Il Segreto del Lago del Dieci – 14

Scritto da il 30 settembre 2017 in GRAFICA&CULTURA, Varie - Nessun commento

CAPITOLO 14

Il ritorno di Olano alla sua famiglia sull’altipiano del Titicaca era stato previsto prima dell’inizio delle piogge, quando ormai il grosso del lavoro nei campi fosse terminato. La sua presenza tra noi era stata discreta e sollecita, sempre disponibile ad aiutare e a eseguire quelle piccole riparazioni di cui c’è spesso bisogno negli edifici, attirandosi la simpatia di tutti, anche delle due suore piuttosto riservate, tanto da apparire arcigne a un giudizio superficiale di chi le osservava. Queste due suore provenivano dalla montaña ai confini con l’Amazzonia e appartenevano a etnie non quechua: eppure non davano l’impressione di soffrire i tremila metri di altitudine della missione. Olano mi annunciò la sua partenza solo il giorno prima con un laconico: «Señor, domani Olano torna dai suoi bambini e dalla sua donna. Ci rivedremo dopo le piogge.»
Domani. Erano già trascorsi quasi quattro mesi dal nostro arrivo, e ora mi spiaceva non condividere piú con lui la camera, pur avendo a disposizione piú spazio. Mi sarebbe mancato. Lo stavo osservando prepararsi le poche cose che aveva con sé, quando si presentò in camera Ciro Rodriguez, il giovane novizio meticcio della missione. Ciro, a differenza di K’oto, puro quechua, era un meticcio di Ayacucho, magro e dallo sguardo obliquo, ben diverso dagli indios locali di razza pura senza traccia di uno dei tanti incroci dei peruviani. Dalla sera in cui lo avevo incontrato in biblioteca, alcuni giorni prima, non avevo piú avuto l’occasione di scambiare due parole con lui, mentre, al contrario, K’oto, era sempre disponibile e si era rivelato il mio assiduo maestro di quechua. Del resto il quechua di Ciro non era lingua madre e, a detta di Olano, non lo parlava neppure tanto bene. Ciro entrò con fare circospetto, atteggiamento cui non feci molto caso, proprio perché gli era naturale, ormai avevo fatto l’abitudine a quel suo modo sfuggente di tenere i contatti con le persone, certamente poco apostolico e poco confacente con la sua missione di futuro prete. Non ne avevo parlato con Ruíz, proprio perché con il suo atteggiamento passava quasi in secondo piano rispetto a tutti gli altri abitanti o contadini con i quali i rapporti erano ormai quasi familiari. Mi ripromettevo ora, osservandolo, mentre si rivolgeva a Olano, di parlarne con Ruíz. Mentre pensavo a queste cose, seduto sul ciglio della branda a eseguire i miei esercizi di quechua, osservai che Ciro stava consegnando una busta, presumibilmente con una lettera, a Olano, chiedendogli di recapitarla in un ufficio di Puno. Olano la mise insieme alle sue poche cose, assicurandogli che lo avrebbe fatto senza dubbio al suo arrivo e di non preoccuparsi. Parlavano spagnolo; Ciro aggiunse che era una lettera per i suoi parenti, che il destinatario avrebbe provveduto a recapitare direttamente ad Ayacucho, perché non si fidava delle poste peruviane.
Dopo che Ciro fu uscito dalla camera, attesi qualche minuto, continuando i miei esercizi, prima di far notare a Olano i miei dubbi sul comportamento sempre elusivo di Ciro. Quasi sopra pensiero Olano rispose: «Non è un quechua», quasi a giustificare in quel modo una differenza per lui scontata. Poi, visto che lo stavo osservando, come se quella risposta non fosse soddisfacente, aggiunse: « Forse perché studia troppo. Ciro non ama il lavoro manuale, e è piú attento ai libri che alla terra.»
« Perché dici questo? Io l’ho visto lavorare, come gli altri.»
« Come gli altri, no. Lavorare sì, però la mattina era spesso in biblioteca.»
La mattina, dunque quando io non c’ero, osservai, eppure non ci avevo fatto caso. Forse aveva ragione Olano.
Il giorno dopo, la partenza di Olano fu occasione per un supplemento di allegria e di festeggiamenti, nel pur breve intervallo di tempo tra gli ultimi preparativi e la sua partenza. Sulla camioneta furono caricati sacchi di frutta proveniente dalle tenute a valle, e di mais. I ragazzi della tenuta salutarono la sua partenza suonando i loro semplici strumenti a fiato, dei rozzi pututos artigianali che sostituivano i tradizionali strumenti che sulle Ande servono per accompagnare molte delle cerimonie quechua e le processioni religiose.
Nel pomeriggio, prima di scendere in biblioteca, chiesi a Ruíz se avesse potuto raggiungermi. Volevo accennare a Ciro e togliermi la curiosità che ormai mi si era insinuata, dopo il breve scambio di opinioni con Olano. Scendemmo insieme e gli chiesi subito, appena la pesante porta di legno fu richiusa alle nostre spalle, cosa pensava di Ciro Rodriguez. Naturalmente, la sua prima reazione fu una domanda: « Cosa hai notato di strano in lui? » quasi si aspettasse che il suo atteggiamento non fosse in sintonia con il resto della missione.
Gli spiegai le mie osservazioni sul suo comportamento sempre sfuggente e isolato, e gli riferii il commento di Olano.
«In biblioteca? » sembrava meravigliarsi.
« Cosí dice Olano, e anch’io non avevo mai notato che trascorresse ore in biblioteca al mattino. Del resto − aggiunsi − una sera lo avevo trovato qui e mi disse che doveva riordinare e spolverare gli scaffali. »
« Quando? » Ruíz mi parve alquanto allarmato.
« Una sera tardi, non riuscivo a dormire e volevo leggere ancora. Circa una settimana fa. Volevo parlartene, ma a parte quella volta, non l’avevo mai incontrato in biblioteca.»
Ruíz restò silenzioso e solo dopo un lungo intervallo aggiunse: «E perché non me ne hai parlato subito?»
«Non ho trovato nulla di strano che dovesse riordinare, o anche consultare qualche libro, però… »
«Però, cosa? »
«Aveva aperto l’armadio di cui non c’è la chiave e quando sono entrato aveva riposto un volume e stava per chiudere a chiave lo sportello.»
«Ne sei sicuro? »
«Certo, tanto piú che gli  chiesi di farmi vedere il raccoglitore R03, citato in un indice e che non ero riuscito a trovare. Sulle prime non voleva, ma ho preso io stesso il raccoglitore; mi ha anche aiutato a tradurre un paio di frasi. Ma poi ha insistito che era suo compito tenere pulito e controllare che tutto fosse in ordine. »
Ruíz sembrava innervosito: «Non ha mai avuto questo compito » disse cupo. Poi si diresse alla porta, e mi chiese di aspettarlo lí. Ritornò dopo neanche un minuto con in mano una chiave con la quale andò subito ad aprire l’armadio, cui per tanto tempo mi era stato negato l’accesso. Senza dire una parola, aprí lo sportello guardò l’interno con cura, ne estrasse un volume, all’apparenza assai antico e racchiuso tra due placche di legno legate con una cordicella grezza. Lo posò sul tavolo e disfece il nodo, tolse con cura le due placche di legno e cominciò a sfogliare lentamente le pagine. Durante tutta questa operazione non disse una parola, né io che, sempre piú sorpreso, restai immobile col fiato sospeso a osservare i suoi movimenti.
I fogli del volume non erano rilegati e la carta appariva molto ingiallita, ma non dava segni di deterioramento. Era certamente molto antica, di qualche secolo; la carta stessa era sicuramente prodotta a mano come si poteva notare sia dallo spessore, sia per i suoi bordi irregolari. La scrittura, vista dalla mia posizione, non meno di due metri dal punto del tavolo su cui il volume era poggiato, era precisa e regolare, i margini ampi, quasi fosse un testo in versi. Sul margine sinistro, erano stati tracciati, a intervalli regolari, piccoli segni, forse numeri, in rosso. Ruíz continuava a sfogliare le pagine lentamente e con regolarità, sempre in silenzio. Forse controllava che ci fossero tutte, e questo era possibile in quanto ogni pagina era numerata, in basso a destra sul recto e in basso a sinistra sul verso. Osservavo quei movimenti lenti e regolari delle mani callose di Ruíz, come affascinato non so se piú dalla concentrazione del gesuita, o dal fascino di quel volume che certamente doveva rappresentare per Ruíz, per la missione o forse per altri ancora, un documento di estrema importanza. Purtroppo, da quella distanza non riuscivo a decifrare lo scritto, né osavo avvicinarmi, mi sembrava che un mio qualsiasi movimento potesse rompere l’incantesimo magico e, persino, trasformare un antico manoscritto in polvere senza piú alcun significato.
L’operazione di Ruíz durò a lungo, il volume era composto certamente da oltre un centinaio di fogli, in un formato che a prima vista poteva essere in folio, ma un po’ ridotto rispetto alle misure canoniche.
Lentamente, impercettibilmente, quasi senza volerlo io stesso, mi accorsi che stavo avvicinandomi al tavolo. Ero di fianco al gesuita e avrei anche potuto muovermi con maggiore disinvoltura, che difficilmente avrebbe notato i miei movimenti, se pure ancora si ricordava della mia presenza. Mi accostai cosí a lui, appena dietro le sue spalle, ma a sufficienza per poter distinguere le lettere scritte con tanta cura e regolarità. Appena fui abbastanza vicino, mi resi conto, con una certa delusione, che il testo era in quechua. Una delusione che proveniva dal fatto che non ero in grado di comprendere, a colpo d’occhio, il contenuto di quei versi e che anzi, per interpretare o tradurre un testo del genere, avrei avuto bisogno di molto tempo e, soprattutto dell’aiuto di padre Ruíz o di K’oto. Interpretare, tradurre. Involontariamente, la mia smania di conoscere ogni segreto di questa missione e della sua storia che, come sempre piú ero convinto, si concatenava strettamente a quella degli ultimi anni dell’impero Inca, mi spingeva al desiderio di studiare quel testo, misterioso quanto, ormai ne ero certo, fondamentale.
Raramente, nei fogli che scorrevano sotto le dita di Ruíz, vedevo una interruzione, una intestazione. Ogni ventina di pagine, o forse piú, una pagina terminava prima del margine inferiore e nella successiva, in alto al centro c’era la scritta Capítulo in spagnolo, ma forse anche in quechua, che usa molte parole imprestate nel caso manchino alla lingua originale, seguita da un numero romano. Finalmente il controllo di Ruíz giunse al termine, dopo l’ultima intestazione Capítulo XXIII.
Il gesuita, pareggiò con cura i fogli, ricollocò le placche di legno sul fronte e sul retro del volume cosí ricostituito, e lo legò. Alzò lo sguardo, e compresi allora che non si era affatto dimenticato di me, mormorando “c’è tutto, grazie a Dio” e andò quindi a riporlo dell’armadio, che richiuse a chiave. «A meno che − aggiunse − la tua presenza non abbia bloccato le sue intenzioni…»
Ritornando sui suoi passi mi guardò negli occhi, ma precedetti ogni suo commento: «Ritengo che si tratti di un volume veramente importante, se temevi che mancasse qualche foglio. Capisco anche il motivo di tanta cura nel tenere chiuso quell’armadio. Tuttavia, a questo punto sono certo che non sei il solo a conoscere il nascondiglio della chiave.»
Ruíz mi guardò perplesso senza rispondere e quindi aggiunsi:  Comunque non avevi incaricato Ciro di tenere ordine anche in quell’armadio? »
«Né in quello, né in altri scaffali della biblioteca. Anche se con questo non ho vietato ai novizi di entrare in biblioteca per consultare dei testi; cosí come ho dato a te l’autorizzazione. »
«Ma quell’armadio deve rimanere escluso dalle consultazione sia per me, sia per i tuoi giovani colleghi. Puoi non rispondermi: ma perché temevi che mancasse qualcosa? »
«Ci sono documenti che non è ancora il momento di rivelare. E qualcuno potrebbe pagarli bene se gli fossero offerti.»
Temevo che la tardiva prudenza di Ruíz potesse pregiudicare le mie ricerche, specialmente ora, che cominciavo a comprendere, sia pure con difficoltà, alcuni testi in quechua.
«Comunque ora, dovrò affrontare il problema con Ciro Rodriguez – aggiunse – e devo capire cosa lo ha spinto a trovare la chiave, aprire l’armadio, ma soprattutto senza parlarmene, praticamente nascondendomi la verità. »
Ruíz parlava a bassa voce e nel tono delle sue parole leggevo una certa amarezza, quasi delusione.
Mi sentii quindi autorizzato a intervenire: «Ruíz, non sono esperto di rapporti tra superiori e subalterni tra gesuiti, ma francamente a me Ciro, per quanto poco abbia avuto a che fare con lui, piace poco. Forse ora sono influenzato da questo episodio, ma devo dire, che dalla sera in cui lo avevo trovato in biblioteca, cerca di sfuggirmi, come avesse qualcosa da nascondere. »
Il gesuita non rispose, ma sembrava prestare molta attenzione alle mie parole, per cui proseguii: «Ti ho chiesto di venire in biblioteca proprio oggi, non a caso. Ieri sera, Rodriguez è venuto da Olano consegnandogli una lettera da recapitare a Puno, presso dei conoscenti; diceva trattarsi di una lettera per i genitori, che questi conoscenti avrebbero fatto recapitare ad Ayacucho. Non che in tutto questo ci sia alcunché di strano o di sospetto, però è stato l’atteggiamento che mi ha lasciato perplesso. Mi sembrava sfuggente. Ne ho parlato con Olano, il quale però ha soltanto detto che è l’atteggiamento tipico dei meticci, non cosí aperti e puri come i quechua. Ma soprattutto il fatto che Olano sapesse che Rodriguez visita la biblioteca al mattino, mi ha lasciato perplesso; questo significa prima dell’ora in cui si inizia a lavorare, perché altrimenti si noterebbe la sua assenza. E prima di quell’ora è notte. Ma perché non alla sera? Per evitare di incontrarmi? »
A questo punto mi resi conto che Ruíz appariva piuttosto allarmato.
« Rodriguez, come il piú giovane K’oto, possono entrare in biblioteca e consultare i testi, ma normalmente lo fanno nelle prime ore serali, o nel pomeriggio, quando hanno tempo libero dagli impegni della missione e della comunità.»
«È vero − confermai, − K’oto è sceso con me alcune volte, sia per studiare per proprio conto, sia per aiutarmi a leggere alcuni testi quechua; e di questo tu stesso eri al corrente. A dire il vero non capisco perché Ciro Rodriguez non abbia fatto altrettanto. Per questo ho voluto parlartene.»
«Dovrò cercare di capire il perché del suo comportamento, ma soprattutto cambiare posto alla chiave. »
«Ruíz, se temi che nel comportamento di Rodriguez ci sia qualcosa di sospetto, forse è meglio per il momento non affrontarlo direttamente, per non porlo sulle difensive, ma controllarlo a distanza. Se in qualche modo posso esserti utile, puoi contare su di me. »
«Ci penserò; ma forse hai ragione. E forse − disse quasi tra sé −, dovrei aspettare a cambiare posto alla chiave, ma è un rischio. »
«Temi che legga ciò che non dovrebbe leggere, o piuttosto danneggiare qualche volume di particolare valore? »
L’accenno al volume da lui cosí accuratamente controllato era evidente, ma anche la mia curiosità era piú che legittima. Forse stavo imparando dai gesuiti il modo di affrontare un tema evitando la via diretta. Ma non avevo fatto i conti con un gesuita vero. Ruíz sembrava non aver sentito quello che dicevo e, seguendo il proprio pensiero, disse, come tre sé : «Meglio in camera mia, perché non ci ho pensato prima? »
Che fare? Sarei mai riuscito a conoscere il contenuto di quel volume cosí ambíto?
Riprovai: «Ruíz, ci sono altri volumi, oltre quello che hai esaminato, o meglio controllato, in quell’armadio, che possano correre il rischio di deterioramento? »
Usai appositamente il termine deterioramento per evitare di usare il termine che avevo in mente: sottrarre.
«In quell’armadio ci sono documenti fondamentali per la missione, per la nostra storia − disse Ruíz con gravità −; padre Cobo è particolarmente legato a questi documenti, indipendentemente dalla loro reale importanza o valore. Solo che la mia imprudenza è stata quella di lasciare le cose com’erano ai tempi in cui qui c’eravamo solo Cobo e io. All’epoca, nascondere la chiave era solo un modo formale per intendere che quell’armadio non era disponibile per tutti. »
«Del resto − dissi −, non credo che se qualcuno volesse compiere un’azione, diciamo cosí, illegale, sia per distruggere, o peggio sottrarre, l’armadio in sé costituisca una valida sicurezza. Penso che nessuno avrebbe difficoltà, volendolo, a far saltare la serratura. »
Padre Ruíz sembrò meditare su queste parole, quindi con una scrollatina di spalle disse: «Evidentemente sono cambiati i tempi. Anche questa missione sperduta in un territorio che interessa solo pochi campesinos sfuggiti ai grandi latifondisti, e che vivono sereni con il poco che questa terra può dare, comincia a essere un po’ troppo frequentata. »
Lo guardai perplesso con uno sguardo tra preoccupato e interrogativo; Ruíz parve accorgersi della mia espressione e si corresse: «Naturalmente non mi riferisco a te. Ma ad esempio, è la prima volta che abbiamo qui dei giovani preti, anzi K’oto e Ciro Rodriguez sono ancora seminaristi e ora che c’è una strada, per quanto poco agibile e neppure segnata sulle carte, chiunque lo voglia può raggiungerci. »
Decisi, a questo punto, di andare dritto al centro del problema: «Padre Ruíz, − da tempo ormai trascuravo il titolo e lo chiamavo semplicemente Ruíz, ma con questo volevo attribuire una certa ufficialità alla mia proposta − Padre Ruíz, ritengo a questo punto, se hai fiducia in me, e non ne dubito, che sia bene che anch’io sia messo al corrente di cosa contiene esattamente quell’armadio e forse, in base a una maggiore esperienza del mondo che è ‘ancho y ajeno’ − dissi parafrasando il titolo di un romanzo peruviano poco noto fuori dall’ambiente, e sfruttando anche il nome Ciro del suo autore −, penso di poter valutare con te ciò che potrà essere piú conveniente per la sicurezza dei vostri documenti. »
«Sí, ho fiducia in te − rispose dopo qualche secondo di silenzio in cui parve soppesare le mie parole e, dopo un’altra pausa, aggiunse quasi borbottando − ho troppa responsabilità in questa missione, da solo; mi rendo conto che Cobo teneva in pugno la situazione meglio di me. »
«Ma prima le condizioni erano diverse, lo hai detto tu stesso. Far fronte a dei cambiamenti è sempre una situazione di crisi. E non è facile, credimi, essere soli, ad affrontare tali situazioni senza qualcuno con cui avere la possibilità di scambiare le proprie opinioni. »
«Dobbiamo trovare un nuovo e piú sicuro nascondiglio per i documenti di maggiore importanza. Era giunto il momento di affrontare il discorso apertamente. Nel frattempo ci eravamo seduti sulla panca accanto al tavolo e dissi: «Ruíz, la vostra biblioteca, da quanto ho potuto osservare, è tutta di notevole importanza. Mi è sembrata anche piuttosto ben protetta, ad esempio, in caso di incendio è separata dal resto delle costruzioni, ben isolata e persino in questo ambiente un incendio difficilmente potrebbe svilupparsi, vista la mancanza di vie d’uscita o di aerazione. Quindi da questo punto di vista, la vostra scelta, o quella dei vostri predecessori, è stata la migliore. Se oggi il pericolo viene dalle persone, si devono studiare altre soluzioni. »
«Fino a oggi non c’era questo rischio, anche perché per qualsiasi estraneo sarebbe assai improbabile scoprire che qui c’è una biblioteca. Ma oggi… » Ruíz restò pensoso e si guardò attorno con un velo di amarezza negli occhi.
«Senti − suggerii −. C’è una possibilità: sdoppiare la biblioteca; una accessibile a tutti, diciamo ufficiale, in cui tenete solo libri e documenti di scarso valore; e nella seconda lasciare solo i documenti che non volete rischiare di perdere. »
«Troppo tardi, se la voce è già in giro. Francamente − Ruíz mi guardò con occhi che mostravano tutta la fiducia che aveva in me −, francamente quello che mi hai detto di Ciro, mi preoccupa. » Abbassò la voce e proseguí: « Già da tempo quel giovane mi piace poco. Nulla di particolare, ma i suoi occhi non mi sembrano sinceri. »
«È la stessa impressione che ho avuto io. »
«Quindi devo tenerlo d’occhio. Devo verificare perché cercava documenti nell’armadio chiuso. Non posso sapere se ha letto il volume che ho controllato prima: le pagine erano tutte al loro posto, e il volume era legato esattamente come lo avevo lasciato, ma non è difficile aprirlo e richiuderlo allo stesso modo. E poi, non c’è solo quello… »
«C’è un motivo particolare perché lui volesse leggere quel volume e non dovesse farlo? »
Ruíz esitò. Guardava il piano di legno del vecchio tavolo, pieno di crepe e di rughe come la faccia di un vecchio saggio, poi mi guardò e disse: «Quel volume è una trascrizione da khipu letti dall’ultimo Huillac Umu inca, fatta da un gesuita nel 1584 ed è l’unica copia esistente. »
«E cosa contiene? »
«La profezia di un pachacuti. Diciamo che contiene la chiave di uno dei segreti che gli incas hanno tenuto piú gelosamente nascosti. »

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