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Il Segreto del Lago del Dieci – 17

CAPITOLO 17

Eravamo già scesi di alcune centinaia di metri in linea d’aria dalla missione, ma distanti una giornata di percorso con i muli. L’ambiente era ormai ben diverso da quello dell’alta yunga e già si sentiva l’influsso della foresta amazzonica. Caldo umido, seppure ancora sopportabile in questa stagione per le correnti d’aria, che all’alba e al tramonto scendevano dalle alture e che mitigavano il calore.
La valle si faceva sempre piú impervia e si sentiva lo scroscio delle cascate nella parte piú infossata del canalone. Uno spettacolo che neppure le riviste di turismo, i libri o gli eleganti e colorati opuscoli turistici, potevano rendere in tutto il suo splendore. Purtroppo né libri, né riviste possono riprodurre certi aspetti della natura, soprattutto gli odori e i rumori.

Era ormai trascorso più di un anno da quando ero arrivato alla missione e le esperienze che avevo vissuto mi avevano trasformato. Mi sentivo un andino anch’io, per quanto sia possibile a un europeo.
Negli ultimi mesi, alla missione ci si stava preparando al trasferimento e avevo appreso che questa transumanza di uomini è una caratteristica dell’agricoltura delle Ande. La cosiddetta agricoltura verticale. Ci si sposta seguendo il ritmo delle stagioni e delle piogge in modo che ci sia sempre del terreno pronto per la semina e la raccolta. Ma, soprattutto, è la terra che deve riposare.
In quel lungo periodo mi ero reso conto di quanto il mondo occidentale sia distante dalla cultura andina, ma soprattutto che tutte le politiche agricole volute dai governi e dalle organizzazioni internazionali, se non si basano sul sistema andino sono fallimentari.
Me lo fece notare Ruíz quando mi spiegò il concetto della tradizionale agricoltura ‘verticale’.
«Il concetto di verticalità è l’unico in grado di far sopravvivere le nostre popolazioni. Pensa che oggi la terra coltivata è solo il 5% rispetto a quella lavorata ai tempi degli incas.
«Il nostro popolo ha dovuto nel tempo sopportare e superare catastrofi come terremoti, alluvioni o la siccità dovuta al periodico fenomeno di El Niňo. Ecco perché qui nelle nostre missioni la nostra agricoltura vuole essere, nel piccolo, quella florida e rigogliosa della civiltà andina e dell’impero Inca.»
Infatti, gli feci notare, girando per il Perù ho trovato molti terreni inselvatichiti e incolti, aridi e privi di acqua.
«Prova evidente – riprese Ruíz – che le politiche e i finanziamenti di stile occidentale non servono a nulla altro che a impoverire la popolazione e aumentare il debito pubblico dello Stato. Lo chiamano sviluppo sostenibile, ma è solo una falsa promessa.»
Se il presente ha qualcosa da imparare dal passato le cose dovrebbero funzionare diversamente, ma questo non è il caso dell’eredità storica delle Ande.
«Pochi si rendono conto che noi andini siamo giunti qui già nel Pleistocene, quando in Europa vivevate nelle grotte. Oggi viviamo un’era in cui le alterazioni dell’atmosfera e del regime degli oceani hanno profondamente inciso sull’ecologia delle nostre terre. La Cordigliera oggi si sta surriscaldando e i ghiacciai che erano considerati eterni, stanno scomparendo. Un fenomeno di disgregazione irreversibile.»
Quando avevo visitato Machu Picchu vidi bene che oggi è foresta là dove ai tempi c’erano terrazzamenti e coltivazioni con i loro canali di irrigazione che percorrono le montagne portando l’acqua a tutti i territori da coltivare.
In quei mesi avevo anche capito perché qui la terra è lavorata a mano, senza trattori o anche soltanto moderne attrezzature. Inizialmente mi ero meravigliato nel vedere arare il terreno con dei bastoni di legno.
A dire il vero il termine arare qui non è preciso. Si operano dei piccoli solchi nel terreno, si rimuovono e rivoltano zolle di terra e con queste operazioni si prepara un terreno che sarà fertile e pronto per la semina. Il bastone con il quale i campesinos, uomini e anche donne, lavoravano con grande perizia era chiamato chaquitaclla. Quando provai a usarlo rimasi colpito dalla mia assoluta incapacità di fare anche solo un piccolo solco. Risero tutti per la mia palese imperizia, e io con loro.
I campesinos ritengono che la chaquitaclla, letteralmente aratro a piede, lavori meglio del trattore anche se richiede esperienza e uno sforzo considerevole. La chaquitaclla è uno strumento allo stesso tempo semplice e complesso. Semplice perché non è che un bastone di legno. Ma lavorato e sagomato in modo speciale, per poterlo spingere nel terreno con la semplice pressione del piede, e con una buona presa per le mani. Anche la sua curvatura è particolare, frutto chissà di generazioni che ne hanno migliorato l’efficacia con l’esperienza. Sono quattro le parti base della chaquitaclla: il corpo, che è la parte centrale dello strumento; il manico e l’appoggio per il piede, che chiamano takilpo. Nella parte terminale inferiore, la punta appiattita è spesso rivestita di metallo, ma molti preferiscono il legno indurito col fuoco, per non offendere la terra. Il manico e il takilpo sono fissati saldamente al corpo centrale con cinghie di cuoio. Vedere lavorare con la chaquitaclla è affascinante e istruttivo e richiede perizia e coordinamento tra i due campesinos che lo usano. Uno afferra la parte superiore del corpo con la mano destra e prima di affondarlo nel suolo lo si solleva leggermente e si prepara a fare un salto, mentre l’altro si prepara a colpire il takilpo col piede. I due movimenti devono essere rapidi e contemporanei in modo da aumentare la pressione e far affondare il bastone il più possibile nel terreno. Con una serie di queste operazioni si scavano dei solchi fino a formare di primi o zolle di terra che poi le donne rivoltano.  Il sistema è talmente efficiente che mi dissero che lavora meglio del trattore, anche se richiede più forza.
«Eppure nei campi gestiti dal governo o da contadini che si sono modernizzati – mi diceva Ruíz sottolineando con ironia questo termine – hanno dimenticato la chaquitaclla e producono di meno.»
Questo avevo appreso nei mesi precedenti al trasferimento.

Ora da giorni eravamo in viaggio verso la meta che attendevo da tempo ma senza più quella impazienza che aveva caratterizzato il primo periodo della mia nuova vita andina.
Eppure mi attendeva la parte più importante della mia missione, la più difficile e dall’esito incerto. Avrei incontrato questo quasi misterioso padre Cobo, e l’ancor più misterioso Yupanqui. Che impressione gli avrei fatto? Come gli avrei consegnato l’astuccio di ossidiana con il quipu che mi aveva affidato per lui il ñaupaqenk durante l’ormai lontano viaggio alla missione in compagnia di Olano.
Quando ne facevo cenno a Ruíz lui rideva e mi tranquillizzava.
Stavo per affrontare una nuova avventura, così era stato per le visite alla puna nel primo mese di permanenza alla missione per le comunioni e l’incontro con l’apprendista pongo Tomás nel villaggio battuto dai venti andini. Ora mi si prospettava un’altra esperienza, diversa dalle precedenti ma non meno interessante, anzi per me una vera e propria scoperta.
Ancora pochi giorni a avrei conosciuto una nuova dimensione del popolo quechua.
Di giorno si camminava, raramente si incontravano piccole comunità o semplici ayllu presso i quali ci si fermava per una sosta o per pernottare. Un paio di volte, negli ultimi giorni dovemmo dormire in baracche di legno che evidentemente erano state costruito proprio per alloggiare le persone durante i trasferimenti. Erano semplici, modeste ma be tenute e attrezzate con amache, pagliericci e tutto il necessario per cucinare. Si trovavano sempre in radure e in prossimità dell’acqua, e recintate.
Quando chiesi a Ruíz dove esattamente ci trovavamo un giorno mi disse che questo territorio non faceva parte né del Perù, né della Bolivia, ma terra degli Inca. Una sorpresa, ma aveva un senso. E forse eravamo realmente in Bolivia perché mi era sembrato di non scendere a est bensì a sud e avevamo superato almeno due crinali entrando in valli sempre più isolate e solitarie.
Infine un pomeriggio quando il sole cominciava a nascondersi dietro le alte cime andine, ci trovammo a ridosso di una parete che sembrava chiudere il cammino e precludere il nostro proseguire. Alla base della parete rocciosa e ricoperta da folto fogliamo e anche muschio c’era una piccola radura dove ci accampammo, anche se piuttosto ammassati nel poco spazio a disposizione. La radura era delimitata da un torrente che, oltre quella, scendeva con un salto scomparendo verso valle lasciando traccia di sé con il solo rumore della cascata e la nebbia delle acque turbinose. Sembrava quindi impossibile proseguire.
«E ora ? – chiesi a Ruíz – non vedo vie d’uscita.»
«Ora ci accampiamo qui – mi rispose ridendo – . Ma domani mattina, quando sorgerà il sole vedrai tu stesso come proseguire.»
Conoscendo Ruíz e le sue risposte sibilline, mi preparai a trascorrere le prossime ore aiutando a preparare l’accampamento sperando che la soluzione non fosse quella di scendere lungo la cascata.

2017-12-08T19:32:29+00:00dicembre 2nd, 2017|LIBRI, Varie|2 Comments

2 Comments

  1. Sergio P. Quirico 2 dicembre 2017 at 15:49 - Reply

    E’ un racconto di vita vissuta e da meditare

  2. Sergio P. Quirico 2 dicembre 2017 at 15:51 - Reply

    sempre più affascinante

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