Il Segreto del Lago del Dieci – 15

Scritto da il 7 ottobre 2017 in LIBRI, Varie - Nessun commento

CAPITOLO 15

Una frase di Ruíz mi tornò in mente solo parecchi giorni dopo l’episodio di Ciro in biblioteca “A meno che la tua presenza non abbia bloccato le sue intenzioni”. Cosa intendeva? Certamente l’intenzione di sottrarre se non l’opera, almeno alcuni dei fogli contenuti nel prezioso volume. A che scopo? Pensandoci non vedevo altra ipotesi se non quella di segnalare la presenza di questo volume unico a qualche organizzazione che avrebbe potuto sfruttare economicamente questo tesoro. Se di tesoro si trattava. A essere pessimista potevo immaginare che Ciro, non avendo potuto prendere un foglio, abbia scritto una lettera segnalando la presenza di qualcosa di interessante.
Ne dovevo parlare con Ruíz. L’occasione venne qualche giorno dopo in biblioteca.
« Ruíz – dissi – quando hai esaminato l’integrità del volume hai aggiunto che la mia presenza potrebbe aver bloccato le intenzioni di Ciro. Cosa intendevi dire? »
« Che avrebbe potuto sottrarre qualche foglio.»
« A che scopo? »
« Per venderlo. Non i fogli singoli, ma l’opera.»
Allora le mie supposizioni piú pessimistiche potevano avere un fondamento.
« Ruíz, allora se questa intenzione l’aveva davvero, potrebbe non aver sottratto alcun foglio, ma semplicemente segnalare la presenza dell’opera e della sua importanza o del suo valore, magari con una lettera.»
Ruíz mi parve turbato.
« Forse – aggiunsi – dovremmo essere certi che la lettera consegnata a Olano fosse solo una lettera per i genitori e non per altri. Ma chi potrebbero essere questi altri? »
« Ci sono organizzazioni che avrebbero molto interesse a entrare in possesso di quest’opera per ricavare molto denaro.»
«Ma dovrebbero essere certi che quest’opera ha un effettivo valore commerciale. Pensi che Ciro sia in grado di valutarlo e soprattutto di essere creduto, senza inviarne un campione? »
«Anche questo è vero, ma… – Ruíz rimase un attimo in silenzio, poi dopo aver dato un’esclamazione non proprio da religioso, si diresse all’armadio chiuso. Lo aprí con l’evidente intenzione di cercare qualcosa.
«¡Ahi carajo! – esclamò d’improvviso, con espressione non certo da gesuita – perché non ci avevo pensato subito? »
«Cosa manca Ruíz? »
Invece di rispondere direttamente alla domanda, sembrò proseguire un suo pensiero: « Quelle lettere… sí, proprio quelle lettere. »
Poi rivolgendosi a me, rispose: «Ci sono lettere che attestano la presenza dell’opera, tra quelle che ti avevo mostrato. Ecco, ne manca una importante, fondamentale, quella che dichiara la consegna del testo al gesuita che fondò la missione, con la raccomandazione di tenere gelosamente custoditi i testi contenuti in quel volume. Ora, se veramente, come temo, questa lettera è stata sottratta ed è andata in mano a persone senza scrupoli, possiamo prevedere problemi anche grossi per noi. »
A questo punto Ruíz mi sembrava veramente preoccupato e io, di conseguenza, non lo ero meno di lui. Qualcuno in questo momento in qualche città, forse Ayacucho, poteva sapere che qui, in questa sperduta missione sulle Ande meridionali, ai confini tra Perú e Bolivia era custodita un’opera che rivelava qualcosa che veniva gelosamente tenuta segreta. Ancora non sapevo con esattezza di cosa si trattasse, ma una parola era significativa: pachacuti, parola che per gli andini, per gli incas, per queste popolazioni ha un significato ben chiaro, anche se non necessariamente negativo: capovolgimento. Pachacuti era stato il diluvio, ma lo era stata anche la venuta dei Conquistadores. Ed entrambe, secondo le leggende e i miti che ancora si tramandavano sulle Ande erano stati chiaramente previsti e segnalati. Secondo alcune interpretazioni dei miti andini di Huarochirí, ad esempio, sembra che l’ultimo imperatore, il padre di Huaskar e Atahualpa, la cui guerra civile mise gli spagnoli nella condizione favorevole per conquistare e abbattere il favoloso impero inca, avesse previsto che nel 1532 il suo impero si sarebbe dissolto. Cosí dicevano le stelle.  Ma ora cosa poteva prevedere questo nuovo pachacuti per i nostri tempi? E poi chi avrebbe creduto alle previsioni di oscuri sciamani delle Ande e, soprattutto, che valore si poteva realmente dare a uno dei tanti miti che certamente era anche già noto agli studiosi? Lo feci presente a Ruíz, non tanto per tranquillizzarlo, quanto perché io stesso non ero convinto di questo rischio.
«Ruíz – gli dissi – io non penso che un volume che contiene dei miti, sia pure delle profezie, o almeno ritenute tali, possa oggi avere un gran valore commerciale. Si sono raccolti tanti miti sulle Ande, oggi gli studiosi e gli antropologi ne conoscono e ne hanno interpretati molti e forse c’è rimasto ben poco da scoprire. Io non penso che quest’opera possa cambiare le cose. In fondo non si tratta neanche di un libro raro e di valore per la carta usata. È un manoscritto dall’aspetto modesto e qualsiasi contenuto religioso o anche di presunte profezie, oggi non interessa nessuno. Non almeno per trarne un beneficio economico.»
Ruíz mi guardò pensieroso senza rispondere subito. Ebbi l’impressione che si trovava davanti a un dilemma. Forse ciò che mi aveva rivelato la prima volta, che quel testo parlasse di questioni religiose, non era la verità, o solo una mezza verità. Ma avrebbe voluto rivelarmi di piú? Cominciavo a sospettare che il documento contenesse rivelazioni ben piú importanti e, soprattutto, piú concrete di una semplice profezia. E visto che Ruíz tardava a rispondere, presi l’iniziativa.
«Non è forse che questo volume riporta la descrizione del luogo in cui fu sepolto il famoso tesoro di Huaskar e su come recuperarlo?»
«Sei perspicace amico mio, ma è una cosa molto piú complessa. Metti insieme questo documento, il khipu che devi portare a Huayna Yupanqui, e qualcos’altro che lui potrà rivelare; bene, nell’insieme avrai costruito davvero un qualcosa di molto importante, che neppure io in questo momento sono in grado di rivelarti.»
«Vorresti dire con questo, che io stesso, senza saperlo, faccio parte della chiave del mistero?»
«Non sei qui per caso. Non trovi ? »
Beh, a dir la verità non trovavo. O almeno, ora cominciavo a sospettarlo, ma di essere la chiave di un segreto o di un mistero, non lo avrei mai supposto.
«A dir la verità la cosa mi sconvolge. E poi, questo potrebbe significare che, se qualcuno è stato messo sulle tracce di tutto questo mistero e il mio ruolo diventa fondamentale come dici… beh, verrei a trovarmi in una situazione difficile…»
« Diciamo, non certo facile.»
«Che tradotto dal linguaggio di un gesuita a una lingua di tutti i giorni, potrebbe essere una situazione pericolosa.»
«Potrebbe essere» disse Ruíz con noncuranza, quasi non volesse dar peso a queste parole.
«Ma io non ho nessuna intenzione di assumere il ruolo dell’eroe.»
«Non saresti qui.»
«Figurarsi. Dovrei dunque prevedere fughe, nascondigli, lotte armate?»
«Semplicemente arguzia, prudenza e l’aiuto di noi e della nostra comunità.»
«Allora, Ruíz, cerchiamo di ricapitolare. Io vengo sulle Ande per cercare di incontrare questo Yupanqui, discendente degli incas, forse l’ultimo e forse un discendente diretto, anche se molti affermano di esserlo. Mi trovo in un ayllu piuttosto insolito in cui mi si affida un khipu misterioso che dovrò consegnare a questo misterioso personaggio che molti sostengono che non esiste. Già questo mi appare strano e quasi incredibile, per la possibilità che il khipu avrebbe potuto essere affidato ad altri, per esempio a padre Cobo. Vengo alla tua missione dove credo di fermarmi solo alcuni giorni e mi ritrovo qui per mesi, quasi un anno, ormai che sta arrivando la stagione delle piogge e non potrò andarmene. Ora scopro che qui c’è un documento sconosciuto che fa parte di tutta questa storia. E per giunta scopro che il fatto che i khipu fossero realmente la scrittura inca, non è mai stato un fatto sconosciuto, ma semplicemente un dato di fatto. Allora, mi chiedo, perché tanta strada e tanta fatica.»
«Appunto per questo. Non serviva tutta questa strada per sapere che i khipu si possono leggere, purché siano khipu veri e se ne conosca la chiave. Questa tua missione in questa zona dimenticata delle Ande e della Montaña, ha ben altri scopi. Siamo a ottobre, sta per iniziare la stagione delle piogge che finirà tra aprile e maggio del prossimo anno. Allora conoscerai tante cose in piú, sarai in grado di leggere e capire il runa simi, e finalmente potrai cercare di raggiungere Yupanqui e completare la missione per cui sei stato mandato qui…»
«Mandato?»
«Certo. Non sei tu che hai scelto l’itinerario, vero?»
«Non sono io» risposi laconico.
Ruíz aveva ragione; non potevo che far parte di un disegno complesso, che finora non ero stato in grado di comprendere. Ora molte cose si stavano chiarendo, fuorché quale sarebbe stato il mio destino, se in mezzo a tutto questo si inseriva un tradimento da parte di Ciro Rodriguez e questa fantomatica organizzazione interessata a impossessarsi di chissà quali segreti. Non avevo certo intenzione di diventare il protagonista di un film alla Indiana Jones o di un romanzo di Clive Cussler. Queste cose dovevo lasciarle alla fantasia ben piú spiccata degli scrittori. Fino a ora avevo fatto semplicemente il giornalista, neanche tanto portato agli scandali e alla cronaca nera. Figurarsi lo spionaggio.»
«Non sono io, – ripresi dopo queste considerazioni – ma a questo punto, se le cose stanno come dici, dobbiamo esaminare la situazione con metodo. Innanzi tutto, devo conoscere, mi pare, il contenuto del documento, e comprenderlo.»
«Comprenderlo, ecco il primo punto non semplice. Se anche fossi in grado di capire il runa simi non ti sarebbe agevole l’interpretazione. Non lo è neppure per me. Ma abbiamo dei mesi davanti e possiamo cominciare a lavorare. Ormai non ci sono piú lavori importanti nei campi; dobbiamo solo raccogliere ancora legna prima che comincino le piogge, poi mentre le donne saranno occupate ai loro telai e gli uomini terranno i campi sotto controllo, noi avremo molto tempo da dedicare alle nostre ricerche. Per prepararti al tuo compito, nel frattempo, leggi il materiale che trovi in questi raccoglitori −. Si alzò e prese due raccoglitori negli scaffali aperti e li posò sul tavolo «Sono in spagnolo e descrivono i miti che forse in parte già conosci, ma che è meglio rivedere alla luce di quanto hai appreso fino a oggi. E soprattutto fai molta attenzione alle descrizioni astronomiche, che sono di fondamentale importanza per la mitologia andina.»
«Non penserai che dobbiamo occuparci di astrologia – dissi tra il serio e il faceto −. Vorrei essere piú concreto.»
«Cosa c’è di piú concreto delle stelle? E dei pianeti che con noi girano attorno a Inti, il Sole?»
«Ma tutti i movimenti dei pianeti si svolgono secondo orbite ben definite i cui calcoli degli astronomi prevedono con estrema precisione la posizione che avranno nei prossimi anni e secoli, ricostruendo anche le esatte posizioni che avevano nei secoli indietro. Non penso proprio che gli astronomi incas, per quanto precisi, potessero dirci di piú.»
«Non certo sui calcoli, ma sull’interpretazione e sull’influenza che questi hanno…»
Lo dovetti interrompere: «Nessuna influenza. Non posso esser d’accordo sulle superstizioni, già nel mondo occidentale si dà troppo credito a presunti astrologi.»
«Non si tratta di superstizioni, nel nostro caso. I calcoli degli astronomi sono perfetti e riguardano le posizioni precise di pianeti e di stelle. Ma come già avveniva in Cina e in Mesopotamia, migliaia di anni fa, è il rapporto diretto tra il cosmo e la nostra stessa esistenza che è stato dimenticato. Non è questione di influenza dovuta alla loro posizione nel cielo, in sé, quanto un rapporto diretto tra natura e uomo. E questo rapporto è stato dimenticato. Ora è venuto il momento di riconsiderarlo.
Non ero convinto. L’astrologia non mi aveva mai attratto, nonostante la sua popolarità o forse proprio per questo motivo. Del resto, a parte le maree provocate dalla luna, non vedevo quali influssi potessero avere le posizioni relative dei pianeti e delle stelle sulla vita quaggiù sulla Terra. Se all’inizio delle civiltà umane si era data molta importanza all’astrologia, non facendo differenza tra questa e l’astronomia, il motivo non era tanto in quella visione giustamente naturalistica di Ruíz, quanto piuttosto nel tentare di dare una giustificazione ai fatti che accadevano sulla Terra, e agli spostamenti degli astri che non era ancora possibile calcolare e quindi prevedere. Il cielo stellato ancora oggi affascina e crea momenti di suggestione, quando non di soggezione, in particolare sulle Ande, come io stesso potevo sperimentare ogni sera, quando il cielo era sgombro dalle nuvole. Il cielo a quell’altezza, con l’aria limpida e nessuna luce che offuscasse la luminosità degli astri, era veramente qualcosa di oltremodo suggestivo. Non solo le costellazioni più note emergevano prepotentemente, ma anche le stelle di quinta e sesta grandezza da noi invisibili a occhio nudo, le nebulose e persino le nubi di materia scura, che si risaltavano nella luminosità di fondo. Con queste premesse, era abbastanza logico che gli astronomi andini fossero cosí attenti a ogni fenomeno celeste. Inoltre, era ben nota la necessità che avevano di calcolare con grande precisione tutti gli eventi celesti in funzione di un calcolo del tempo e delle stagioni. Non solo, ma le conoscenze astronomiche erano tramandate di generazione in generazione, unico modo, senza archivi storici, per poter riconoscere e calcolare la precessione degli equinozi. Senza questa conoscenza si sarebbe rischiato, nel tempo, di sfasare le stagioni e quindi i tempi per la semina e le altre principali operazioni dell’agricoltura.
Questo almeno era il pensiero positivista normalmente accettato che feci presente a Ruíz.
«Una teoria interessante e semplicistica – fu la sua reazione. Poi proseguí «È vero che la conoscenza delle stagioni è fondamentale per le popolazioni senza un calendario scritto; ma è altrettanto vero, che la conoscenza della precessione degli equinozi, quello spostamento cosí lento che può essere percepito solo ogni mille anni circa, può interessare all’agricoltura. Piuttosto era importante per la navigazione, ma come sappiamo, gli uomini hanno cominciato a navigare lontano dalle coste solo ai tempi dei Fenici, quindi fino ad allora non era cosí importante valutare gli spostamenti delle costellazioni dello zodiaco.
Ruíz era ferrato anche in questo campo, per cui non mi era facile contraddirlo. Lo lasciai proseguire.
«Le storie che ci tramandiamo, non solo noi andini, ma anche altri popoli del mondo, fanno risalire la nascita del genere umano a molti anni piú indietro di quanto non dica la storia ufficiale. Come tu ben sai, le nostre leggende parlano di diverse generazioni di uomini, i giganti, gli uomini che non conoscevano l’agricoltura, gli uomini che non rispettavano le leggi divine, e cosí via, fino all’arrivo di Manco Capaq e i suoi fratelli e sorelle, che hanno dato vita alla generazione degli incas. Ogni volta che ci fu un cambiamento, le leggende raccontano che ci fu un pachacuti. Ogni volta questo pachacuti era stato previsto dai sacerdoti astronomi o sciamani se preferisci.»
« Vorresti dire che loro avevano letto e previsto questi pachacuti nelle stelle – lo interruppi – mi sembra comunque piuttosto azzardato.»
« Azzardato. Certo, per la nostra civiltà che crede solo in ciò che vede e a volte neppure in questo. Ricorda quanto ti dicevo a proposito delle nostre credenze religiose. Quello che per voi è panteismo è invece semplicemente uno stretto legame dell’uomo con la natura. L’uomo fa parte integrante della natura anche se spesso lo dimentica. Nel vostro Rinascimento voi avete posto l’Uomo al centro dell’Universo. Per noi è la natura al centro dell’Universo. Visto che voi occidentali positivisti siete cosí legati alla teoria evoluzionista, non dovreste avere dubbi sul legame che c’è tra uomo e natura, anche se lo avete dimenticato.»
«In questo non posso che essere d’accordo con te. In fondo noi uomini discendiamo dallo stesso ramo che ha dato origine agli scoiattoli, quindi come gli scoiattoli hanno un rapporto stretto con la natura, anche noi dovremmo avere lo stesso rapporto.»
«Giusto. Ora prima di questo antenato comune, c’erano i rettili e prima ancora le piante e le prime forma di vita. Ma queste primitive forme di vita, questi amminoacidi, per parlare con i termini che usano gli scienziati, che costituiscono i mattoni della vita, cosa sono se non catene di molecole che, legate in altro modo, danno origine a sostanze completamente diverse?»
«Quindi le stelle e di conseguenza i pianeti, fatte delle stesse sostanze, avrebbero un rapporto diretto con l’uomo. È questo che intendi?»
«Lo hai detto tu. Quanto diretto sia questo rapporto non è facile stabilirlo, né è così evidente. Ma a ben vedere non solo gli elementi di base sono gli stessi, ma c’è un altro fattore, ancora piú importante. Sai dirmi quale?»
«Immagino le forze e le leggi fisiche che governano questi legami.»
«Ci sei andato molto vicino. Da dove vengono le leggi della fisica?»
«Su questo gli scienziati stanno ancora disputando oggi e ci sono teorie piuttosto distanti tra loro; dalla casualità di alcuni al disegno di altri. Come diceva Albert Einstein, Dio non gioca a dadi, per dire che nulla è lasciato veramente alla casualità.»
«Vedi che le nostre posizioni non sono poi cosí distanti?»
«Resto sempre dell’idea che mi è difficile immaginare un rapporto piú o meno diretto tra le stelle e la loro posizione, comunque prevedibile, e quello che può succedere quaggiù.»
«Perché tu vedi questo rapporto secondo calcoli di prevedibilità. Ma chi ti dice che la prevedibilità degli eventi non stia proprio in questo?»
«In questo cosa?»
« Che tutto è un disegno già prevedibile. Quindi è già scritto nelle stelle.»
«Dubito.»
«Ma lo hai detto tu stesso. La posizione delle stelle è calcolata e prevedibile. Ora, se il disegno cosmico fosse tale che quando si verificano certe particolari strutture negli allineamenti e nelle posizioni reciproche di stelle e pianeti, allora anche la parte della natura, sottolineo della stessa natura, che ci riguarda, ne è influenzata, o meglio segue il suo corso naturale.»
Rimasi un momento in silenzio a ripensare a queste parole. Non erano immediatamente evidenti e chiarificatrici, ma sentivo che in esse c’era qualcosa di nuovo, cui non avevo pensato. Una spiegazione di tipo nuovo al tanto discusso libero arbitrio: un disegno, scritto nelle stelle. Ero sempre piú perplesso. Ruíz notò la mia perplessità, la mia incertezza e ne fu visibilmente soddisfatto.
«Ho l’impressione – riprese – che hai parecchio su cui meditare. Ora puoi leggere con altro spirito questi testi e vedrai che riuscirai a comprendere molto piú di quanto potevi immaginare. Non pretendo che tu diventi un astrologo, né che mi prepari un oroscopo, a quelli non credo neppure io, ma che cerchi di vedere il nostro mondo con occhi nuovi. In fondo non devi far altro che vedere la natura, e non dimenticare che l’uomo appartiene alla natura cosí come le stelle e i pianeti, gli animali e le piante, come un insieme univoco. Un’altra raccomandazione: i nostri antenati parlavano di dèi, deificavano Inti, il Sole. Era un modo per interpretare una natura che sentivano superiore alle proprie forze. Tu, ogni volta che vedi la parola dio, lo dico con la d minuscola, leggi la Natura, con la N maiuscola. Vedrai che tutto ti risulterà piú facile.»

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