Il Segreto del Lago del Dieci – 7

Scritto da il 12 agosto 2017 in Varie - Nessun commento

CAPITOLO 7

Uno spettacolo imponente, quanto desolato in tutta la sua crudezza, mi si aprì davanti d’improvviso, allorché giungemmo sul vasto crinale che dominava la valle, lungo la quale eravamo risaliti, dopo aver riattraversato il ponte che alcuni giorni prima ci aveva portato sul fianco dove si trovava la missione. Stavamo ora percorrendo un tratturo insidioso per le ampie buche e la mancanza di parapetti. Padre Ruíz si era rivelato un buon guidatore, attento e prudente, tuttavia in quel tratto evitavo discussioni impegnative per non correre il rischio di distrarlo dalla guida difficoltosa. Solo alcuni accenni alla strada, al pericolo che si corre in caso di maltempo, ma ora, diceva forse per tranquillizzarmi, non c’è più alcun pericolo: il ciglio dovrebbe tenere. L’uso del condizionale mi lasciò piuttosto perplesso. Notando la mia espressione, Ruíz scoppiò in una sonora risata e battendomi una mano sulla spalla, esclamò: «Non temere, arriveremo a destinazione, e con le quattro ruote ben piantate in terra.»
Eravamo in marcia già da alcune ore, dall’alba, ed erano passate da poco le dieci. Il sole cominciava a scaldare, ma ancora l’aria a quell’altitudine, oltre i tremila e cinquecento metri, era piuttosto fredda. La leggera brezza che soffiava dal basso, proveniente dalle calde regioni a oriente, in prossimità della Selva, perdeva tutto il suo originario calore per la rapida espansione in quota. Giunti a un valico, il gesuita arrestò la macchina e scese per sgranchirsi le gambe, e io presi dal retro della camioneta una giacca imbottita che infilai sopra il maglione.
Avevo voglia anch’io di fare quattro passi in quell’aria fresca e frizzante. Il panorama poi era più che invitante, nonostante l’aridità che dominava versanti e crinali visibili a occidente. Il valico divideva infatti una zona verdeggiante con arbusti e rare macchie boschive, a oriente, da una decisamente arida e ricoperta da una scarsa vegetazione di tipo tropicale e fili d’erba giallastra. Un contrasto, che in quel momento mi affascinava. Le valli si ripetevano a distanza e degradavano con l’associazione netta e costante di due colori, il bruno della terra e l’azzurro del cielo, alla mia destra. Più in alto montagne innevate. A sinistra, al cielo azzurro, macchiato da dense nubi bianche, faceva da contrappunto il colore, dapprima bruno delle montagne vicine, poi via via sempre più coperto di vegetazione, fino a confondere il verde cupo con l’azzurro del cielo, in basso, verso la montaña.
Rimasi per diversi minuti a contemplare quel paesaggio così inconsueto per un europeo e sentivo crescere dentro di me l’amore per quella terra così avara con gli uomini che l’avevano abitata per millenni, lottando con ingegno contro la sua reticenza a concedere i frutti, conquistati con il duro lavoro di secoli.
Sembrava che padre Ruíz captasse i miei pensieri, quando lo udii, alle mie spalle mormorare: «Per secoli gli uomini hanno lottato per togliere pietre, incanalare le acque, dissodare la terra. E tutto questo per cosa? Patate, patate, e poco altro.»
Fui colpito da tanto pessimismo in un uomo sempre attivo e positivo.
«Una terra difficile, eppure ricca – intervenni – tanto ricca da suscitare le brame di una civiltà che purtroppo non aveva ancora la capacità di comprendere i valori di ciò che stava scoprendo.»
«Tu credi che oggi, l’uomo, anche il più affermato politico, il più colto accademico, il più ricco turista, siano in grado di capire molto di più di quelli che li hanno preceduti di cinque secoli ?»
«Me lo chiedo anch’io, padre Ruíz. Ma almeno – aggiunsi per mostrare un certo ottimismo – almeno oggi si fa il possibile per conoscere, per rispettare le altrui civiltà.»
«Rispettare? – la risposta, o meglio la domanda di padre Ruíz, fu come un’esplosione. – E tu parli di rispetto, quando laggiù, a non più di qualche giornata di qua, industrie multinazionali con il consenso del governo, anzi dei governi, continuano a eliminare foresta, abbattendo alberi e uomini, come fossero parassiti. Sì, parassiti, che infastidiscono i loro interessi. E questo per te è rispetto?»
Rimasi interdetto da tale reazione, che del resto non potevo fare a meno di condividere.
«Hai ragione, ma non mi riferivo a questi casi estremi. Il lato positivo, aggiunsi, è che oggi si fa il possibile per studiare e recuperare le civiltà scomparse.»
«Vedi un lato positivo dove non c’è – rispose sottovoce, ora decisamente calmo o, piuttosto, scoraggiato. − Tu sai quante lingue scompaiono ogni anno nel mondo? Quante civiltà sono destinate a scomparire per sempre? E tutto questo in nome del progresso?»
Avrei dovuto vergognarmi delle mie affermazioni. Proprio io, che per anni ero stato il paladino di una lotta contro l’imperialismo linguistico, che non accettavo la supremazia delle lingue delle multinazionali a scapito di quelle più deboli che, attraverso un processo di imbastardimento, erano destinate a impoverirsi fino a scomparire. Guardai padre Ruíz, il quale nonostante il tono, appariva sereno e quasi sorridente. Sembrava volesse consolarmi del mio senso di colpa.
Con calma aggiunse: «Anche il quechua, come lo chiamate voi gringos, il nostro runa simi, una lingua che fino a pochi anni fa dominava questa parte del mondo, parlata da dieci milioni di persone, sta perdendo inesorabilmente terreno.»
«Eppure è stata riconosciuta come lingua ufficiale del Perù.»
«Demagogia. Non a caso, fu riconosciuta nel 1975 da un governo militare. Credi che importasse a quei militari la sopravvivenza di una lingua locale? Fu solo per ragioni di demagogia. Da allora, infatti, il numero dei parlanti quechua, è diminuito. Nelle scuole, a Lima intendo e nelle grandi città, non è neppure insegnato. Del resto, a chi interessa conoscere una lingua, che fuori di qui non ha alcun valore?»
«È una ragione di cultura» azzardai.
«E a chi interessa la cultura? Tu sai chi si è interessato all’insegnamento del quechua, o dell’aimarà in Bolivia?»
«Voi. Voi religiosi, a quanto ne so.»
«Esatto. Se non ci fossimo stati noi, oggi il quechua sarebbe, se non scomparso, quanto meno ridotto a lingua marginale, a livello del tupi guaranì. E comunque prova a parlare quechua in un ufficio pubblico a Lima. Nessuno ti capirebbe. Ma ora lasciamo stare questi discorsi e ripartiamo. La strada è ancora lunga.»
Rimontammo in macchina e ci avviammo. Per alcuni minuti ci fu silenzio. La pista era ora meno ripida, ma pur sempre stretta, e per un lungo tratto seguì il crinale scendendo solo lievemente.
Non sapevo come riprendere la conversazione. Il problema linguistico mi stava a cuore, ma non era questo lo scopo del mio viaggio e avevo molte cose da chiarire con padre Ruíz e non volevo perdere l’occasione. Ma prima mi premeva riprendere un argomento così scottante.
«Condivido completamente le tue preoccupazioni sul destino del quechua e delle altre lingue locali. È un problema che non si limita a voi. Anche in Europa, ci sono lingue che si indeboliscono ogni giorno. La mia stessa lingua, nonostante la sua grandiosa tradizione letteraria, sta assorbendo inesorabilmente termini stranieri. Molte parole usate ancora trenta, quaranta anni fa, oggi sono rare e molti giovani non le comprendono, e certo non le usano. È un fenomeno allarmante. I governi non sanno prendere decisioni e lasciano che le grandi potenze economiche decidano per loro. Purtroppo anche da noi, pochissime persone sono consapevoli di questo pericolo. Alcuni lo sottovalutano, altri non se ne interessano e preferiscono vedere morire la propria lingua perché così si sentono più moderni e alla moda.»
Notai che padre Ruíz seguiva con interesse queste parole. Feci una pausa e lui mi guardò in silenzio, quasi a sollecitarmi di continuare.
«Gli stessi che si battono per salvare le nostre lingue – ripresi – non sono d’accordo tra loro; per la verità molti si limitano a lamentarsi, a scrivere dotti articoli su giornali e riviste; articoli che forse leggono solo loro stessi. Molti intellettuali, o che si definiscono tali, preferiscono restare nella loro torre eburnea.»
«Altri – proseguii – fanno sfoggio delle loro conoscenze della lingua dominante, quasi a compiacersi di essere portavoce di una subcultura proveniente dall’altro lato dell’oceano.»
«Qui da noi lo spagnolo è lingua dominante e ausiliaria. L’inglese tende ad affermarsi nel turismo di massa o negli affari; gli intellettuali lo trascurano. Da voi, invece, è solo l’inglese, immagino, che si propone come lingua ausiliaria.»
«Sì, e ciò mi colpisce. Anche se può far meraviglia, è un fatto ormai accettato anche da coloro che non lo parlano.»
«Ma non c’è un movimento favorevole all’utilizzo dell’Esperanto, come lingua ausiliaria?»
«C’è, ma è molto debole, e soprattutto assolutamente inascoltato.»
«È vero; molti anni fa, quando ancora studiavo in seminario, ne sentivo parlare. Si pensava potesse diventare la lingua internazionale. Poi non ne ho saputo più nulla. C’è ancora qualcuno che lo parla?»
«Per questo sì; ma io ritengo che il valore dell’Esperanto non debba essere inteso solo nel suo ruolo di lingua ausiliaria, lingua da usare negli aeroporti. Ha pure un suo ruolo sociale da non sottovalutare.»
«In che senso. Quale ruolo sociale?»
«Mentre una lingua ausiliaria internazionale ha un impiego, che definirei orizzontale in quanto utilizzata per necessità e non per scelta, una lingua neutrale come l’Esperanto, che definirei piuttosto transnazionale o meglio supernazionale proprio perché sta sopra ai singoli nazionalismi, può avere un ruolo di comunicazione verticale.»
«Intendi dire, che mentre la prima porta a contatti superficiali, questa può dare origine a un legame più profondo, umanitario? È questo che intendi per verticale?»
«Esattamente. Per usare le parole pronunciate cent’anni fa dal suo inventore in occasione del primo congresso mondiale in Francia, “qui oggi si incontrano non francesi con inglesi, non polacchi con tedeschi, ma uomini con uomini”.»
«Mi piace questa definizione. Però questo significa perdere o tralasciare la propria identità nazionale, per una nuova identità linguistica. Non c’è rischio in questo modo di perdere la propria vera identità?»
«Al contrario. Piuttosto dà luogo a un’identità nuova e moderna, che possiamo definire supernazionale. Mi sembra che i nazionalismi abbiano fatto già fin troppo male all’umanità intera, non solo nei secoli passati, ma persino, inaspettatamente, in questi ultimi anni. Non pensi?»
«Questo è vero. Ma questa nuova identità, come possiamo chiamarla… umanitaria?, ecco, sì, umanitaria…»
«Certo; è quella che in Esperanto chiamano “homaranismo”, come dire appartenenti a un unico gruppo di esseri umani.»
«Questa identità, però, può nascere solo se parlare questa lingua è una libera scelta» mi fece osservare padre Ruíz.
«E così deve essere. Ecco il punto. Se si vuole che mantenga il suo ruolo di strumento coagulatore sociale. Un popolo unico, all’interno di nazioni diverse. Una popolazione che dovrebbe maturare una propria cultura a prescindere dal luogo in cui si è nati e cresciuti, o in cui si vive, dalla lingua che si continua a parlare entro i confini della propria nazione, e anche indipendente dalla cultura o dalla religione appresa, spesso per forza, secondo le tradizioni locali.»
«Ma, questo movimento legato all’esperanto ha una propria religione universale?»
«No di certo. Così come non intende sostituirsi alle lingue naturali, ma affiancarle e, anzi, difenderle; ognuno è libero di praticare la propria religione o la propria ideologia politica, rispettando quella degli altri. Ecco, la tolleranza potrebbe essere il punto in comune tra tutti i parlanti.»
«Secondo questo principio si dovrebbe evitare il proselitismo. Mi risulta invece, che gli esperantisti siano piuttosto insistenti nel pretendere che la loro lingua sia adottata ufficialmente dagli organismi sovranazionali e che sia insegnata a scuola.»
«Forse questo accadeva molti anni fa. Ora non più: questo proselitismo a tutti i costi, la cosiddetta ‘fina venko’ la vittoria finale, ne farebbe perdere quello spirito di cui ti parlavo prima. Ma ormai è una ideologia superata.»
«E allora non c’è via d’uscita. Penso che resterà un’utopia.»
«Sí certo. Un’utopia che però funziona per chi ci crede e la fa sua. Potrà mantenere il suo ruolo finché sarà appresa per libera scelta.»
«Ma allora quali vantaggi porta?»
«Se un europeo vuole far carriera in una multinazionale, gli sarà certo più utile imparare l’inglese, perché questa è una lingua franca internazionale. Ma credo che ci siano altri valori, oltre a quello della carriera e del guadagno. Chi è interessato esclusivamente a valori tangibili, è bene che se ne stia lontano da questa lingua e dal suo mondo, perché resterà sempre una minoranza. Se invece vorrà scoprire un mondo nuovo, anzi mondi nuovi, allora qui troverà un valido passaporto.»
Padre Ruíz restò qualche minuto silenzioso, come sopra pensiero, poi riprese: «Mi piace come hai definito il ruolo di questa lingua. Ma ancora non comprendo bene che utilità possa avere, al di là di un’ideologia utopica.»
«Vedi – risposi dopo una breve pausa – se io decidessi di apprendere il quechua, che purtroppo non è così semplice come l’Esperanto, anche se la sua struttura logica gli somiglia un poco, lo farei soprattutto per un fatto culturale. Per viaggiare in Perù e in Bolivia, lo spagnolo è sufficiente. Ma mi mancherebbe la possibilità di entrare nel vivo di queste civiltà; un conto è avvicinarmi alla civiltà contadina delle Ande tramite te o Olano; un conto è poter parlare direttamente con ciascuno di loro, farmi sentire uno di loro.»
«Hai detto bene; per questo ti suggerisco di imparare il runa simi. Ho capito – riprese ridendo padre Ruíz – allora lo spagnolo è orizzontale e il quechua verticale. Bene, se impari il quechua, io imparerò l’Esperanto.
«Attento! – risi – Non ti impegnare in promesse, perché io ho buone ragioni per studiare seriamente il quechua o meglio il runa simi, tu no. Non penso tu voglia girare il mondo.»
Restammo in silenzio qualche minuto. Ognuno immerso nei propri pensieri.
Avevamo parlato poco quella mattina dopo la partenza. Per alcuni tratti Ruíz mi aveva dato alcune spiegazioni sulle vie di comunicazione che gli incas avevano costruito ai tempi d’oro. Certo non adatti ai veicoli moderni, ma altamente funzionali per le loro esigenze.
«In questa regione – disse quando riprese la conversazione – non si ha notizia di cápac ñan costruiti dagli incas.»
«Cosa sono?»
«Quelli conosciuti, oggi, come i caminos de los incas, che vediamo ancora per buoni tratti tra Cusco e Machu Picchu, o verso nord.»
«Ricordo un impressionante ponte sospeso sul fiume Urubamba – dissi – e mi chiedo quanto a lungo potesse durare.»
«E non è che un solo esempio tra tanti. Ogni anno questi ponti venivano sostituiti da altri nuovi e sicuri. Ogni ayllu – proseguì Ruíz – era responsabile del ponte, come del tratto di strada posto sotto la propria giurisdizione. Un funzionario era appositamente addetto alla sua manutenzione. E ogni ayllu doveva predisporre anche i chasquicuna, i corrieri addetti al trasporto di messaggi.»
«Scusa, credevo si chiamassero semplicemente chasquis…»
«Così hanno semplificato il termine runa simi i cronisti spagnoli. Chasqui, significa ‘colui che porta’, intendendo con questo il portatore di un messaggio. Al plurale, in qechua prende il suffisso cuna e quindi diventa chasquicuna. È bene che cominci a familiarizzarti con la nostra lingua.»
«Dovevano essere veramente molti questi chasquicuna, il tratto loro assegnato non era lungo.
«Appena un paio di chilometri, all’incirca; un tratto che dovevano percorrere in meno di dieci minuti, anche in salita. Era una specie di servizio di leva della durata di un solo mese. Vi erano chiamati giovani, tra i diciotto e i vent’anni particolarmente agili, scelti dal chunca camayoc. Un lavoro onorifico, non pagato, ma di grande prestigio.»
«Ma che veniva punito con la pena di morte per chi veniva meno al proprio dovere.»
«Praticamente teorica; nessuno mancava a questo impegno.»
«In quanto tempo si portava un messaggio tra una città e un’altra?»
«Si potevano percorrere centinaia di chilometri in pochi giorni. Quando giunsero le prime navi spagnole, Atahualpa che si trovava nella Sierra a Cajamarca, fu informato nel giro di due giorni. Gli stessi gesuiti, per mandare un messaggio da Lima a Cusco, impiegavano tre giorni. Grosso modo poco più del tempo necessario oggi con i mezzi terrestri, e certamente meno che con il servizio postale che abbiamo noi.»
«E se consideriamo che a volte il messaggio era lungo e riferito a voce, – proseguì Ruíz – possiamo renderci conto della difficoltà del compito dei chasquicuna. Per trasferirsi il messaggio, come il testimone di una staffetta, quando i due si incontravano alla chuclla, la posta di cambio, percorrevano insieme un tratto di strada, per avere il tempo di ripetere più volte il messaggio e mandarlo bene a memoria; il tutto sempre correndo. Comunque c’erano anche mezzi più rapidi, ma meno precisi. Una specie di telegrafo, che si basava sul fumo, o sul fuoco durante la notte.»
«Hai usato un termine che non conosco: la chuclla. Non si chiama tambu?»
«Il tambu è un punto di sosta molto più importante, dove le carovane o anche l’esercito trascorreva la notte; un caravanserraglio. Nei tambu si trovavano provviste, anche in grandi quantità, procurate e mantenute sempre a cura degli ayllu, specialmente in occasione delle spedizioni militari.»
Il paesaggio si faceva ora più arido e solo in lontananza si vedevano campi coperti da erba giallastra. Un paesaggio che metteva tristezza. Lo feci presente.
«È una regione pressoché disabitata. E questa è la sola strada, se vogliamo chiamarla così. Ma eccoci a un punto importante del nostro viaggio, vedi quella costruzione laggiù?
«Sembra una povera casa di contadini.»
«È la dogana. Tra poco passeremo in Bolivia.»
«Piuttosto informale, per un posto di confine. Non se la devono passare bene, da queste parti.»
«Infatti, è una regione estremamente povera. Io vengo ogni tanto a visitare queste famiglie, e anche i doganieri. Cerco di farli sentire più vicini al mondo. Per quel poco che posso fare.»

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