Il Segreto del Lago del Dieci – 11

Scritto da il 9 settembre 2017 in Varie - Nessun commento

CAPITOLO 11

Ora che la festa era terminata, gli abitanti del villaggio tornati alle loro occupazioni, le ultime trentasei ore mi parvero di una durata ben maggiore, tanta era stata l’intensità delle esperienze vissute. Eppure erano solo due giorni, anzi una sola intera giornata passata in quel villaggio, che stava scomparendo alle nostre spalle, dopo che ci eravamo rimessi in marcia, inghiottito dalle montagne brulle che disegnavano, incorniciandolo, un paesaggio desolato quanto irreale. Ora sembrava un sogno, quel brulicare di vita, quei colori, quella gioia di vivere in tanta povertà. Non riuscivo a rendermi conto fino a che punto quella da loro dimostrata fosse gioia di vivere o rassegnazione. Ma una rassegnazione piena di dignità, di fierezza, di nobiltà d’animo.
Un popolo che avrebbe tutte le ragioni per vivere immerso nella paura. La stessa montagna che li protegge sì, ma li sovrasta con la sua continua minaccia di frane. Eppure, qui la paura svanisce, finisce nel nulla. Ecco, proprio così finisce nel nulla la paura di questi uomini. O forse non hanno neppure il tempo di sentirla. La vita li prende e li trascina nella lotta quotidiana contro una terra arida e avara. Uomini, che se potessero fermarsi a guardare, a pensare, non potrebbero sfuggire a quella paura che li artiglierebbe come artigli di condor, senza più mollarli. Non troverebbero più la capacità di lottare per trasformare questa terra in qualcosa di produttivo, appena sufficiente per sopravvivere. Condannati a un lavoro duro e senza sosta, nel silenzio di una fatica ingrata.
Ma se si fermano e davvero questa paura li assale, essi fuggono, scendono alle città, forse nella speranza di trovarvi una vita più ricca. E là perdono la gioia di vivere, si trasformano, perdono la loro fierezza. Non più fieri quechua e aymarà, ma semplici cholos, indios fuori del proprio ambiente. Sono abbandonati e randagi, mal sopportati da chi in queste città è arrivato prima. E dimenticano quel sorriso che rispecchia la luce di questo sole accecante, di questo cielo azzurro e puro, di quest’aria magica.
La magia di questi luoghi. Questo era un altro pensiero che mi assillava. Ero giunto sulle Ande alla ricerca della storia perduta del popolo Inca, e stavo scoprendo gli aspetti meno noti di una civiltà che andava ben oltre la limitatezza di un periodo, tutto sommato assai ristretto rispetto alla lunga esistenza di questo popolo, e ben oltre i limiti di una etnìa che per pochi secoli aveva dominato sulle altre.  Ero stato colpito da questa religiosità permeata di panteismo e di questa forma, che non riuscivo ancora a identificare, carica di uno spiritualismo estremo, di un’intima simbiosi dell’uomo con una natura non certo clemente e prodiga, ma con la quale o vivi in sinergia o ne resti escluso e ne sei sopraffatto. Tutto questo, queste sensazioni intuitive e spontanee, stavano prendendo il sopravvento sulla fredda e distaccata ricerca puramente scientifica basata su elementi concreti e tangibili.
Dovevo parlarne con Ruíz.
Già conoscevo qualcosa di queste popolazioni, ma mai mi ero spinto così a contatto intimo con la loro vera natura e questi pensieri mi si insinuarono nella mente durante l’ultima notte passata in quella piccola stanza dietro l’altare della chiesa. Pensavo anche alla sacralità dei riti andini, alla Pachamama, agli Apu dei monti, agli wamani severi, e mi chiedevo quanto in tutto questo ci fosse di rituale, quanto di reale partecipazione, quanto di pura immaginazione. Per questi uomini era tutto normale; il racconto del pongo non aveva nulla di soprannaturale e neppure padre Ruíz diede l’impressione di ascoltarlo con bonaria sufficienza. Era un’esperienza, una realtà, che certamente lui aveva ascoltato altre volte, faceva parte certamente del suo ufficio. Ma non aveva fatto commenti. Quasi fosse un fatto scontato, naturale.
Eccoci ora nuovamente sulla strada sterrata che ci avrebbe riportato alla missione. Non avremmo percorso la stessa via dell’andata, ma con una deviazione che ci avrebbe richiesto una giornata in più, ci dirigemmo a ovest, inoltrandoci ancor più nell’altopiano, per poi scendere nuovamente oltre confine attraverso un passo di oltre 4000 metri.
Questa deviazione era stata suggerita da Ruíz per far visita ad alcune fattorie isolate che si trovavano in quelle alte valli e dove, mi aveva detto, avrei potuto fare conoscenza con persone di sicuro interesse. Ancora una volta dovetti attendere per saperne di più, perché al momento di dare spiegazioni, Ruíz riusciva sempre a cambiare discorso o a rendersi evasivo.
Ne approfittai per riprendere i discorsi interrotti due giorni prima, all’arrivo nel villaggio aymarà, e ora certo più interessanti alla luce delle nuove esperienze.  Sapevo, ad esempio, che quando si beve nelle Ande, oltre a passarsi il bicchiere l’uno dopo l’altro, bisogna versare alcune gocce a terra per onorare la Pachamama, ma non mi aspettavo questa cerimonia durante la messa cattolica e soprattutto durante l’elevazione, il momento più sacro e più misterioso dell’eucarestia.  Quella simbiosi tra rito cattolico e rito andino, cominciava per la verità a non sorprendermi più di tanto, ma non certo in quel momento. E fu ciò che chiesi non subito, ma quando fummo a nostro agio una volta allontanatici dal villaggio.
«Hai osservato il rito andino anche durante la Messa – iniziai. – Ti è permesso dalle autorità ecclesiastiche ?»
«Come potrei elevare il mio pensiero a Dio, senza rendere omaggio a quanto di più sacro c’è nelle nostre terre ?»
Ancora una risposta sotto forma di domanda, ma che pure in questo caso rendeva, con eccellente chiarezza, il pensiero di un prete che è, innanzitutto, parte integrante del suo popolo.
«Capisco le gocce versate in onore della Madre Terra, ma quegli spruzzi ai quattro punti cardinali… »
«Le quattro parti del mondo: il Tahuantinsuyo se preferisci. Le nostre montagne, i fiumi, i laghi, il mare, la Selva. Tu forse trascuri, o non sai, che qui nelle Ande non abbiamo mai dimenticato di essere parte integrante della natura. Guai a dimenticarlo. Gli andini che hanno preferito trasferirsi in città hanno perduto per sempre questa cognizione. Credono di aver rincorso il benessere e la felicità, e invece li hanno perduti.»
Non volevo che Ruíz si lasciasse prendere dallo sconforto di questi pensieri e cercai di riportarlo al tema che mi premeva.
«È la prima volta che sento questa definizione per il Tahuantinsuyo, anziché nella sua divisione geografica per punti cardinali » osservai.
«I quali tuttavia corrispondono a quelle caratteristiche: la costa, la sierra, la selva… »
«Tu credi a quanto raccontato dal pongo? »
«Perché non dovrei? Fa parte della nostra realtà.»
«Ma lui sostiene di essere stato in contatto con i wamani, che questi si trasformano in uccelli. Sarò troppo occidentale, ma stento a vedere queste cose come reali. Posso comprenderne il significato psicologico, anche le allucinazioni dovute alle droghe. Ma non riesco a vederle come fatti reali.»
«Questa sera farai altre esperienze che cominceranno ad aprirti a un mondo per te ancora lontano. Ma farai bene a cercare di comprendere se vuoi andare avanti e cercare di avere un contatto utile con Yupanqui.»
«Capisco che devo spogliarmi della razionalità del nostro mondo, ma devo fare molta attenzione a non cedere dal lato opposto della credulità, proprio come quei turisti esoterici…»
«Hai ragione, ma sei sotto una buona guida, non corri questo rischio. Finché sarai con me, non entrerai in contatto con cialtroni e finti curanderos. »
«Me lo auguro. A proposito, chi incontreremo questa sera?»
«Alcune famiglie. Tra loro c’è un maestro.»
«Maestro?»
«I maestros sono coloro i quali praticano le mesadas, comunicano con gli Apu. È una dote che si tramandano di padre in figlio.»
«Ho capito, un curandero.»
«Il curandero lo fa per professione; da queste parti sono rari; si trovano nel nord del Paese, nel dipartimento di Piura e molto in alto sulle Ande. Questi sono contadini come gli altri, che in più possiedono questa dote.»
L’incontro previsto per la sera mi cominciava a stimolare. Dopo il racconto del vecchio pongo, la possibilità di avere a che fare direttamente con uno di loro, mi attirava. Il fatto di essere in compagnia di padre Ruíz, mi dava anche una certa tranquillità in più.»
Speravo solo che il viaggio non fosse troppo lungo, perché i sobbalzi della camioneta cominciavano a farsi sentire sulla mia schiena e anche sul mio stomaco, anche se ci facevo poco caso. Il paesaggio intanto scorreva abbastanza monotono, senza vegetazione apprezzabile, senza abitazioni, senza animali al pascolo, una vera desolazione, tanto più che all’orizzonte ora si elevava una catena di montagne, alte e opprimenti. Eravamo in quelli che gli inca avevano definito i luoghi inclementi del Kollao.
«Ma è tutta così desolata questa zona?»
«Siamo un una regione piuttosto isolata e arida. L’aria umida della Selva non ha più la sua influenza qui in alto, con quelle montagne a oriente che fanno barriera, e i venti meridionali che portano il freddo e il secco della cordigliera boliviana. Questo è un terreno che non trattiene l’acqua per cui anche i torrenti scompaiono presto nelle sue viscere o scavano profondi solchi. Molti di questi torrenti riemergono più in basso dove vanno a formare valli profonde. Tutte queste acque portano al Tarapoto e all’Amaru mayu, che voi chiamate Madre de Diós.»
«Amaru mayu… amaru significa serpente, se non sbaglio.»
«E mayu fiume. Il fiume serpente, ma si chiama così perché fu scoperto da Amaru Yupanqui, il decimo inca. È uno dei fiumi più lunghi e grandi del Perù. Origina dal Nevado Pucalá, nella regione del Cuzco e porta le sue acque nel Rio delle Amazzoni.»
«E dà luogo a una regione che da questo fiume prende il nome Madre de Diós.»
«Sì, è una regione oggi di grande valore ecologico, considerata la capitale della biodiversità e per questo dichiarata parco naturale da difendere. Purtroppo solo parzialmente: nella zona superiore ci sono grandi installazioni petrolifere; e giù in Amazzonia… meglio non parlarne di cosa succede. Questa è la regione che gli incas conquistarono per ultima. Era abitata dai Collagua, una popolazione che fece molta resistenza ai quechua. A loro dobbiamo anche tutta una vasta e paziente opera di terrazzamenti; ce ne sono più di 7000 nella regione chiamata Camana-Mayes-Colca; furono loro i primi a rendere questo suolo adatto all’agricoltura.»
«Dove si trova?»
«A oriente e piú a nord rispetto alla missione, in basso verso la Selva alta.»
Avevamo superato un’altura e stavamo ora scendendo lungo una valle larga e ampia, più verde delle precedenti. Si vedevano alcune costruzioni e greggi di lama al pascolo. Ormai la meta doveva essere vicina.
«Finalmente un paesaggio umano» esclamai.
«Stiamo per giungere a destinazione. Il pueblo dove ci fermeremo questa sera si trova sull’altro versante, di fronte a noi. Dovresti scorgerlo se fai attenzione. Ecco, guarda, laggiù – indicò col braccio verso destra davanti a lui.
In effetti riuscii a vedere un’area più verdeggiante e alcune costruzioni.
L’ultima parte del percorso fu più gradevole, e ogni tanto incontravamo pastori che ci fermavamo a salutare. Mi sembrava che la desolante solitudine delle ore precedenti fosse solo un ricordo.  Giungemmo al villaggio con il sole ancora alto. Non c’era una chiesa, ma Ruíz si diresse a una casupola di mattoni adobe dall’aria piuttosto abbandonata. Scendemmo dall’auto e entrammo in questa casupola. Il suo interno era formato da una sola stanza quadrata di non più di due metri per due, e ammobiliata da nient’altro che da una scaffalatura pressoché vuota, un piccolo armadietto di plastica e alcune stuoie arrotolate.
«Questo è il nostro albergo. Non è confortevole, ma pulito.»
«E freddo» dissi con una certa rassegnazione.
« E freddo. Ma avremo coperte sufficienti per coprirci bene durante la notte. E poi le pareti sono ben isolate.»
«Il tetto un po’ meno» dissi, guardando in alto.
«Ma questa notte non piove e non nevica…» mi rispose Ruíz con una risata.
Lasciammo il poco bagaglio che avevamo con noi e uscimmo per dirigerci verso le altre costruzioni. Questa volta nessuno ci era venuto incontro, ma era ancora presto ed evidentemente erano ancora tutti al pascolo.
«Qui vivono solo poche famiglie. Una ventina di persone in tutto. Si dedicano soprattutto all’allevamento dei lama per cui spesso si spostano.»
Mentre ci avvicinavamo alla parte alta del villaggio, ci venne incontro una donna anziana che salutò padre Ruíz e ci accompagnò alla sua casa.
Era una casa più grande delle altre, ben curata, anche questa praticamente senza mobilio, tranne una vecchia cucina a cherosene sulla quale un gran pentolone stava allegramente bollendo e emanando un poco gradevole profumo di verdura e legumi.
Un cane sonnecchiava accanto al forno, e alcune galline razzolavano sul pavimento.
Non potendo partecipare alla conversazione, mi limitai a guardarmi attorno e a osservare il viso rugoso della padrona di casa, i suoi capelli grigi tirati e annodati dietro la nuca in un lunga treccia. Conversarono alcuni minuti poi d’improvviso si alzarono entrambi avviandosi verso l’uscita e Ruíz mi disse di seguirli. Ci incamminammo lungo i sentieri tra le case. Giungemmo a un’abitazione più piccola della precedente e Ruíz mi fece cenno di attenderlo lì fuori. Entrò con la donna.
C’era silenzio, neppure i cani abbaiavano; mi faceva una certa impressione. Passeggiai tra le casupole distanti tra loro solo una decina di metri. Finalmente vidi un piccolo gruppo di bambini che saliva correndo. Finalmente un po’ di vita. Non mi notarono, finché non mi furono vicini e si arrestarono di colpo, forse sorpresi nel vedere uno straniero. Chissà, forse neppure sapevano che padre Ruíz sarebbe venuto con un gringo. Sorrisi e gli feci cenno con la mano di avvicinarsi. Proseguirono lentamente guardandomi con i loro occhi rotondi e grandi.
Mi feci coraggio e azzardai un saluto in quechua: «Rimaikuiki ».
«Napaikuiki, taitai! e mi corsero attorno festosi. Evidentemente ci avevo azzeccato. Confortato dal primo successo, tirai fuori dalle tasche una manciata di caramelle e cominciai a distribuirle.
«Achalau! Rejsikuikim! Rejsikuikim! »
Non avevo compreso la prima parola, che sempreva un’espressione tipo evviva, ma il resto era un grazie. Cominciavo bene. Il problema veniva se mi facevano delle domande. E così fu.
«Maimanta-chu hamuchkanki, gringo taitai  ? »
«Italia mantam
«Achalau!» esclamarono tutti assieme, e ne convenni che questa era un’esclamazione, una specie di ¡caramba! Avevo capito che volevano sapere da dove venivo, per intuizione e per quel gringo taitai, signor gringo, e dal suffisso manta, che significa “da dove”.
Mi fecero altre domande, ma parlarono tutti assieme e non avrei capito neppure se avessero parlato spagnolo. Mi feci ancora coraggio con le poche parole che Ruíz mi aveva insegnato per chiedere se parlavano spagnolo.
«Españolta rimankichu 
«Ari taitai. ¡Sì señor! »
Il seguito della conversazione fu più semplice, anche se intorno a me non facevano che parlare tutti assieme. Vollero sapere di Roma, del Papa e persino di Roberto Baggio. Tutto il mondo è paese. Passai un piacevole quarto d’ora seduto in terra e tutti i bambini attorno con la loro vivacità. Quando padre Ruíz tornò dalla sua visita i bambini saltarono in piedi e gli corsero intorno quasi a dargli la strana notizia che era venuto un signor straniero, gringo taitai.
Piano piano rientrarono i pastori e i contadini e il piccolo villaggio si ripopolò. Poco prima del tramonto aveva già ripreso la sua vivacità di un normale abitato di montagna, con le voci tra le case, l’abbaiare dei cani, l’affaccendarsi degli uomini con gli attrezzi e delle donne attorno ai focolari.
Quella sera fummo ospiti della famiglia nella cui casa eravamo entrati con l’anziana donna. Oltre al marito c’erano quattro figli, il più giovane dei quali era piuttosto mingherlino, con occhi neri e penetranti che quasi mettevano soggezione. Era il più silenzioso e mi osservava con attenzione.
Si iniziò a parlare in uno spagnolo stentato misto di alcune parole quechua, e seppi che Tomás, il più giovane, era un maestro.  Anche il nonno era stato maestro, e mentre il padre non aveva le doti sufficienti per diventarlo, queste erano state scoperte nel più giovane dei nipoti. Solo che era ancora novizio e anzi presto sarebbe partito per il nord per recarsi presso uno dei grandi maestros per un lungo periodo di tirocinio. Il padre non era molto convinto, perché sarebbero state due braccia in meno, ma non ci si poteva opporre al volere degli Apu. Così aveva sentenziato il nonno prima di morire l’anno precedente. E così doveva essere.
Era l’occasione per chiarire i miei dubbi, ma non potevo affrontare il discorso se prima non avevo la certezza di poterlo fare. Ma fu padre Ruíz a rompere il ghiaccio e la conversazione non trovò ostacoli.
Tomás desiderava diventare pongo e per ora era un sallka auki cioè servitore del wamani nella sua fase iniziale.   Seppi così che il nonno era un grande sonqoyoq, padrone del proprio cuore, come erano chiamati una volta questi sciamani. Chiesi una spiegazione di questa definizione, e mi fu chiarito che per essere sciamano occorre una lunga scuola, un lungo allenamento oltre alle doti necessarie, che si possiedono per nascita. Questo porterà per prima cosa alla profonda conoscenza di sé, unica via per poter discernere tra i fantasmi delle allucinazioni, e la visione reale del mondo dell’anima.
«Bisogna saper andare oltre il grande fiume» affermò a un tratto Tomás.
«­ Il grande fiume – spiegò Ruíz – è la Via Lattea. Per gli andini, questa è la via che conduce al mondo dei defunti.»
«I defunti e gli dei – aggiunse Tomás. Hanan Pacha, il mondo superiore. Solo il contatto con questo mondo ci permette di vedere oltre. Di penetrare l’anima dell’uomo e del mondo. »
L’anziana madre prese intanto un recipiente di ferro annerito dal fuoco e vi mise dentro alcune manciate di bacche rossastre che a prima vista mi sembravano di ginepro. Mise il recipiente sul fuoco e cominciò a rimestare il contenuto con un lungo cucchiaio di legno. Il piacevole aroma di caffè tostato mi rivelò la natura delle bacche e sorrisi a veder preparare il caffè così, dall’origine. Altro che caffè sorbito in piedi al bar.
Nel frattempo la conversazione proseguiva con ritmi tranquilli, proprio come si conviene dove il tempo ha una dimensione diversa da quella cui ci ha abituato la nostra civiltà del correre. La conversazione a tratti non era facile anche per la scarsa conoscenza dello spagnolo da parte di Tomás e degli altri familiari, ma padre Ruíz faceva del suo meglio per agevolarne lo svolgimento. Temevo che molte domande mi rimanessero dentro, e non sapevo se sarei riuscito a ottenere molto quella sera.

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