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Il Segreto del lago del Dieci – 18

CAPITOLO 18

Quel mattino fui svegliato prima dell’alba da un intenso profumo di caffè e di focaccia di mais calda. Mi alzai immediatamente e vidi che Ruíz era già impegnato insieme a tutta la comunità a preparare per la partenza.
«Forza gringo – mi rimproverò ironicamente Ruíz – che tra poco scoprirai quello che ti avevo annunciato ieri sera.»
Fui pronto in pochi minuti prima che il sole lanciasse i suoi raggi sulla radura. Con la ciotola di caffè e la focaccia calda in mano mi avviai a scoprire di quale sorpresa poteva trattarsi, anche se, ne ero certo, si trattava del modo di proseguire il nostro cammino oltre quella piccola radura senza dover affrontare la cascata e le cateratte.
Dovetti infatti attendere solo pochi minuti perché già si annunciava il sorgere del sole. Le stelle stavano scomparendo, Venere era luminosa e tinta di giallo. A oriente, verso valle il cielo cominciava a tingersi di un rosa intenso, quasi violetto. Ruíz mi condusse verso la parete scura e ricoperta di vegetazione. D’improvviso un raggio di sole la illuminò evidenziandone un particolare, quasi fosse stato acceso un faro. Vidi una fessura, non più larga di un metro nella quale il raggio entrava quasi a voler tagliare la roccia. Ne rimasi sbalordito e dovetti guardare Ruíz con un’espressione piuttosto curiosa perché scoppiò in una risata. Nel frattempo anche i contadini si erano radunati e guardavano anche se per loro, o almeno per molti di loro, non doveva essere la prima volta che assistevano a questo fenomeno.
«Ecco il nostro passaggio» mi disse semplicemente Ruíz. Il sole aveva letteralmente aperto un varco o quanto meno aveva rivelato quello che la sera prima era stato impossibile trovare se non per chi ne fosse a conoscenza e con attenta ricerca. Mi ricordava un passaggio simile in Sardegna, quello che solo con le guide si trova per visitare il famoso nuraghe di Tiscali.
Era stretto tanto che per far passare i muli si dovettero liberare del loro carico che fu trasportato a mano. Dopo che il campo fu smontato, con enorme pazienza e lentezza, passammo oltre impiegando parecchio tempo, almeno un’ora, in quanto oltre quel passaggio un solo sentiero si inerpicava tra le rocce. Procedemmo in fila indiana, guidati da due giovani indios asciutti e robusti seguiti da Ruíz e via via i muli, i lama, le donne, gli anziani e i bambini, mentre un altro gruppo di uomini chiudeva la fila.
Giungemmo infine su un’altura oltre la quale si apriva una valle che scendeva dolcemente verso sudest coperta, in basso, da una fitta vegetazione. Il sole era ormai alto, e caldo, ma ora il cammino era più agevole in pianura e poi in discesa. Sopra di noi pareti rocciose da cui scendevano piccole cascate d’acqua che si incanalava subito in piccole vallette, mentre in lontananza altre montagna chiudevano l’orizzonte. A occidente si vedevano ancora le cime delle montagne più alte innevate.
Sostammo prima di iniziare la discesa che ora si annunciava piuttosto ripida, per una rapida colazione.
Durante quella camminata non ci eravamo ancora scambiate parole, e tutti camminavano in silenzio, abbastanza inconsueto per i loquaci campesinos quechua. Forse anche per loro questa parte del percorso metteva soggezione e aveva un che di sacro, qualcosa che difficilmente si può esprimere a parole.
«Ma questa – dissi a Ruíz quando fummo seduti su della pietre masticando le nostre focacce di mais – è una sorpresa che non mi sarei mai potuto immaginare. Ma forse ora comincio a capire qualcosa…»
«Tu sei il primo gringo che entra in questo territorio. Ora certamente puoi capire perché nessuno conosce la comunità di Yupanqui. Da questo momento in avanti per te sarà tutto diverso. Scoprirai un mondo che credevi scomparso.»
Ero frastornato. Non sapevo come reagire e cosa rispondere. Mi chiesi, ma non lo espressi, perché mi era stata concessa questa opportunità. Fu Ruíz a prevenirmi.  «Padre Cobo, d’accordo con Yupanqui, ha deciso che finalmente questo segreto poteva essere rivelato. Ma con cautela. E non poteva che essere affidato a un europeo. Di noi quechua il mondo non si fida, e noi non ci fidiamo dei peruviani.»
«Ma gli studiosi…»
«Tanto meno di loro. Cercherebbero di trarre interesse per se stessi. Tu sei il solo che può portare la notizia al mondo, sia pure con estrema cautela e discrezione. Se vorrai farlo. Ma ancora hai molto da imparare. Non credere che il tuo lungo tirocinio sia già terminato.»
Ormai erano raccomandazioni pressoché superflue, perché mi era passata da tempo quella smania di arrivare al termine della missione.
«E pensare che ero venuto fin qui per scoprire la scrittura dei nodi, ma ora sto scoprendo molto di più.»
«È tutto collegato. Non puoi comprendere il segreto dei quipu senza conoscere l’essenza della nostra mentalità e della nostra filosofia.»
Riprendemmo il cammino. Prima del tramonto saremmo finalmente arrivati a destinazione. Quella che più di un anno prima mi sembrava così vicina e semplice. Solo ora mi rendevo conto dell’importanza del periodo trascorso alla missione, il lungo tirocinio necessario non solo per imparare il runa simi per quel poco che mi era stato possibile, ma soprattutto la cultura inca.
Percepivo anche una certa apprensione. Come sarei stato accolto? Come avrebbero giudicato l’intromissione di un gringo in questo mondo che era stato nascosto agli intrusi per secoli? Unico luogo del mondo andino che i conquistadores non erano riusciti a scoprire e a distruggere.
Lo feci presente a Ruíz: «Sto pensando – gli dissi, ora che la strada più larga e agevole ci permetteva di procedere anche in piccoli gruppi – a come sia stato possibile tenere lontani gli spagnoli e non farsi scoprire. Erano riusciti a superare le valli e i canaloni impervi del Vilcanota e dell’Urubamba.»
«Erano riusciti a trovare Titu Cusi e più tardi anche Condorcaqui, meglio noto come Tupac Amaru, perché c’erano stati dei traditori. Fortunatamente questo piccolo gruppo fuggì dal Cuzco ancora nel sedicesimo secolo senza che neppure i propri famigliari ne fossero al corrente.»
«Ma come è stato possibile allora, per voi, dico voi gesuiti, sapere della loro esistenza?»
«Perché lo hanno voluto loro. In fondo erano nascosti, ma non senza contatti con il mondo esterno. Grazie a un servizio di controllo, chiamalo pure di spionaggio, mantenevano contatti con alcuni ayllu della serra e della montaña. Furono i nostri confratelli, quelli che tu stesso mi hai ricordato, a sapere dell’esistenza di questi discendenti degli inca, cercarono di avvicinarsi, pur con molta cautela. Ci vollero decine di anni perché si instaurasse una fiducia reciproca.»
«Tanto che non avete neppure informato le gerarchie fino al Vaticano.»
«Pensi che avremmo dovuto farlo?» mi rispose Ruíz con un sorriso malizioso.
Mano a mano che si procedeva verso la valle il paesaggio si faceva sempre più verde e cominciava la foresta, sia pure alternando i cactus ai molle alberi noti fin dai tempi antichi e da cui si ricavavano medicamenti. C’erano perfino eucaliptus, sicuramente portati questi ultimi, dall’uomo o dal vento in tempi relativamente recenti, dato che sono abbastanza frequenti sul versante occidentale delle Ande. E poi arbusti che non conoscevo. «Questo è un tankar – mi disse Ruíz – e faresti bene a raccoglierne i frutti, visto che ne puoi preparare delle infusioni digestive.»
Ma i più frequenti erano i qopayso tipici arbusti che avevo visto anche nei pressi della missione.
Osservare la natura, mi era utile per distrarmi perché ora che la meta era vicina sentivo crescere un certo disagio per quello che avrei trovato e per come fossi riuscito a inserirmi nella nuova comunità.
A un certo punto la strada riprese a salire, sia pur lievemente e dopo aver scavalcato un passo segnalato già a distanza da un alto mucchio di pietre. Sostammo e ognuno di noi prese una pietra da terra per aggiungerla a quella che ormai formava una piccola torre alta più di un uomo. Ruíz si fermò in preghiera e impartì quella che potevo immaginare come una benedizione. Poi, però, dalla chuspa trasse alcune foglie di coca che depositò sulla torre in forma di trifoglio e da una fiaschetta versò alcune gocce di acquavite. Io mi strappai un pelo della barba, come avevo fatto quando eravamo andati a visitare le comunità della puna, depositandolo sulle pietre.
«Bene – mi disse Ruíz – ora abbiamo fatto un tinqay, l’offerta che si fa normalmente in occasione del raccolto, possiamo proseguire. Tra un’ora saremo finalmente arrivati.»
Il sole stava già per nascondersi dietro le cime più alte e calcolai che entro un’ora sarebbe stato buio per cui dovevamo affrettarci.
Oltre il passo si apriva finalmente quella che doveva essere la nostra meta, una valle piuttosto ampia sul fondo della quale potevo intravedere, tra un inizio di foresta, distese verdi, certamente coltivazioni, e macchie scure che potevano essere abitazioni.
Finalmente, prima che sopraggiungesse il buio giungemmo in vista di quello che ormai si delineava come un villaggio e, improvvisamente, ci venne incontro festosamente un gruppo di ragazzi e bambini che portavano delle torce per guidarci con sicurezza lungo la pista che scendeva alla missione o ayllu, non avevo ancora idea di come definirlo.
«Ma come sapevano del nostro arrivo? Ci avevano visti ?» chiesi.
«Non ti sei accorto, ma pochi giorni fa, due ragazzi dei nostri sono andati avanti di corsa, come facevano i chaski, i messaggeri degli inca, e hanno potuto così informare per tempo del nostro arrivo. E noi siamo stati molti precisi nella tabella di marcia. E ora tutto è pronto per accoglierci.»

2017-12-08T19:33:15+00:00dicembre 9th, 2017|LIBRI, Varie|0 Comments

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