Il Segreto del Lago del Dieci – 12

Scritto da il 16 settembre 2017 in GRAFICA&CULTURA, Varie - Nessun commento

CAPITOLO 12

Le leggére volute del fumo del caffè e l’intenso profumo che si espandeva nel locale annunciarono che la tostatura era terminata; mama versò i grani abbruniti su una pietra per effettuarne la macinatura e ne rovesciò la polvere in un bricco nel quale versò acqua bollente che iniziò a filtrare lentamente dal fondo in una ciotola di terracotta.
«Ma tu Tomás hai visto questi wamani?» gli chiesi dopo aver sorseggiato con gusto quella calda bevanda così densa di aroma.
«Li ho sentiti. Essi vengono alle mesadas.»
«Ma sono reali o li senti come in un sogno?»
«No. Non è questa la differenza. Non possiamo parlare di due cose diverse. Cos’è la realtà?»
«La realtà siano noi qui, davanti a questo fuoco, con questo caffè tra le mani, che noi beviamo. Questa è realtà.»
«Domani tu sarai lontano da qui e tutto questo per te non sarà più realtà, ma sarà stato come un sogno.»
Queste speculazioni filosofiche che ci divertivano quando eravamo studenti, ora rischiavano di innervosirmi. Però non potevo certo reagire parlandogli di David Hume che metteva in discussione le idee e le rappresentazioni che non fossero immediatamente riconducibili a impressioni sensoriali.
«Tomás intende dire «intervenne padre Ruíz «che realtà è tutto ciò che percepisci e che varia nel tempo e a seconda delle percezioni.»
«Mi ricorda il pensiero di David Hume » dissi un po’ sconsolato.
«Non direi. Hume negava la possibilità di dimostrare l’esistenza di Dio, così come negava il soprannaturale perché non era sperimentabile. Forse se avesse partecipato a una mesada avrebbe avuto idee diverse.»
Mi resi conto che su questo terreno non avrei potuto tener testa con un gesuita. Tuttavia cercai di insistere: «Oppure Hume avrebbe sostenuto che quella era semplicemente un’impressione, un’idea complessa.»
«Guarda che il pensiero dei maestros non è molto dissimile. Quando sostengono di entrare “oltre” la realtà apparente» e così dicendo Ruíz sottolineò la parola “oltre”.»
«Entrano in contatto con l’anima» aggiunse Tomás, che dimostrava di seguire la diatriba.
«Ma cosa è per voi l’anima? «chiesi «Per gli psicologi non è che la mente.»
«Anche l’istinto, per la psicologia, è la mente − disse Ruíz –. Ma è riduttivo.»
«Nel mondo degli sciamani − intervenne Tomás − c’è una dimensione in più che è immateriale e costituisce l’essenza dell’essere umano. Quando un uomo muore è solo il suo corpo che smette di funzionare, perché di lui rimane lo spirito. Anche la mente smette di funzionare, ma non lo spirito. Quindi la mente non è lo spirito.»
Un sillogismo un po’ forzoso, mi sembrava, ma non lo interruppi.
«Gli sciamani − proseguì Tomás − esplorano questo mondo spirituale, che impregna non solo l’essere umano, ma tutta la natura, i rituali, i luoghi.»
«E questa non è che una forma di panteismo» dissi.
«No − sostenne con enfasi Ruíz –. Non ti propongono di credere a una realtà come parte di un entità divina, ma soltanto di sperimentarla, di sentirla come emanazione di un disegno più grande.»
«Questo mi pare più ragionevole.»
«Ti dicono che sperimenti per te stesso, che sei tu stesso che vai a vedere, tu solo avrai accesso a questa conoscenza, se lo vorrai.»
Sorseggiai il caffè lentamente come per assorbire queste ultime parole. Gli altri tacevano, non so neppure se seguivano il discorso, ma sembravano attenti.
«Sperimentare… » dissi sottovoce quasi tra me.
«Sí señor − aggiunse Tomás − francamente è un’esperienza che ti conduce verso una percezione della realtà distinta, ma ordinaria, che ti permette di accedere ad altri livelli di coscienza, ad altre dimensioni della vita che normalmente non puoi distinguere perché presenti in altra forma.»
Rimasi colpito da una spiegazione così complessa da parte di un ragazzo tanto giovane. Era proprio destinato a diventare un maestro.
«È una sorta di rivelazione − aggiunse padre Ruíz − che ti permette di vedere ciò che a prima vista ti sfugge, perché tu sei chiuso nel tuo io esteriore.»
L’io esteriore. A pensarci bene è vero, pensai tra me. Noi guardiamo sì al nostro io, ma solo a quello esteriore. Ma volli subito tornare all’argomento e non distrarmi con elucubrazioni che in fondo non fanno parte della mia natura.
«Ma allora questi wamani…»
«Sono le tue paure, la materializzazione dei tuoi incubi.»
«Allora è un sogno… Ma questa è la psicologia occidentale» esclamai.
«Le paure che porti dentro di te, cosa sono? Un sogno o non piuttosto una realtà che condiziona la tua vita?»
Questa non l’aspettavo e dovetti restare in silenzio a meditare. Ma quanto siamo superficiali nella nostra cultura occidentale che ha cancellato tutto il nostro io interiore e che ci lascia vedere solo realtà materiali, volumi e superfici di cose.
«Con questa conoscenza − proseguì Ruíz − dal rapporto tra uomo e natura dipende la comprensione delle malattie e della salute.»
«La parte fondamentale di questa conoscenza − riprese Tomás − è la riconciliazione con se stessi e con l’ambiente che ci circonda, umano e naturale.»
«In un senso più ampio − intervenne Ruíz − è un riconciliarsi con Dio.»
«Con l’idea di Dio che ciascuno di noi ha» precisò Tomás.
«Perché questa conoscenza offre una visione trascendentale di qualcosa che è più importante di te, come ogni rivelazione.»
«Una riconciliazione con la natura, esterna e interna, una specie di… potremmo chiamarla ecologia umanistica» dissi, ma intanto cominciavo a sentire qualche difficoltà a mantenere il loro livello.
«Non si tratta solo di proteggere la natura, o in senso più ampio la naturalità, ma di ricreare una sacralità nel rapporto tra tutti gli esseri viventi. Tra l’essere umano e il suo interiore, tra entrambi e il mondo circostante e tra questo e la dimensione cosmica della natura.»
«Qual è l’importanza che il rito in sé assume in questo rapporto cosmico? » chiesi.
«È fondamentale – sostenne Tomás –. Come diceva padre Ruíz, questa dimensione spirituale deve anche essere assunta, assorbita. Gli sciamani ci arrivano mediante piante che aiutano a compiere questo percorso: può essere il sampedro dei Maya o dei maestros curanderos della costa nord, può essere l’ayahuasca dell’Amazzonia o i semi di un albero chiamato huilka nella Sierra; ma anche il rito di assorbire con le narici tabacco macerato nell’alcol da una conchiglia fa parte del rituale. Mediante questi mezzi lo sciamano scopre come prendere contatto con il mondo.»
Non disse mondo, in spagnolo, ma usò la parola quechua, pacha, molto più significativa e comprensiva.
«Tu prima parlavi di panteismo − disse Ruíz –. La filosofia andina, e un po’ tutta quella dell’uomo delle Americhe, considera l’universo come un ente che ha in sé il soffio divino, o energia immateriale. Tutti i miti della creazione dell’uomo partono da una materia inerte che viene animata dal soffio divino.»
«Anche la nostra…»
«La differenza però è che qui tutto si basa su idee primordiali, principi universali che risiedono nelle stelle. L’essere supremo è il Pacha Kamac, il Fattore dello spazio-tempo; dal verbo kamay che significa dar vita, che a sua volta deriva dalla radice ka- essere. Pacha Kamac è colui che dà vita al mondo inteso come spazio-tempo. C’è in questo il concetto del principio attivo, che produce, e di quello passivo, che prende vita.»
«Mi ricorda molto il principio cinese dello yin e dello yang.»
«Anche qui il principio Terra, Pacha, è femminile, è la fertilità, mentre quello maschile è rappresentato dal Cielo, la cui forza fecondatrice è rappresentata dal Sole, Inti.»
Tomás, che aveva seguito in silenzio questa ultima fase del discorso di Ruíz, aggiunse: «Lo sciamano dotato di soffio vitale è detto kamasqa, perché il soffio vitale lo rende pieno di potere; così come i luoghi sacri, le huacas. Il corpo invece non è pieno di potere ed è per questo solo parzialmente reale.»
Restammo a lungo in silenzio. Il fuoco era ridotto a braci ardenti che scintillavano tra le pietre e mandavano ancora un gradevole tepore. Presi alcune sigarette, che per quanto non fumassi dovevo sempre avere con me, come mi era stato raccomandato, e le distribuii. Tomás la lisciò con calma tra le dita e l’accese accostandosi al fuoco, passandola poi ai fratelli perché accendessero le loro. Nessuno di loro era un fumatore, ma nelle Ande fumare una sigaretta in compagnia fa parte di un antico rituale di cortesia. Fu anche il segnale che la serata era conclusa.
Lo compresi anche dall’atteggiamento di Ruíz, che terminato di fumare si alzò per congedarsi. Ci salutammo e ci dirigemmo alla casupola dove stendemmo le stuoie a terra per accingerci a trascorrere una notte tra le più fredde che potevo ricordare.
Prima di prender sonno avevo ancora una domanda che mi premeva.
«Perché non accetti quello che tu consideri il turismo esoterico?»
«Il rituale è il modo in cui uno si manifesta e chiede permesso perché non si può andare a rubare il fuoco agli dèi. Se uno ne ha il diritto, questo non deve essere per un proprio capriccio o per una semplice soddisfazione personale o, peggio, per lanciarsi in un viaggio evasivo. La ritualità è la porta d’ingresso all’universo del sacro. Nel cercare la coca per drogarsi, si hanno le visioni per effetto meccanico della droga e queste non sono rivelatrici. Quelle degli sciamani, che richiedono anni di allenamento e di profonda conoscenza, permettono di distinguere tra i fantasmi e la realtà. Per questo gli sciamani erano chiamati sonqoyok, che significa padrone del proprio cuore.»

Fummo svegliati al sorgere del sole da qualcuno che bussava alla porta. Era Tomás che, seguito da un paio di bambini, ci portava due tazze di caffè caldo e due tortillas di mais. Uscii e vidi il sole illuminare la parte più alta della vallata in una soffusa luce arancio, mentre già i pastori uscivano con i propri lama. Respirai profondamente quell’aria pura, trangugiai il caffè prima che l’aria pungente lo raffreddasse e cominciai a sgranocchiare la focaccia. Non certo una colazione da cinque stelle, ma sufficiente per riprendere il viaggio. Padre Ruíz riempì il serbatoio con la benzina di riserva e riordinò i bagagli. Salutammo gli amici e riprendemmo la strada che ora, dopo un breve tratto già percorso il giorno precedente, voltava a sinistra verso le alte montagne che barravano la visuale a oriente.
Dopo un paio d’ore scostammo verso sinistra lasciando le montagne a sud per infilarci in una valle che puntava a un passo non elevato. Il terreno era spoglio di vegetazione e ricoperto solo di erba bruciata; solo qualche ciuffo più verde e più folto interrompeva quell’uniformità e vivacizzava il paesaggio. Di tanto in tanto si vedevano lama al pascolo, ma Ruíz mi disse che erano guanachi, che vivono allo stato brado.
Ringraziai padre Ruíz per l’interessante esperienza della sera precedente, manifestandogli la mia meraviglia per la preparazione e la pacatezza di Tomás.
«Come vedi è destinato a diventare un vero maestro, ne ha la stoffa.»
Fui colto da un pensiero che subito dovetti esternargli: «E se entrasse in seminario? Voglio dire, come si concilia questa vocazione con quella religiosa cattolica?»
«Non c’è spazio per entrambe. Sono due scuole che richiedono molta applicazione, molto studio. Ma non per questo incompatibili, se questo era il senso della tua domanda.»
«Nulla di provocatorio, però ci vedo molte affinità, oltre a qualche incompatibilità.»
«Sono due missioni differenti. Il prete cura le anime, aiuta i poveri, deve avere finalità molto pratiche anche per la sopravvivenza, da queste parti. Può essere chiamato a una missione nelle Ande o nella Selva, ma anche ai bordi delle città dove la realtà è di tutt’altro genere, dove occorre aver cura dei tanti bambini e donne abbandonate dalla miseria di una vita senza dignità.»
Fece una pausa e ne percepii la tristezza al pensiero dei tanti andini che bruciano la loro vita ai margini delle grandi città.
«Il maestro curandero − riprese − mantiene una sua vita propria, è e rimane contadino, ha una sua famiglia e aiuta il prossimo per curarne il corpo attraverso l’anima.»
«Comunque mi sembra che mantengano una religiosità di fondo che ben si concilia con il credo cattolico, sia pur permeato di una base ancestrale.»
«Quando Tomás ha parlato di soffio vitale e di principi universali che risiedono nelle stelle, non ha fatto altro che manifestare la base della religiosità andina.»
«Siamo certi che l’idea del soffio vitale non sia stata apportata dai missionari?»
«Anche gli indiani del nord America parlano di soffio vitale; non conosci le leggende di Manitù?»
«Certo, è vero. Ma i riti inca con l’adorazione del Sole, sono ben distanti dalla religione cristiana.»
«È una forma primordiale di religione, comune a tutti i popoli. Ed è abbastanza comprensibile, è pur vero che dal sole viene ogni forma di vita e di energia. Però qui la religiosità va oltre. Ha parlato di stelle. Per gli andini le stelle hanno un’importanza ancora maggiore, anche se non è così evidente. E tu avrai modo di scoprire molto su questo.»
«Cosa intendi dire?»
«Che tutti i nostri miti si basano su fatti astronomici. Il più delle volte nascosti e bisogna andare a leggere nei significati metaforici. Tutto questo è stato finora trascurato dagli studiosi. Oggi bisognerebbe rileggere i miti andini sotto un’altra luce.»
«In effetti il vecchio pongo aveva parlato di Via Lattea, definendola il grande fiume.»
«La Via Lattea riveste un’importanza decisiva per il popolo andino. Gli sciamani-astronomi antichi osservavano con molta attenzione e cura gli spostamenti della Via Lattea, il sorgere delle stelle o la posizione dei pianeti nei suoi confronti. Erano ottimi astronomi.»
«Non si parla molto delle conoscenze astronomiche degli inca, a confronto ad esempio con quelle dei Maya.»
«Comunque ci sono calendari solari e altri monumenti chiaramente collegati a fenomeni astronomici anche sulle Ande. E questi sono precedenti alla civiltà incaica. Certamente è una tradizione che vanta migliaia di anni. Avrai modo di approfondire l’argomento.»
«Nella biblioteca?»
«Anche. Dovrai cercare il volume che tratta la voce Pachacuti.»
«Il nome di in re inca. E anche di un cronista.»
«Il nome è stato assunto da alcuni nobili inca, ma in origine significa qualcosa come il “rovesciamento del mondo”, o dello spazio-tempo. Lo stesso diluvio è un Pachacuti. Tutta la vita e l’organizzazione inca erano basate rigorosamente su fatti calendariali; solo così si poteva regolare perfettamente un organismo tanto immenso. Pensa ai seque
«Mi sfugge il significato.»
«Quelle linee rette che partono radialmente dal Cuzco nelle varie direzioni. Sono tanti enormi quipu. Sono linee calendariali che servivano a indicare esattamente i periodi dell’anno in cui ogni località doveva compiere i propri doveri e i lavori per la comunità. Indicavano anche per ciascun ayllu il momento della semina, ma soprattutto il momento di consegnare il tributo, di prestare servizio per lo Stato. Con queste indicazioni, inequivocabilmente segnate nella roccia, la loro vita era regolata dagli eventi astronomici.»
«E così non avevano la scusa di non sapere quale fosse il giorno esatto in cui dovevano mandare uomini o merci all’inca. Una bella trovata.»
«Certo, e il sole o le stelle non sbagliavano mai. Un calendario perfetto.»
Avevamo intanto superato il passo al di là del quale si trovava un altro gruppo di abitazioni. Il paesaggio si era fatto più verde e costellato qua e là da gruppi di eucaliptus.
Ci fermammo appena il tempo sufficiente per pranzare insieme ad alcuni abitanti, soprattutto donne, e proseguimmo in modo di rientrare alla missione prima di notte. Padre Ruíz sembrava ora preso da una certa fretta di rientrare.
Non tanto però per evitare di fermarsi al passo per una breve sosta. Sul colle si distingueva un mucchio di pietre, che a prima vista poteva essere casuale, ma la posizione e una certa regolarità nella forma a piramide non poteva che essere opera dell’uomo, quasi fosse cresciuto nel tempo, pietra su pietra. Osservai il mucchio più da vicino e notai che alle pietre si mischiavano altri oggetti. Ne chiesi la ragione.
«È una apacheta. Aggiungi un sasso al mucchio.»
Presi una pietra e la posi su un lato della piramide.
«Perché dovevo aggiungere un sasso?»
«Ora strappati un capello o un pelo della barba, se preferisci, e soffiacelo sopra.»
Obbedii, pur con qualche riserva rispetto all’azione precedente.
«Bene, così facendo ti sei assicurato il ritorno. Questa è la tradizione degli andini. Le apacheta sono delle huaca, che proteggono il cammino del viaggiatore. Ognuno aggiunge una pietra e un oggetto personale. Sui passi andini, ma anche nell’attraversare fiumi o torrenti, troverai spesso delle piramidi di pietre, e oggetti, lasciati da chi passa. Così l’andino si protegge dagli spiriti della natura. E così dovrai fare tu.»
«Avevo già visto alcuni di questi mucchi di pietre; mi sembra un’usanza significativa e che mette in evidenza quanto l’uomo delle Ande sia legato alla sua natura.»
«Non solo, ci sono anche i thokanka, grandi massi o rocce sporgenti che si trovano sulla cima delle alture, spesso naturali, ai piedi delle quali il viaggiatore si ferma per riposare; qui, deve anche sputare il suo akul-iku, il bolo di foglie di coca che mastica durante il tragitto.»
Oltre il passo ritrovammo l’ambiente in cui, nonostante l’altitudine, il clima è già addolcito dalla vegetazione tropicale della Selva. Dopo il vento sferzante e l’aridità della puna, un po’ di calore mi avrebbe fatto piacere.
Lo feci presente a Ruíz: «Al di qua del passo, siamo già entrati nella yunga?»
«Troppo presto per parlare di yunga, siamo ancora in alto; la yunga o meglio yunkay, la trovi a partire dai 2300 metri.
«Sul lato del Pacifico è la regione dal clima piú dolce, vero?»
«Sì, certamente, ma non devi confondere le due zone. Su questo versante amazzonico c’è la Yunga Fluvial, che si chiama così perché si rivolge al versante dei grandi fiumi; mentre la Yunga Marítima è compresa tra i 500 m e i 2300 m sul mare, la fluviale solo non scende sotto i 1000 metri.»
«C’è l’influenza dell’Amazzonia?»
«E quindi è piú calda e umida anche ad alte quote: la regione compresa tra i 1000 e i 400 m sul versante amazzonico si chiama Rupa-Rupa.»
«Quindi la yunga è una regione climatica del Perù, che identifica un clima temperato?»
«Piú o meno è così: del resto, nella nostra lingua, la parola yunkay significa “valle calda”. »
Nonostante la strada che avevamo affrontato fosse in ripida discesa con gli stretti tornanti e il fondo dissestato che non mi lasciavano tranquillo, il nostro ritorno fu piacevole. Padre Ruíz non sembrava voler affrettarsi e guidava con sufficiente prudenza. Prima di sera eravamo rientrati alla missione, percorrendo, nell’ultimo tratto, la stessa strada del mio arrivo con Olano.

 

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