Il Segreto del Lago del Dieci – 16

Scritto da il 21 ottobre 2017 in AMBIENTE, LIBRI, Varie - 1 Commento

CAPITOLO 16

Ero rimasto sconcertato. Per mesi avevo desiderato consultare, se non leggere, quello che celava l’armadio chiuso della biblioteca. Per mesi Ruíz mi aveva chiesto di pazientare, asserendo che ancora non era giunto il momento per saperne di piú. Ora, d’improvviso, dopo l’episodio, peraltro probabilmente assai secondario e di poco conto, di Ciro Rodriguez, mi rivelava apertamente cosa nascondeva, non solo, ma lo aveva aperto e sfogliato davanti ai miei occhi. La sorpresa fu tale, che non sapevo quale fosse la parte che piú mi creava confusione: se l’idea di un segreto e cosa intendeva esattamente Ruíz per pachacuti, il rivolgimento, e con il termine “chiave”, o il fatto, che Ruíz aveva detto quasi con noncuranza, che quel testo era una trascrizione diretta su carta, con lettere dell’alfabeto, di antichi quipu, e nella loro lingua originale. Un libro intero ‘scritto’ con i nodi! Era quanto meno sorprendente, persino per me che avevo sempre creduto nella possibilità della scrittura mediante i sofisticati quipu dei saggi inca. Allora era vero quanto asseriva Cieza de León, e che studiosi di ogni epoca avevano sempre trascurato.
Perché però Ruíz era stato finora evasivo? E allora, mi chiedevo se chi aveva organizzato il mio viaggio in modo che io mi fermassi alla missione, era al corrente che qui c’erano cose da scoprire. Ma perché non erano state rese di pubblico dominio? Cominciavo a confondere le idee. Tanto più che, dopo quella rivelazione, Ruíz si alzò e, con il pretesto di avere impegni urgenti, si allontanò e uscí dalla biblioteca non senza avermi prima rassicurato.
«Resta qui a leggere; ritorno più tardi. »
Come potevo leggere in quelle condizioni? Piuttosto avrei dovuto riordinare le idee. Presi il quaderno che tenevo per gli appunti e cominciai a segnare i punti fermi, quelli chiari e quelli da chiarire.
In primo luogo, la biblioteca della missione poteva essere considerata doppia: una, pur di valore, ma ufficiale; una seconda, di cui dovevo ancora comprendere la portata, ma che certamente celava dei segreti non solo per me, ma per l’umanità intera.
In secondo luogo, Ruíz era perfettamente consapevole di quanto custodiva la missione, ma sembrava quasi che fino all’episodio di Ciro non desse grande importanza al fatto che questi testi potessero far gola a parecchie persone. Ingenuità di un uomo abituato a vivere a margine della società moderna, o eccessiva fiducia nelle proprie forze o piuttosto nella Provvidenza?
Infine, e forse la cosa più importante e urgente da valutare, questo Ciro Rodriguez era davvero da tenere sotto controllo, o i miei erano sospetti dettati da timori non fondati? Questo era l’aspetto da valutare con maggiore attenzione per non commettere errori, passi falsi che avrebbero potuto compromettere l’indagine e nel caso fossero fondati, risultare anche pericolosi. Certo, la cosa piú urgente era proprio quest’ultima: dovevamo assolutamente chiarire la posizione e le intenzioni di questo giovane meticcio: se quel volume conteneva veramente un segreto importante, una persona di pochi scrupoli avrebbe potuto aver interesse a metterne al corrente qualcuno per trarne benefici economici. Dovevamo muoverci, naturalmente, con prudenza, che mi sembrava comunque una delle doti che certo non mancavano in Ruíz.
Ma a questo punto ripensavo al volume. Quel ‘segreto’, come lo aveva chiamato Ruíz, cosa poteva essere, e soprattutto sarei stato io in grado di leggerlo e interpretarlo?
Ruíz rientrò proprio mentre stavo pensando a queste cose. Portava una vecchia borsa di tela sotto il braccio. Senza dire una parola, la posò sul tavolo e dal suo interno prese alcuni fogli scritti a mano e sedette accanto a me.
La carta di quei fogli era molto simile, o addirittura la stessa dei fogli che componevano il libro, ma la scrittura sembrava diversa, piú inclinata e svolazzante; il primo foglio che mi mostrò sembrava una lettera.
«Tu sai − cominciò Ruíz − che i primi preti che vennero in Perù furono gli agostiniani; vennero poi i domenicani e i gesuiti. Devi sapere che questi due ordini avevano una tradizione nei monasteri medioevali in Europa, con uno spiccato ruolo economico; uno dei compiti principali dei gesuiti era quello di salvare le tecniche delle arti e dei mestieri che dopo la caduta dell’Impero Romano e l’imbarbarimento dei popoli, rischiavano di scomparire. Mentre i conquistadores, che erano degli avventurieri solo alla ricerca della ricchezza e del potere, razziavano senza alcun rispetto per le tradizioni locali. Alle congregazioni di domenicani e gesuiti fu affidato un compito che stava a cuore ai regnanti di Spagna: colonizzare. Mi rendo conto che, oggi, non si accetta questa idea, anche perché, ora sappiamo che gli incas erano abbastanza esperti e avanzati in fatto di metallurgia e di agricoltura. Ma i gesuiti ebbero il compito di creare in Perù diversi centri produttivi così come in Europa. Nella loro impresa unirono i fattori religioso, politico ed economico. Ma ai sacerdoti piú illuminati interessava non solo la conoscenza, ma anche salvezza delle tradizioni e delle conoscenze locali. È vero che, come mi hai già fatto notare, hanno distrutto le huacas e altri luoghi di culto, perché è evidente che, specialmente con la mentalità dell’epoca, era fondamentale la conversione di questi popoli al cristianesimo. Tuttavia, alcuni vollero approfondire la conoscenza di una religione locale, che non era certo primitiva, come si voleva far credere. »
«Ma questo − lo interruppi − che relazione ha con il pachacuti del volume? »
«Devo arrivarci per gradi; lasciami procedere. Come tu sai − proseguí Ruíz − i miti andini che noi conosciamo e che gli studiosi ritengono originali, sono fortemente influenzati dalla cultura occidentale. Tu sai bene che il mito delle origini, parla di uomini che vivevano in caverne e adoravano Dio, senza lavorare e far nulla. Ma questo non è che un racconto che semplifica e trasferisce alla cultura andina il libro della Genesi della Bibbia. Il diluvio, chiamato qui Unu pachakuti, o acqua che sconvolge il mondo, mischia il racconto di Noè con miti originali. Il mito così come ci è tramandato, parla di uomini buoni e semplici, seppure barbari.»
«È vero, ricordo che Guamán Poma divide il mondo in età, sull’esempio della Bibbia, tanto da far coincidere la nascita di Cristo con l’inizio del periodo incaico.»
Questo ripercorrere la storia e i miti andini da parte di Ruíz era interessante, anche se già mi era nota; però ero impaziente di sapere qualcosa di quei fogli o lettere, che aveva portato. Tuttavia attesi ancora prima di interrompere nuovamente il suo racconto.
«I gesuiti vollero capire − riprese Ruíz − quale fosse la vera religione originale del popolo andino, prima che fosse influenzato dagli spagnoli. Cosí si misero alla ricerca di questa conoscenza, presso i saggi, gli amauta.»
«Ma è quanto − obiettai − ritroviamo in diversi resoconti.»
«Ma tutti modificati, o perché chi raccontava temeva l’Inquisizione, o per assecondare il prete, che era ritenuto se non pericoloso, almeno superiore. O peggio, potevano essere gli stessi cronisti a modificare il racconto. I gesuiti ricevettero invece lettere dall’Europa, che li incoraggiavano a raccogliere racconti senza che vi fosse alcuna influenza occidentale. Ecco, queste lettere lo provano.»
Finalmente mi mostrò quei fogli in cui si potevano anche vedere timbri che ne attestavano l’origine.
«Alcuni di questi fogli attestano anche il racconto fatto mediante i khipu e letto da un amauta che aveva seguito l’inca fuggitivo, all’epoca della rivolta contro i Pizarro.
«Ti riferisci a Manco, il figlio di Huaskar o a Titu Cusi, il piú giovane?
«Né a uno, né all’altro. Manco fuggí, ma non fu mai chiaro il suo rapporto con gli spagnoli. Titu Cusi era stato allevato dal gran sacerdote ed era rimasto fedele alla tradizione e alla religione incaica. Quando fu maggiorenne fuggí, ma fu catturato. Un suo fratello, di cui la cronaca non parla, perché appunto nessuno sapeva che era sfuggito agli spagnoli, fu trasferito insieme a sacerdoti e amauta verso il Collao, questa regione appunto.»
«Si parla di Machu Picchu e di città piú inoltrate nella foresta…»
«Si parla, ma non è la verità. Probabilmente gli inca neppure sapevano dell’esistenza di Machu Picchu. La fuga di questo gruppo fu ben organizzata. Mentre gli spagnoli cercavano Titu Cusi nella giungla a valle del fiume Urubamba, questo gruppo superò i passi piú alti delle Ande e seguì il corso dell’Inambari, o più precisamente del suo affluente più a sud, lo Huari Huari.»
«Proprio da queste parti…»
«Infatti.»
«Quei khipu, esistono tuttora?»
«Non lo sappiamo. Forse, ma se anche esistessero, oggi nessuno saprebbe leggerli. »
«Forse Yupanqui… E questi erano i soli khipu ritrovati? »
«I documenti parlano solo di questi. E anche su questi dicono poco; dicono solo che il testo è stato letto dai khipu. »
«Puoi dirmi cosa contiene il libro, in cosa consiste questo segreto? »
«Io non l’ho analizzato a sufficienza. È un testo che racconta attraverso metafore e quindi è di assai difficile interpretazione. »
«Ma perché non mettete il testo a disposizione dell’Università. In fondo è un patrimonio comune all’umanità, non si deve tenerlo nascosto. »
«Padre Cobo non è d’accordo; queste lettere indicano anche che questi testi non devono ancora essere rivelati. »
«Ma questo poteva avere una ragione ai tempi in cui furono scritti. Anche nei secoli successivi, ma non certo oggi. »
«In tutti i casi sarebbe inutile. Innanzi tutto, il testo deve essere ancora analizzato e compreso completamente. Non dimenticare che la lingua stessa, il quechua di oggi, non è uguale al runa simi di quando fu scritto. »
«E come sapete allora che si tratta proprio di un testo che contiene un segreto così importante e che si tratta di un pachacuti? »
«Questo è detto nelle lettere che lo accompagnavano, e il termine pachacuti ricorre spesso nel testo. »
Ruíz sfogliò in silenzio alcune delle lettere che aveva portato con sé; poi appoggiando un braccio al piano del tavolo si girò verso di me sulla panca e cominciò a raccontare: « Oggi la religione andina è rappresentata dal Paqo, che ha diverse gerarchie di sacerdoti rappresentati dal Kuraq Tayta, dal Altomisayoq e dal Panpamisayoq. Sono loro che presiedono le diverse cerimonie che venerano gli Apu, gli spiriti della montagna, gli Auki, e la Pachamama. I preti andini preparano i despachos e i pagos, vale a dire i messaggi e le offerte a queste divinità; tra queste offerte sono le foglie di coca, il k’intu, le tre foglie come hai visto nei villaggi sulla puna; le foglie piú grandi sono dedicate agli Apu, quelle di media grandezza e arrotondate alla Pachamama, e le piú piccole alle altre divinità. In caso di cerimonie importanti le foglie sono sei o nove. »
Qui si fermò un momento perché notò che lo stavo guardando con una certa sorpresa.
«Anche se alcuni di questi concetti ti sono già noti − mi disse − è bene che mi segui, perché solo così potrai essere in grado di comprendere l’importanza del documento. »
Riprese quindi il racconto:  «Gli Apu sono diversi anche secondo la regione: lo spirito delle montagne innevate Apu Ausangate della sierra, Apu Akhanaku che protegge i tuberi e poi quelli forse per noi piú importanti perché sono gli Apu del Collao, la nostra parte del Tahuantinsuyo, gli Apu Sawasiray che regolano la crescita del mais e Apu Salkantay che regolano i prodotti della montaña. C’è poi Apu Willkamayu, che, come dice il nome, è lo spirito dei fiumi del versante orientale, il nostro, e sono fiumi che fecondano la terra, perché portano il seme dei ghiacciai con tutta la loro forza alle terre basse. »
«Tutto questo lo puoi vedere in tutto il Perú − proseguí Ruíz −, specialmente dove prospera il turismo: ma questa non è la vera religione andina, e ha il solo scopo di estorcere denaro e tutti quei altomisayoq, panpamisayoq, paqos che puoi incontrare sono impostori, oppure quando va bene, dei mezzi sacerdoti non riusciti e non convinti, oppure che semplicemente preferiscono vivere nella civiltà. Per questo noi cerchiamo di mantenere la nostra tradizione assolutamente slegata dal resto della civiltà. »
«Vuoi dire che per questo non volete che si sappia di questo documento? »
«Non esattamente cosí. Ma senza la profonda conoscenza e comprensione di questa vera religione andina non è possibile interpretare lo scritto che ci ha tramandato l’ultimo grande sacerdote inca. »
«Mi meraviglia che tutto questo sia gelosamente conservato proprio da gesuiti. »
«Sono certo che qualcuno potrebbe non approvare il nostro modo di vedere le cose. Il nostro rapporto con gli uomini di qui, è un rapporto con la natura, un rapporto assolutamente legato alle nostre antiche credenze, o meglio alla nostra cultura ancestrale. Non si può distinguere tra la natura, lo spirito che pervade la natura, e quelli che sono i segreti che sono stati custoditi per secoli. »
Rimasi in silenzio, ripensando a tutto questo, ma anche perplesso perché ora che Ruíz mi aveva rivelato questa loro scelta, se cosí possiamo chiamarla, a mia volta non avrei potuto rivelarla. Gli feci presente questa mia perplessità.
«Ora tu sei qui con noi e ci resterai a lungo − fece una pausa e aggiunse − molto a lungo e devi ancora viaggiare e approfondire le tue conoscenze. Sono certo che quando tornerai, se deciderai di farlo, nel mondo occidentale, la penserai come noi. »
A questo punto mi resi conto di quanto lontano e isolato mi trovassi ora dal mondo occidentale. Ormai la mia avventura, il mio viaggio di conoscenza nel mondo andino, non era certo da considerare una parentesi turistica. Era vero, ero entrato nel loro mondo e difficilmente ne sarei uscito. Quanto meno, pur uscendone, non sarei stato piú lo stesso.  Si trattava ora di approfondire, di entrare nel vivo di questa civiltà, cercare di sapere molto piú di quanto avevo immaginato all’inizio del viaggio.
Sul momento non feci neppure troppo caso a quella frase “se deciderai di farlo”, ci ripensai soltanto quella notte e la cosa mi turbò alquanto.
Comunque avevo ancora bisogno di fare delle domande, di capire. Tornai sulla domanda che esprimeva la mia perplessità che i gesuiti volessero occuparsi di questo segreto.
«Capisco − ripresi dopo un po’ − ma in questo modo mi sembra che piuttosto che da gesuiti, vi comportate da, come li hai chiamati, Kuraq Tayta o Altomisayoq. »
«Si può essere sacerdoti cattolici e allo stesso tempo sacerdoti delle Ande. Certo, un gesuita occidentale non potrebbe comprendere mai la nostra spiritualità, ben diversa da quella del vostro mondo. Per noi, anche se siamo cristiani, Dio è nella Natura, non può esistere una Natura senza Dio. »
«Non vi accusano di panteismo? »
«No, il panteismo è altra cosa. Soprattutto è un’altra cosa il concetto di panteismo degli occidentali, dovuto a un misto di filosofia greca e di eredità che il cristianesimo ha preso dalla religione ebraica. »
«In questo modo − proseguí Ruíz − voi occidentali avete una concezione distorta della natura e delle sue forze. »
«Ma anche a voi, dico in seminario, insegnano la Bibbia, che dice “dominerete la natura” − dissi. »
«È un insegnamento da dimenticare. Ecco l’eredità ebraica del cristianesimo, con tutti i danni che ha provocato, a cominciare dalla mancanza di equilibrio ecologico e non solo. Per voi occidentali, quando noi diciamo che la Natura, il mondo, è permeato di spirito, subito vedete lo scandalo del panteismo. Ma tu credi che la Natura, gli animali, gli alberi, le rocce stesse, non abbiano uno spirito? »
«Io sí, ma devo riconoscere che pochi occidentali la pensano allo stesso modo; molti arrivano a immaginare le piante e infatti si dice che le piante risentono del comportamento dell’uomo verso di loro, così come gli animali…»
«E le rocce − aggiunse Ruíz −. Le frane, i grandi disastri della natura sono conseguenza del comportamento dell’uomo che non ne ha rispettato lo spirito. »
«Ne sono convinto, ma questo è piú difficile da comprendere. »
«L’Antico Testamento pone l’Uomo al centro dell’Universo, ma al centro dell’Universo c’è lo spirito della Natura, c’è l’equilibrio. Sapresti definire cos’è l’equilibrio? »
«Penso che sia un corretto bilanciamento tra due opposti, tra bene e male, tra spirito e materia…»
«In questa definizione si vede la filosofia occidentale. La quale si basa sul concetto del dualismo.»
«Come quello cinese? »
«Non esattamente. Il dualismo parte dalla filosofia greca, dalla filosofia ebraica e prima ancora dai Sumeri. E da queste è stato trasmesso al cristianesimo e a tutto il mondo occidentale. Anche i non credenti sono permeati da questa filosofia. Per noi, e anche per i cinesi e per tutte le filosofie, diciamo orientali, ma sarebbe meglio dire, vicine alla Natura, non c’è dualismo, ma dualità. Dualità, come il nostro sopra e sotto, hurin pacha e hatun pacha, partono dall’idea di bilanciamento, come lo yin e yang cinesi. Uno non esclude l’altro, ma anzi l’uno completa l’altro. È l’equilibrio del creato che ci consente di vivere; nella dualità gli opposti convergono verso un’appartenenza reciproca, come tra uomo e donna. Quindi non opposizione, ma conciliazione, non prevaricazione, ma accordo, non predominio, ma equilibrio. Per questo non possiamo accettare la frase ebraica “andate e dominate la terra”: la terra non va dominata, ma rispettata. »
Questa filosofia, che molti di noi in occidente dicono di comprendere e di seguire, mi sembrava non solo accettabile, ma la vedevo quasi come una necessità. Lo feci presente.
«Effettivamente nel vostro comportamento quotidiano, nel vostro rapporto con la terra, è possibile notare questa filosofia di rispetto per la Natura. »
«Rispetto per lo spirito della Natura – mi corresse Ruíz −; tu hai visto come si prepara il terreno per la semina. »
«Con un bastone. »
«Appunto. Noi non usiamo l’aratro o i trattori meccanici; non lo facciamo anche perché non abbiamo i mezzi economici per farlo, questo è vero, e perché il terreno non lo giustificherebbe; ma soprattutto per non ferire la terra con il ferro, che tra l’altro, come ben sai, non era conosciuto prima dell’arrivo degli Spagnoli. »
«Quindi l’equilibrio è anche il rispetto per lo spirito della Natura? »
«Ho una definizione di equilibrio che forse è piú comprensibile a voi occidentali: se tu ascolti la nostra musica, ma anche la buona musica occidentale, noti a volte delle dissonanze che servono a creare una tensione; ma poi torna l’armonia e quindi si ristabilisce l’equilibrio. L’equilibrio è armonia ritrovata. L’armonia nella Natura significa anche la presenza di Dio nella Natura e questo non puoi chiamarlo panteismo. Una volta una donna della puna mi disse: “Non mi importa di sapere se Dio è lassú nei cieli, l’importante è che sia intorno a me, in me, in te, solo cosí mi sento al sicuro”. »
Mi sentivo affascinato e già avevo dimenticato il documento, per cui cercai di tornare in tema.
«E tutto questo ha un rapporto con il documento, con il segreto degli incas, con il pachacuti? »
«Tutto questo ha un rapporto ben stretto. Ma ora è tardi e vedrai che avremo tempo per riparlarne. »

 

1 Commento on "Il Segreto del Lago del Dieci – 16"

  1. Quirico Sergio 21 novembre 2017 alle 17:21 · Rispondi

    Sempre bello, e interessante

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