Vita spericolata al burro di noccioline

Scritto da il 24 agosto 2017 in EDITORIALI, Varie - 1 Commento

Una storia vera utile per comprendere che per avere successo ci vuole coraggio, tenacia e tante buone idee. Ma non le raccomandazioni. È un inedito che raccomandiamo a studenti e loro docenti, pubblicato in esclusiva per gentile concessione dell’Autore proprietario del copyright.

di Bruno F. Sacone  * 


Ti è piaciuto fare l’amore con me?                                                
Sì                                                
Più del tuo burro di noccioline?                                               

Questa è una celebre frase del film “Vi presento Joe Black” (Meet Joe Black) che esalta la bontà del burro di noccioline. Le noccioline sono negli Usa i peanuts. Quindi Pea Nut piselli (legumi) noci; in realtà anche se assomigliano a delle piccole noci sono proprio dei legumi originari del Sud America (Paraguay e Bolivia).
La diffusione delle noccioline specialmente come cibo fortemente proteico, quasi un sostituto della carne, iniziò nella seconda metà dell’ottocento negli Stati Uniti dov’era utilizzato come snack negli spettacoli dei circhi o alle manifestazioni sportive; con il tempo la produzione e il consumo divenne un business non indifferente.
Molti venditori di peanuts erano immigrati e all’inizio soprattutto italiani che strillavano “noccioline, noccioline calde tostate” per le vie di New York e di altre città. (1)
Ma le noccioline e l’emigrazione italiana sono solo due riferimenti iniziali per questo racconto.  La vera storia che appartiene a queste mie righe si innesta su questo tessuto, ma contiene profondi risvolti di avventura e fortuna.

Coraggio e idee

Questo racconto ha come fil rouge il coraggio, l’affrontare sfide a dir poco immense (se viste con gli occhi del giorno d’oggi), la forza di credere in se stessi, la fiducia nel rischio imprenditoriale, la genialità commerciale e la potenza del marketing; il tutto unito alla estrema volontà di donare, di aiutare il prossimo e lasciare un futuro per chi ha bisogno.
Certo esempi, nel mondo, di persone che hanno dimostrato con la loro vita di seguire questo lietmotiv ce ne sono stati e per fortuna ce ne saranno ancora ma questa vicenda umana talvolta rasenta l’incredibile, vuoi per le prove affrontate o per i colpi di fortuna che si accompagnano al superamento delle tragedie personali.  Un insieme di componenti che crea una vicenda gustosa, appunto, come il burro di noccioline.

Amedeo Voltejo Obici da ragazzo

Siamo a Oderzo, un comune della marca trevigiana. Il 15 luglio del 1877 nasce Amedeo Voltejo Obici il primo di 4 figli. Suo padre Pietro (Ludovico) era sellaio, la madre Luigia (Carolina) Sartor(i) anch’essa di Oderzo era sorella di Vittorio, un sarto che come molti veneti e italiani soprattutto del Nord partì in quegli anni per l’America allo scopo di superare la miseria in cui versavano specialmente le campagne italiane. (2)
Lo zio Vittorio si era stabilito a Scranton in Pennsylvania: all’epoca, con la scoperta di vene di antracite e di vari minerali utili allo sviluppo industriale, la zona si stava sviluppando e attirava persone; tutto il comprensorio vedeva l’arrivo di immigrati che sbarcavano in particolare a New York o a Brooklyn. Scranton, come altre nascenti comunità, viveva su questa grande ricchezza mineraria e quindi sullo sviluppo di attività siderurgiche.   Nelle vicinanze di Scranton, a una fermata di distanza lungo la linea ferroviaria proveniente da New York sorgeva (e sorge) Wilkes-Barre (30 km a sud ovest di Scranton), cittadina dell’attuale contea di Luzerne. (3)
Nel periodo di cui parliamo (fine Ottocento) la popolazione era in forte crescita in queste zone quindi anche a Wilkes-Barre, specie per il continuo sfruttamento di un ottimo giacimento di antracite scoperto a inizio ‘800, ma anche per lo sviluppo di attività manifatturiere e la realizzazione delle ferrovie. La crescita era cosi forte che la cittadina fu soprannominata “The Diamond City”.

Torniamo ad Oderzo, nel 1884 moriva il padre di Amedeo lasciando la famiglia in ancora più gravi difficoltà economiche. Amedeo per scelta famigliare si dedicò al lavoro (forse apprendista idraulico); del resto era il primo di 4 figli (4) e la famiglia aveva bisogno anche di quella piccola paga che lui lavorando riusciva a percepire. Lo zio d’America intanto, pur non navigando nell’oro riusciva comunque a inviare soldi alla sorella e addirittura mandò un biglietto di viaggio (sola andata) per recarsi negli Stati Uniti. A questo punto era chiaro che a partire non poteva che essere lui, Amedeo; aveva solo 11 anni, era il 1889 fine febbraio inizi di marzo.

Oderzo nel 1870

In quegli anni molti italiani emigravano dai porti europei di Amburgo, Le Havre, Marsiglia, Anversa. (5)
La mamma lo preparò come poteva, incoraggiandolo e pregando per lui che a soli 11 anni con pochissimi soldi avrebbe dovuto viaggiare per un mese verso l’ignoto dove l’avrebbe aspettato uno zio che poco ricordava di persona. Amedeo parlava in ”veneto” mentre poco sapeva dell’italiano, figuriamoci del francese o dell’inglese, niente zero assoluto. Nonostante questo, con la paura ma anche il coraggio di un cucciolo, partì. Dovette recarsi a Le Havre perché era la linea Le Havre – New York quella che per cui lo zio aveva comprato il biglietto. Lo zio aveva scritto alla mamma le istruzioni, gli orari, il percorso e aveva indicato l’ora in cui l’aspettava (se tutto fosse andato bene ) alla stazione di Scranton.
La mamma realizzò un biglietto con il nome e la residenza dello zio, meta finale del viaggio; nel dargli il biglietto legò quest’ultimo all’occhiello della giacca del ragazzo; ragazzo è fin troppo, in realtà un bambino che da solo partì. Attraversò in treno l’Italia del nord e la Francia per giungere a Le Havre dove salì sulla nave per New York. Per un attimo proviamo a immaginarci l’immensità e la spaventosa novità per lui di questo viaggio, per chi sempre era stato nelle vicinanze di casa, per chi mai aveva viaggiato veramente. Era solo in mezzo a migliaia di persone, la maggioranza delle quali non parlava una lingua a lui conosciuta.

Scranton in una veduta del 1890

Se vi recate al Galata, il Museo del Mare di Genova, nel reparto dedicato ai viaggi degli emigranti italiani potreste, almeno in parte, capire a cosa si andava incontro, il tutto spiegato per gli emigranti adulti, pensate a un bambino, non accompagnato, sperso tra pochi connazionali (che spesso non parlavano la sua stessa lingua) ma soprattutto stranieri. Provate a vedere al museo la ricostruzione della vita (che durava decine di giorni) in una terribile cabina (certo non singola) di terza classe e aggiungete che la nave era francese quindi per lui straniera!
Si potrebbe per un adulto parlare di viaggio difficile, in condizioni pesanti, ma per un bambino non accompagnato e italiano di un viaggio allucinate.
Se non soffrite a leggere descrizioni pesanti allora vi sottopongo cosa disse pochi anni più tardi nel 1908 Teodorico Rosati, ispettore sanitario sulle navi degli emigranti relativamente al dormire durante questi viaggi: “l’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci; i più vi vomitano; tutti, in una maniera o nell’altra, l’hanno ridotto, dopo qualche giorno, in una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere il nuovo partente”.
Ma non finisce qui perché dopo un viaggio di circa 7 giorni e 7 notti (per mare: non sappiamo se Amedeo soffrisse o meno mal di mare) arrivò a New York dove ad accoglierlo non c’era ancora Ellis Island e le sue pesanti procedure di schedatura, ma il meno organizzato (ma non per questo più accogliente) centro smistamento per l’immigrazione di “Castel Garden Immigration Depot”. (6)

Fort Clinton

Il Castel Garden Immigration Depot, per i turisti italiani che lo volessero oggi vedere, è riconoscibile nel cosiddetto Fort Clinton un forte circolare (un tempo una batteria costiera di difesa della città) tuttora presente al Battery Park in fondo a Manhattan, ed era la prima tappa sul nuovo continente. (7)
Amedeo passò da questo centro di smistamento vivendo una feroce esperienza (8), attraversando questo inferno da solo, con un’etichetta all’occhiello della giacca e dopo una lunga settimana di difficile navigazione. Amedeo, che doveva raggiungere lo zio a Scranton, riuscì a trovare e a prendere il treno, si ricordò bene delle istruzioni dategli dalla mamma… un po’ di ore di treno e sarebbe arrivato, ma… come in un libro giallo ecco una svolta decisiva: era solo, nessuno lo aspettava! Forse lo zio aveva sbagliato orario? O più probabilmente il povero Amedeo chiedendo informazioni (per quello che riusciva a farsi capire) sbagliò stazione e scese a Wilkes-Barre Pennsylvania, invece che a Scranton, in poche parole la stazione prima. A questo punto si prospetta il dramma, nessuno è in attesa alla stazione, a più 3000 km da casa, parlando solo in veneto era lì solo in un posto sconosciuto tra sconosciuti, distrutto da settimane di un viaggio allucinante e quasi senza speranza. Ma ecco che la solidarietà si fa avanti e sconfigge lo sconforto: un poliziotto (forse) il capostazione (forse), comunque alcune persone alla stazione ferroviaria impietositi dalla terribile situazione e capendo che Amedeo era italiano lo portarono preso il fruttivendolo della cittadina il genovese Enrico Musante che con sua figlia Louise (Luigia) gestiva il negozio. Amedeo conobbe subito la generosità e la solidarietà genovese ricevendo affetto e conforto e si legò a questa famiglia (e in modo molto particolare come vedremo di seguito). L’obiettivo ora era ritrovare lo zio e risparmiare i soldi per far venire la sua famiglia dall’Italia.
Rifocillato e tranquillizzato, grazie ai Musante, Amedeo riuscì a contattare, dopo non poco tempo, lo zio Vittorio Sartori a Scranton. Si recò a vivere ospite dallo zio, ma non perse il contatto con la famiglia Musante, anzi tornò spesso da loro. Fece vari lavori sin dai 12 anni risparmiando soldi (sembra un sigillo del suo incontro con i genovesi): fece il ragazzo di bottega in un locale che vendeva birra, preparò e vendette sigari ma soprattutto divenne venditore di frutta proprio presso i Musante. Lavoratore instancabile approfittò del rapporto con la famiglia Musante a Wilkes Barre per frequentare un corso serale di inglese e anche di italiano. Conoscere la lingua era il primo obiettivo centrato ma il suo percorso comincia a farsi sempre più importante, si specializza nella vendita delle noccioline: da una discarica recupera i pezzi per costruirsi un arrostitore (uno nuovo non poteva permetterselo) che piazza vicino alla strada per attirare i clienti con il profumo delle noccioline arrostite (profumo sospinto in strada da un ventilatore).

Genialità commerciale

La sua genialità commerciale comincia a farsi strada, si inventa un gioco: mette nelle buste di noccioline una lettera a caso che fa parte del suo cognome (O.B.I.C) ma una solA O ogni 50 buste, quando qualcuno riusciva a collezionarle riceveva in regalo un orologio in simil oro (la rara O ci ricorda tra le figurine quella del Feroce Saladino già citata in un precedente articolo, cui rimandiamo). Nel 1895 il secondo obiettivo è raggiunto, con i soldi guadagnati e risparmiati riesce a pagare il viaggio alla sua famiglia rimasta a Oderzo, riabbraccia la madre, il fratello Franco e le sorelle che si trasferiscono definitivamente negli Usa. Con il resto dei risparmi apre un negozio tutto suo di frutta e noccioline, altro obiettivo raggiunto; e siamo solo all’inizio della sua mitica ascesa.

La sua vita (ancora era giovanissimo) sembra tranquillizzarsi e veleggiare verso la serenità, ma invece ci aspetta una sequenza (ora positiva) di fuochi artificiali. Per il lavoro ecco un primo colpo: conosce un immigrato Mario Peruzzi, casualmente anche lui trevigiano. Peruzzi aveva però trascorso molti anni in Italia (anche a Roma ed era stato iscritto alla Scuola industriale di Venezia) ed era già un esperto commerciante; con lui Amedeo (a 20 anni) nel 1897 compie un altro balzo. Con Mario (nel frattempo divenuto vedovo con figli sposò in seconde nozze della sorella di Amedeo (Lizzie)), nel 1906 grazie al successo della vendita delle noccioline fondò la Planters Peanut Company e nel 1908 la Planters Nut and Chocolate Company.

Amedeo Obici con la moglie Lousie

La squadra con Mario funziona e non solo. Mario inventa un processo particolare di bollitura per sbiancare le noccioline eliminando guscio e buccia e Amedeo decide di salare leggermente, durante la tostatura, le noccioline (noccioline salate tostate? una grande idea) e in seguito le abbina con il cioccolato: il successo è grande e immediato.
In quegli anni anche Amedeo si dedica a costruirsi una sua famiglia e nel 1916 si sposa; ma chi poteva essere sua moglie? La ragazza di 14 anni più anziana di lui che lo accolse affettuosamente al suo arrivo in Pennsylvania, sì proprio lei Louise Musante; quando si conobbero lui era un bambino di quasi dodici anni e lei una ragazza di 26 ma l’affetto e l’amicizia con gli anni si consolidarono e l’amore li portò al matrimonio. Difficile è stata la ricerca di tracce della vita di Louise ma solo recentemente si è ritrovato il bandolo della matassa: Louise (Luigia) era nata il 6 gennaio del 1863 a Mocònesi (Genova) in quella val Fontanabuona che di tanti emigranti è stata patria (anche famosi vedi il mitico Amedeo Giannini da Favale di Malvaro fondatore della Bank of America). Nella ricerca è emerso che ancora oggi il negozio di frutta e verdura di Mocònesi è di proprietà di un Musante (forse parente?).
Tre anni prima nel 1913, Amedeo decise con Mario di spostare la fabbrica a Suffolk in Virginia, territorio di larga produzione delle arachidi.
Non fu facile per un uomo del Nord, uno yankee, approdare al Sud e lui era un immigrato italiano! Quindi fu particolarmente difficile rompere il muro di negatività che la cittadina riservò per chi organizzava una fabbrica di noccioline proprio dove le arachidi venivano prodotte e dove già erano presenti concorrenti del posto, ma la sua tenacia e la sua capacità di integrarsi e far squadra con gli abitanti vinsero e la fabbrica in Virginia si espanse fortemente.

Marketing

Il disegno del Peanut che vinse il premio di 5 $

Amedeo che ormai si faceva chiamare “The Peanut Specialist” volle investire nel marketing e cercò un’immagine, un marchio. Organizzò un concorso per ragazzi con lo scopo di ottenere disegni per creare un icona per il suo prodotto, il premio erano 5 dollari: Vinse il disegno di un ragazzino, anch’egli di origine italiana, Antonio Gentile che viveva a Suffolk in Virginia. Il disegno era una figura antropomorfa di una nocciolina dotata di occhi, naso, bocca sorridente gambe e braccia e un bastone da passeggio. Un artista locale (di Wilkes Barre) arricchì la figura aggiungendo un monocolo, un capello a cilindro, e nacque cosi Mr Peanut; il successo commerciale fu enorme e il personaggio entrò nella storia dell’economia Usa, vennero scritti racconti fantasiosi delle sue visite e viaggi in tutti gli USA e nel mondo, ancora oggi è utilizzatissimo e diffusissimo e recentemente era presente in una delle puntate de “I Simpson”.

Mr Peanut riadattato da un artista e logo dell’attività di Obici

Amedeo mantenne la promessa e consegnò i 5 dollari al ragazzino italiano ma non si dimenticò di lui che in fondo aveva collaborato all’espansione dell’azienda e all’incremento sbalorditivo della ricchezza di Amedeo (che fu intervistato dalla mitica rivista “Fortune”).  Amedeo pagò gli studi (a lui e ai suoi fratelli e sorelle) aiutò la sua famiglia e gli stette sempre vicino. Antonio diventò un chirurgo, un luminare nell’ambito della medicina ma mori per un infarto a soli 36 anni.
A questo punto visto il successo e la situazione tranquilla (l’azienda cresceva in modo quasi esponenziale e molti abitanti della cittadina di Suffolk erano suoi dipendenti) Amedeo e Louise si stabilirono in Virginia (nelle vicinanze di Suffolk, ) riadattarono una villa e la relativa tenuta (Bay Point Farm) lungo il Nansemond River, dotandola di varie comodità e rendendola molto accogliente (oggi è proprietà del comune di Suffolk).  Amedeo, forse anche per meglio integrarsi, divenne un massone e in qualche modo entrò a far parte della borghesia cittadina.
Il mercato americano delle arachidi o meglio delle noccioline tostate e salate esplose in pochi anni. La fabbrica entrò a pieno regime, Suffolk supportava Amedeo che era diventato un vero mito, la realizzazione del sogno americano per lui e famiglia si avverrò.
Il successo e la ricchezza (e che ricchezza!) erano arrivati: comprarono un yacht e una villa al mare ma rimasero sempre, nel profondo del loro cuore e nel loro comportarsi, dei veri emigranti; persone cioè che avevano conosciuto la povertà cruda e le tribolazioni del cambio di patria, memori di chi gli avesse aiutati anche quando loro furono nel bisogno assoluto.

La casa della famiglia Obici a Suffolk

Non potendo avere figli si dedicarono a creare numerosi eventi nella loro casa per i bambini del luogo; a insaputa dei loro operai pagarono spesso le spese mediche degli operai stessi e delle loro famiglie, aiutarono i bisognosi e la Chiesa del posto, pagarono l’istituzione di una cattedra di italiano al college “William and Mary” di Williamsburg, Pennsylvania.
E per la loro patria d’origine? Già nel 1937 realizzarono un ospedale a Oderzo (città oggi gemellata con Suffolk), dedicandolo al ricordo della madre di Amedeo.
Ma anche in questo Amedeo e Lousie non furono secondi a nessuno per la loro tenacia e generosità: al momento della morte di Lousie (1938) Amedeo prese l’iniziativa di realizzare in suo onore l’ospedale di Suffolk (intitolato appunto a Lousie nel 1941), creò una fondazione ad hoc (da lui generosamente anzi molto generosamente finanziata).
La morte di Louise e gli anni della guerra (l’Italia divenne nemica degli Usa e lui dovette interrompere le sue visite nella patria di origine), rattristarono non poco le giornate finali della vita di Amedeo che si spense a Suffolk nel 1947. Al suo funerale partecipò una grande folla, in pratica quasi tutta Suffolk e il suo ricordo a tutt’oggi non è stato dimenticato e non solo per la pesante dotazione economica da lui lasciata alla sua fondazione o per l’ospedale o per le sue numerose opere filantropiche, ma anche per l’annuale festa di Mr. Peanut che ogni anno si celebra a Suffolk.
E la Planters che fine ha fatto? La sua azienda a tutt’oggi è una grande impresa e appartiene alla multinazionale Kraft.

Targa dedicata a Amedeo Obici nell’ospedale da lui fondato  

*  L’Autore:  Bruno F. Sacone, ingegnere, manager di una grande azienda, storico per passione così come per passione è anche contadino, è un profondo cultore di storia mondiale e soprattutto della propria terra ligure di cui è innamorato. È Genovese e genoano perché, come dice, “Se amo la storia non posso che essere genoano”.

L’immagine di copertina: Incisione d’epoca del porto di New York

NOTE
(1) Specie nello stato di New York: a Buffalo diventò famoso e poi per moltissimi anni un benestante industriale (mori nel 1943), l’italiano Luois Onetto (Luigi Oneto) che arrivo da Genova nel 1866 (era nato a Cicagna nel 1848 circa), 93 o forse 95 anni ! le noccioline a quanto pare fanno bene. 
(2)  Risolviamo un piccolo mistero: il secondo nome di Amedeo era Voltejo, ma da dove deriva? Da recenti studi la famiglia Obici sembra derivare da un ramo decaduto della famiglia opitergina degli Obizi, forse questo spiega il sub strato culturale che porto i genitori di Amedeo a chiamarlo Voltejo. Il nome Voltejo fa riferimento al centurione romano originario di Oderzo Gaius Volteius Capito, che si distinse durante la guerra civile tra Pompeo e Giulio Cesare, In suo onore e per ricordarne il sacrificio (si diede la morte insieme a parte dei suoi uomini per non arrendersi) racconta che Giulio Cesare elevò l’allora Opitergium (Oderzo) a Municipium romano e gli Opitergini allo status di cittadini romani ed esentandoli per vent’anni dal servizio militare (sarà vero?), sicuramente Amedeo dimostrò di possedere il coraggio
(3) Dedicata ai due parlamentari inglesi (Wilkes fu anche sindaco della City di Londra) che si dimostrarono favorevoli alla causa dei coloniali (coloro che promuoveranno l’indipendenza di questi territori da cui deriveranno gli Stati Uniti). 
(4) Aveva due sorelle Angelina e Lizzie ed un fratello minore Frank
(5) Il Regno di Italia aveva scelto di imporre un blocco all’emigrazione, in particolare contadina, vietando questa possibilità se esercitata attraverso porti italiani.  Questa politica era determinata per venire incontro alle richieste dei grandi proprietari terrieri che non desideravano perdere manodopera a basso costo, inoltre molti emigravano anche per non rispondere alla chiamata obbligatoria per il servizio militare; per sfuggire a questi controlli venivano scelti porti stranieri; con il tempo questo blocco venne a cadere e i porti italiani (Genova e Napoli sopra tutto) si riempirono di partenti dall’Europa (verso l’Europa) per altri continenti.
(6) Che funzionò dal 1855 fino a lasciare il compito nel 1892 alla più isolata ed oggi molto famosa Ellis Island. Al contrario, pochi anni dopo l’arrivo di Amedeo, quando la sua famiglia, come vedremo, lo raggiunse (nel 1895), i componenti della famiglia passarono invece proprio da Ellis Island.
(7) L’attuale dolcissimo parco nasconde nel forte alle sue spalle storie dolorosissime, solo per capire e’ utile una descrizione del famoso scrittore Robert Luois Stevenson “era sommerso da un flusso enorme di esseri umani confusi, spaventati, carichi di fagotti, accalcati gli uni contro gli altri, in preda al panico, mentre venivano intruppati come animali in file che molto lentamente passavano davanti a funzionari indifferenti.Ma se non vi fidate delle definizioni dello scrittore autore tra le altre cose di “Lo strano caso del Doctor Jekil e di Mister Hide” eccovi cosa scrisse il sovraintendente (Jackson) di questo centro il 6 novembre del 1879 sul New York Times :«Tra i passeggeri di terza classe […] c’erano ieri 200 italiani, la parte più lurida e miserabile di esseri umani mai sbarcati».
(8) È interessante ricordare alcuni degli immigrati passati da questo centro: si può citare Harry Houdini ungherese di nascita che poi divenne famosissimo negli USA e nel mondo, Madre Cabrini (negli stessi giorni di Amedeo), Nicola Tesla croato (che si confermerà un vero genio della fisica), Joseph Pulitzer anche lui ungherese di nascita che diventerà un grande editore, ricordato sopra tutto per il famoso premio giornalistico a lui intitolato.

BIBLIOGRAFIA

Hobbs, Kermit; & Paquette, William A. Suffolk: A Pictorial History. Norfolk/Virginia Beach: The Donning Company. ISBN 0-89865-611-7.
Robert louis stevenson The silverado squatters 1884
Encyclopedia of Consumer Brands Volume 1. Ed. Janice Jorgensen. 1994. 458-60.
Johnson, Bryan. “Planters.” Message to the author. 25 Feb. 2010.
Our Founder.” Obici Healthcare Foundation. Obici Healthcare Foundation. 13 Oct. 2010 <http://www.obicihcf.org/founder.asp>.
Planters. Kraft Foods Inc. 2009. 28 Feb. 2010. <http://www.planters.com/>.
Smith, Andrew F. Peanuts. Urbana: University of Illinois Press, 2002. 45-55.
The Story of Planters Nuts.” Kraft Foods. Kraft Foods Inc. 2010. 4 Feb. 2010

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1 Commento on "Vita spericolata al burro di noccioline"

  1. Marco Verderio 1 settembre 2017 alle 12:15 · Rispondi

    Articolo molto interessante e gustoso da leggere, grazie per averlo pubblicato.

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