli occhi brillavano con una vivacità che raramente vedevo dalle nostre parti. All’interno la casa era modesta e, come quella di Olano, aveva il pavimento in terra battuta e pochi mobili: appena un fornello con la bombola del gas e mi chiesi come potevano procurarsi il ricambio; e una radio, che qui già significa benessere. Le pareti erano costituite da tende di tela pesante, come quella dei poncho, forse tessuta da loro stessi. Mi fecero visitare anche le altre capanne, che erano laboratori di tessitura, dispense per attrezzi e riserva di granaglie, patate e carne secca. Olano scaricò dalla camioneta una bombola di gas che non avevo notato prima, e ne caricò una vuota.
Passammo la serata cenando seduti per terra con un fuoco nel mezzo, sul quale avevano cucinato mais, patate e sul quale, già al nostro arrivo, bolliva una gran pentola con legumi e un porcellino d´india. Mi fecero molte domande sull’Italia, sul Papa, come se fosse un mio vicino di casa e del quale dovevo sapere tutto. Poi qualcuno prese un charango, quella specie di chitarra delle Ande con la cassa armonica ottenuta dalla corazza di un armadillo o, come lo chiamano qui, un quirquincho, e cominciò a suonare le affascinanti musiche andine cantando e battendo il ritmo su semplici strumenti di legno. Canzoni allegre alternate ad altre in cui bastava la musica, anche se non ne comprendevo le parole, a indicare una struggente tristezza, che forse accompagna queste persone da qualche centinaio d’anni.
Fortunatamente, per le mie ossa malridotte per il viaggio, la serata non durò a lungo e già prima delle nove ci recammo tutti a dormire, su stuoie, nella stessa stanza. Non avvertii l’odore del cibo, né del sudore, e mi addormentai profondamente fino all’alba quando le donne furono le prime ad alzarsi per accendere il fuoco e preparare un caffè che sapeva di tutto fuorché di caffè.

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