Il Segreto del Lago del Dieci – 13

Scritto da il 23 settembre 2017 in GRAFICA&CULTURA, Varie - Nessun commento

CAPITOLO 13

Dopo le intense giornate sulla puna, sentivo il bisogno di restare un po’ tranquillo in missione: il lavoro nei campi, per quanto i miei compiti fossero solo formali, mi serviva sia a tenermi allenato fisicamente, sia a cominciare a scambiare qualche frase semplice in quechua con i contadini, i quali peraltro sembravano divertirsi a vedere i miei sforzi.
Il pomeriggio lo passavo in biblioteca, ma anche seduto all’aperto, sotto il patio, a leggere e studiare la lingua. Le giornate trascorrevano regolari, pur senza monotonia, e finalmente avevo compreso quanto fosse stato utile farmi fermare alcuni mesi alla missione. Era l’unico modo non solo per imparare la lingua, ma anche per entrare nel vivo della cultura andina. Credevo di avere già una conoscenza, se non approfondita, almeno di buon livello, ma quanto piú il tempo passava, e piú riuscivo a entrare in contatto con gli uomini, tanto piú mi rendevo conto di quanto lacunose fossero le mie conoscenze.
Avevo da apprendere persino dai compesinos piú umili, i quali sia pur inconsapevolmente, tramandavano un’antica scienza dell’agricoltura. Da loro, con l’aiuto di padre Ruíz, appresi ad esempio che vi sono nelle Ande quasi 300 varietà di patate, cento di mais, per non parlare di prodotti tipicamente locali, che loro chiamiamo “cultivos andinos” come la quinua, la kiwicha, il tarwi.
«Tutti prodotti, − diceva padre Ruíz − che sono anche il risultato di migliaia di anni di esperimenti genetici. Del resto, non dimenticare che nella regione del Cusco c’erano dei centri sperimentali agricoli e pochi in Occidente sanno infatti che molti dei prodotti che si consumano oggi nel mondo provengono dalle Ande.»
«Avevo sentito un’ipotesi, che Machu Picchu fosse uno di questi centri sperimentali agricoli.»
«Chissà se un giorno si riuscirà a svelare il vero mistero di Machu Picchu.»
«Quale tipo di mistero?»
«Non è sicuro che gli inca conoscessero questa località, ad esempio. Secondo un ricercatore serio e affidabile, Victor Vargas, questa era una località abitata precedentemente e non piú ai tempi degli inca storici.»
«Che fosse un centro di sperimentazione agricola, oppure un luogo di ricerca astronomica, certo non era una città come le altre» feci notare.
«Ma l’attività agricola non devi considerarla semplicemente cosí come è considerata oggi; per quanto scientifica, ai tempi era un’attività con una forte caratterizzazione sociale e religiosa, anche basata sull’astronomia.»
Mi resi facilmente conto che uno degli apporti piú importanti delle antiche popolazioni andine a tutta l’umanità sono stati proprio il progresso nell’agricoltura; oggi l’Occidente vede solo i grandi monumenti architettonici e non pensa assolutamente a quest’altra grande opera dell’uomo delle Ande. Tanto meno lo avevano capito i conquistadores, nell’arroganza della loro supposta superiorità. Ma anche oggi, non solo cinquecento anni fa, le cose non sono poi tanto diverse.

Intanto, con il passare delle settimane, cambiavano i compiti nei riguardi della terra.
Una mattina, quando mi avviai ai c3ampi per il mio misero aiuto ai contadini, questi erano già da tempo al lavoro. Aveva ragione padre Ruíz quando la sera prima mi aveva avvertito che avrei goduto di un’esperienza nuova e indimenticabile: vedevo al lavoro uomini e donne sulle takana, i terrazzamenti lunghi e stretti, piú noti come andenes, che permettono di coltivare i ripidi pendii andini, non molto diversamente dalle fasce della mia Liguria, ma che ricordano soprattutto i terrazzamenti delle coltivazioni dell’estremo oriente. Tutti cantavano mentre lavoravano. Prima gli uomini tenendo in mano piccoli strumenti piuttosto rozzi, intonavano una frase, poi le donne che li seguivano con un palo speciale col quale estirpavano le radici, rispondevano. Era affascinante. Era meraviglioso vedere queste persone, lavorare senza interrompersi con un ritmo regolare e costante, quasi la musica del loro canto servisse a dare il tempo alle loro azioni coordinate. Restai a fissarli per un certo tempo anche perché non sapevo come inserirmi in un ritmo di lavoro cosí perfetto e regolare. Ruíz mi spiegò che lo strumento con il quale gli uomini preparavano i solchi nel terreno, una specie di aratro primitivo, si chiama tajlla, la cui punta viene affondata nel terreno con la spinta del piede. In questo modo i campesinos smuovevano la coltre superficiale del terreno, inaridita dal lungo periodo di siccità. Le donne con i loro bastoni e con le mani ripulivano le buche, per prepararle per la successiva semina.
Eravamo infatti già entrati nel mese di agosto, il loro Yapaquis detto anche chakra yapuy quilla, che significa pressappoco mese per arare il campo. Ai tempi degli inca, mi spiegava Ruíz, in questa occasione si sacrificavano un centinaio di montoni bruni che dovevano non avere difetti e in mezzo a questi uno bianco, detto napa, al quale ponevano grandi orecchini d’oro. Ovviamente tutto questo oggi non avviene, ma la semina, per queste popolazioni è tuttora, un momento di grande importanza nel corso dell’anno. Per questo erano convenuti contadini anche da altre comunità, altri ayllus, per aiutare. Questi campi, o chakra, erano destinati alla semina e alla coltivazione del mais, che sarebbe stato poi distribuito a tutte le comunità che avevano partecipato. In cambio, in altri periodi dell’anno, a seconda dell’altitudine, gli stessi si sarebbero ritrovati presso altre comunità per seminare altri generi, la patata, la yucca e altri legumi.
Alla sera era sempre una festa. Alla luce della luna, o dei fuochi, si mangiava e beveva chicha, si suonavano charangos, specie di mandolini fatti con guscio di armadillo, zampoñas e quenas, piccoli flauti dal suono acuto e dolce. E ballavano il taqui, che ai tempi degli inca, si ballava con lunghe tuniche colorate, ora invece con i propri ponchos.
Nel mese di settembre, Coya raymi, o festa della luna, il mais cominciava a spuntare dalla terra. Era il periodo in cui i contadini rimasti alla missione dovevano fare attenzione che gli uccelli non mangiassero i semi e i germogli. A questo lavoro partecipavo anch’io volentieri e con “competenza” non richiedendo nessun tipo di specializzazione; in fondo si trattava di fare lo spaventapasseri e la cosa mi divertiva oltre a essermi congeniale. Era soprattutto occasione per far pratica di quechua al cui apprendimento dedicavo ormai parecchie ore della giornata. Il nome di questo mese, come ebbi occasione di apprendere, significa Pasqua di Luna, durante il quale, ai tempi dell’impero, i sacerdoti mantenevano una stretta dieta a base di solo mais, si bruciavano lama bianchi. Scopo di queste cerimonie era quello di allontanare le malattie e le epidemie. Questa festività prendeva il nome di Citua e al Cusco, fino alla luna nuova del mese, nessuna persona malata, o con difetti fisici, poteva rimanere in città.
Qui alla missione ci si limitava a cantare huaynu, raccomandando al Signore di allontanare il male dalla comunità. Una sera, allo spuntare della luna nuova furono accese delle torce e gli uomini, seduti in circolo, gridavano: “malattie, disastri e disdette uscite da questa terra!” e le donne ripetevano in coro “il male esca da qui”. Le torce si agitavano tracciando strisce di fuoco giallastre nel buio. Intanto, tutti quelli che non portavano torce si levavano il poncho, nonostante l’aria fredda, e lo agitavano davanti a sé, come per scacciare delle mosche, allontanandosi dalle abitazioni e dai campi, verso la valle. Ripetevano cosí gesti e tradizioni che risalivano ai secoli passati quando questa cerimonia era eseguita nella piazza principale del Cusco. Allora, la cerimonia si concludeva con la partenza di corsa dei soldati, armati di lance, che partivano nelle quattro direzioni dell’impero, i quattro suyos, fino a raggiungere i fiumi ai paesi confinanti; là piantavano le lance nel terreno, come per trattenere cosí i mali, che non potessero piú tornare. Nei fiumi i soldati si bagnavano per purificarsi prima di tornare al Cusco. Tutto questo oggi non si può ripetere e la cerimonia terminava con canti e bevute di chicha, senza tuttavia che nessuno si ubriacasse, sotto l’occhio vigile di Ruíz. Si cenava tutti assieme, all’aperto attorno a grandi fuochi, ma solo legumi e vegetali, senza consumare carne.
Con ottobre, seppure con qualche anticipo rispetto alle valli tra le Cordigliere, si annunciavano le prime piogge. Al Cusco la stagione delle piogge iniziava in dicembre, con l’estate boreale, ma qui l’influenza delle correnti amazzoniche si faceva già sentire al momento del cambio di stagione.
«Uma raymi quilla » mi spiegò Ruíz è il nome di questo mese, dedicato alle pulizie e alla raccolta della legna per la stagione delle piogge.
«Una festa della luna anche questa − osservai − ma qual è la differenza con coya raymi ?»
«Coya è la regina, in cui la luna è intesa come moglie del sole, Inti. E infatti, il mese scorso si festeggiava la luna nuova, la signora che esce dalla grotta come le sorelle dei primi uomini che portarono la civiltà sulle Ande. Invece il nome di questo mese significa mese della festa dell’acqua. Non confondere la parola quilla che significa luna, ma anche mese. »
Per alcuni giorni anch’io mi aggregai alle spedizioni attorno alla missione per la raccolta della legna. Era la stagione migliore per questa operazione perché la legna è ancora asciutta e, inoltre, specialmente nelle zone piú alte, c’era una grande disponibilità di erba secca e dura che serviva sia come combustibile, sia per fabbricare scope, come quelle di saggina che si usavano un tempo nelle nostre campagne. Quest’erba, è molto pungente, e bisognava fare attenzione a non tagliarsi le mani, ma persino le scarpe, per me che le portavo e mi meravigliavo a vedere questi indios indossare semplici sandali o addirittura scalzi, camminare con disinvoltura, dove persino i bovini possono ferirsi; solo i lama camminano tranquillamente su questa erba senza tagliarsi.
Era questo il mese in cui iniziano le prime piogge, non frequenti nelle zone alte, ma già insistenti piú a valle. Non era raro, infatti, al mattino trovarsi come isolati, su un mare di nubi bianche che coprivano le valli sottostanti, dalle quali risalivano come vapore che si dissolveva mano a mano che risaliva lungo la valle.

Una sera, sentii improvviso un bisogno di approfondire certi argomenti che avevo rimuginato nel pomeriggio leggendo alcuni testi, e decisi di scendere in biblioteca, nonostante l’ora tarda. Uscii dalla mia stanza e mi diressi alla cucina per accedere alla scala che conduceva nel sotterraneo. Sollevata la botola e scesa la scala trovai la porta della biblioteca accostata. Strano, pensai, credevo di averla chiusa, come sempre. Possibile che mi fossi dimenticato un’operazione che eseguivo ogni giorno molto accuratamente?   Spinsi l’uscio e vidi che all’interno la sala era illuminata da una candela posta sul tavolo al centro. Entrai con una certa circospezione, immaginando che Ruíz fosse là per cercare qualcosa. Accanto all’armadio sulla parete di fondo scorsi chinato, il novizio Ciro Rodriguez. L’armadio era aperto.
Feci un passo avanti, incerto se proseguire e salutare o se tornare sui miei passi. In fondo non avevo ragione per nascondere il mio desiderio e la mia decisione di tornare alla biblioteca a quell’ora tarda, ma rimasi assai meravigliato nel vedere che Ciro stava qui, era la prima volta, non era mai sceso nel pomeriggio.
Decisi che in fondo, anche Ciro poteva avere interesse, per i suoi studi, a leggere testi in biblioteca, per cui fece qualche passo avanti e dopo un diplomatico colpo di tosse, lo salutai cordialmente.
«Hola Ciro, anche tu qui. Sei impegnato a studiare testi qui in biblioteca. Disturbo? »
Ciro non rispose, si girò e mi guardò con uno sguardo che mi parve smarrito e sorpreso. Temetti di averlo spaventato.
«Cosa leggi? »
«Oh, nulla, stavo cercando…, facevo ordine… »
Lo vidi chiaramente imbarazzato. Ebbi l’impressione di averlo colto mentre faceva qualcosa che non voleva rivelare. Dovevo decidere immediatamente il mio comportamento. Forse esageravo. Decisi di riprendere il discorso, almeno per tranquillizzarlo per la mia presenza imprevista.
«Oggi ho letto alcuni documenti, che mi hanno fatto pensare. Non potevo dormire con quel pensiero in testa; così ho deciso di scendere per consultare ancora un testo. Ma vedo che hai aperto l’armadio di cui manca la chiave. Forse puoi aiutarmi a cercare qualcosa che potrà essermi utile. »
Ciro si mostrò ancora più imbarazzato. Cercai ancora di dare l’impressione che non avevo rilevato questo suo imbarazzo, ma non riuscii a ottenere risposta.  Mi avvicinai e mi chinai verso l’armadio aperto. Guardai Ciro e gli chiesi se sapeva cosa contenevano questi scaffali.
«Sono testi antichi, scritti in runa simi. Sono testi di miti della popolazione andina, scritti poco dopo la conquista.» La voce del novizio era fioca, quasi tremava, lo sguardo sfuggente. Feci del mio meglio per metterlo a suo agio. In fondo questo evento inaspettato poteva tornarmi utile. Al momento non pensai se riferirne a Ruíz. Evitai di sollevare la questione della riservatezza di questa parte della biblioteca.
«È una buona occasione che tu sia qui Ciro, sai? Non ho ancora potuto vedere i testi contenuti in questo armadio. Potresti aiutarmi a vedere cosa contiene. »
Ciro era sempre più agitato. Lo vidi sudare.
Cominciavo a esaurire le mie risorse diplomatiche, non sapendo più come reagire al suo comportamento, che certo rivelava un notevole disagio. D’altra parte preferivo non allarmarlo per due motivi: il primo, certo egoistico, perché temevo che così facendo si sarebbe chiuso in un silenzio ostinato e quindi non avrei potuto trarre i benefici che desideravo da questo incontro fortuito; in secondo luogo, mi spiaceva veramente metterlo in difficoltà, anche se forse quello che stava facendo non gli era autorizzato.
Al momento non pensavo se di questo avrei dovuto parlare con padre Ruíz. Dovevo agire con cautela. Ma prima di tutto dovevo pragmaticamente profittare della situazione: l’armadio era aperto!
«Sai − proseguii − nei giorni scorsi volevo esaminare in raccoglitore, che si trova proprio in questo armadio. Ma non ho trovato la chiave. Il suo codice era… aspetta, Q, no R. Sí R03, tratta di riti. Sugli scaffali i raccoglitori arrivano alla lettera Q. Presumo dunque che questo si trovi proprio qui. Possiamo verificare? »
Ciro era incerto, ma sembrava tranquillizzato dal mio atteggiamento amichevole. Speravo di farcela.
«Non so se posso… questo armadio è chiuso perché questi documenti sono disponibili solo per chi può leggerli.»
Fingendo di capire che la difficoltà di lettura dipendesse dalla lingua, cercai di incoraggiarlo, dicendogli che avrebbe potuto aiutarmi lui, traducendo dal quechua.
«No, no, non è questione di lingua. »
Non mi azzardavo a toccare il raccoglitore; attendevo una sua mossa. Tentai ancora.
«Proviamo a guardare, ti spiace? »
Ebbe un attimo di esitazione dopodiché reagì con decisione: «No, non posso. Ero qui per fare ordine e pulizia. Padre Ruíz non vuole che si vada a curiosare in questi documenti. Ora vieni via, non voglio problemi. »
Ciro, che fino a quel momento era rimasto nella posizione in cui l’avevo trovato, entrando in biblioteca, chinato sui libri dello scaffale inferiore, si rialzò e si diresse deciso verso le ante dell’armadio, per chiuderle. Dovevo tentare ancora.
«Aspetta, Ciro. lasciami almeno vedere cosa contiene il raccoglitore R03. Guarda, dev’essere qui.»
Feci scorrere le dita rapidamente sui raccoglitori del primo scaffale in alto; era tra i primi.
«Ecco, Ciro, guarda qui c’è il codice R03.»
Ciro voleva chiudere l’armadio. Ero incerto se prendere il raccoglitore o lasciare a lui il compito.
«Ciro, vieni. È qui!» dissi chinandomi sul raccoglitore.  Controvoglia Ciro lasciò le ante dell’armadio e si avvicinò. Gli indicai il raccoglitore R03.
«Guarda, proprio quello che cercavo.»
Lo guardai, ma vidi che non si decideva, per cui decisi di estrarre il raccoglitore. Con assoluta tranquillità, fingendo di non accorgermi dell’agitazione di Ciro, lo portai al tavolo e slacciai i cordoncini che lo chiudevano.
«Vediamo, vediamo…, scorsi l’indice, dev’essere all’inizio… analogie… sì, ecco.»
Sfogliai le pagine; era tra le prime. Analogie.
«Guarda, Ciro è quello che cercavo. Vedi, stavo leggendo l’indice, quando restai incuriosito da questo argomento: Analogie, nell’ambito dei riti e della religione.»
Presi uno sgabello e mi sedetti. Feci cenno a Ciro di sedersi accanto a me. Riluttante, Ciro prese un altro sgabello e si sedette. Forse avevo vinto la prima battaglia. Non diedi a vedere la mia soddisfazione e proseguii.
«Come dicevo, sono interessato a quanto può essere contenuto in questi fogli. Ho parlato con Padre Ruíz del Sumac Ñusta… lo conosci, vero? »
«Sì, fu la risposta esitante di Ciro.»
«Ecco, ne abbiamo discusso con Ruíz. Ho l’impressione che voi religiosi vi lasciate influenzare troppo dalla religione occidentale. Evidentemente, i missionari volevano evidenziare le analogie che la religione andina aveva con quella cristiana. »
Guardai i fogli: «Ma qui è scritto in quechua. Non sono ancora in grado di leggerlo. Ciro, cosa c’è scritto? »
Guardò il foglio, lesse in silenzio e scrollò il capo. «Non capisco…»
«Come?»
«Sì… ma non so… parla di una volpe.»
«Prova a leggere.»
«La coda della volpe rimase nera… Ma questo non significa nulla…»
«Sembra anche a me. Vai avanti.»
«La volpe si rifugiò sulla montagna in attesa del… pachacuti… del… capovolgimento… »
«Sei certo di leggere quanto è scritto?»
«Così è scritto. Padre Ruíz non è d’accordo… »
«Capisco, ma vorrei vederci più chiaro. Certamente si tratta del racconto di un mito.»
«Padre Ruíz dice che per comprendere questi documenti bisogna avere una lunga preparazione; ti prego. Mettiamo via e chiudiamo. Io ero qui per far pulizia.»
Tentai un’ultima carta.
«Ciro, se questi testi sono in quechua non posso leggerlo senza l’aiuto di qualcuno. O mi aiuti tu, o dovrò insistere con padre Ruíz.
«No, ti prego, non parlarne con padre Ruíz.»
«Ma già gli ho chiesto di approfondire l’argomento. Solo che lui mi dice di attendere.»
«Ha ragione.»
«Tu sai di cosa si parla?»
«No. Non sono ancora pronto»
«E Ruíz?»
«Credo di sì, ma non ne sono sicuro»
«Allora, Ciro, dimmi cosa sai di questi testi.»
«Furono scritti da missionari che raccolsero i racconti di amauta, i saggi delle Ande. »
«Lo immagino. Ma sono anche raccolti secondo uno schema. Sono ordinati, quindi devono avere uno scopo. E, soprattutto, devono avere un senso logico.»
«Questo non lo so.»
Cominciavo a perdere la speranza di scoprire qualcosa di più. Insomma ero sceso in biblioteca perché volevo cercare una soluzione ai miei pensieri e ora mi stavo creando molti più problemi. Dovevo cercare di riordinare le idee.
«Ho capito, Ciro. Senti facciamo una cosa. Se devi andare va pure. Puoi anche chiudere questo raccoglitore nell’armadio, tanto non riesco a leggerlo e se anche potessi leggerlo non lo capirei. Se non ti spiace resto qui. Ho bisogno di riordinare le idee.»
Mi parve più sollevato. Prese il raccoglitore, lo legò e lo ripose nell’armadio. Chiuse, prese le chiavi e si allontanò.
«Non fare tardi » mi raccomandò prima di uscire.

A questo punto ero riuscito se non altro a vedere uno di questi raccoglitori chiusi, ma purtroppo questa prima esperienza finiva qui. Avevo semplicemente sentito una frase, certamente misteriosa, ma non avrei potuto parlarne con Ruíz. O forse avrei potuto farlo, ma mi spiaceva mettere in difficoltà Ciro: Ruíz avrebbe potuto redarguirlo per il fatto di avermi lasciato aprire e addirittura leggere qualche cosa di quel raccoglitore. Cosí, almeno per il momento, la mia ricerca restava al punto di partenza. Anzi, aumentavano le mie difficoltà a comprendere la mitologia andina. Se ero entrato in biblioteca con dei dubbi che intendevo chiarire, ne uscivo con altri ancora maggiori: “la coda della volpe rimase nera”, cosa poteva significare? Sapevo solo di alcuni racconti del Huarochirí, che parlavano di una volpe bianca e una volpe nera: con il chiaro significato di lotta tra il bene e il male con un certo pessimismo, in quanto nelle credenze andine non può esistere il bene senza il male, che in genere predomina.
Quello che invece non avevo mai sentito era quella seconda parte della frase: “la volpe si rifugiò sulla montagna in attesa del pachacuti”.  Questo era certamente piú difficile da comprendere, almeno per me. Dimenticando le ragioni per cui ero sceso in biblioteca, cominciai a pensare a quale potesse essere questo significato, ma soprattutto mi infastidiva il fatto di non poterne parlare con Ruíz. Se il pachacuti era un capovolgimento, poteva essere il diluvio che è ricorrente in tutte le mitologie e anche in quella andina, la logica sarebbe che la volpe sale sulla montagna per evitare di essere sommersa dalle acque; ma perché proprio la volpe? Evidentemente la parola poteva avere anche un altro significato. Decisi che avrei parlato nuovamente con Ciro se non altro per chiedergli se in quechua la parola potesse avere anche altri significati, come spesso avviene; ad esempio, avevo scoperto che paco, che significa lama maschio, significa anche sciamano. Forse questa volpe era un termine che stava anche per un genere di persona. Questo forse avrei potuto scoprirlo.

 

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