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Il Segreto del Lago del Dieci – 19

CAPITOLO 19

Era mio destino arrivare alle missioni dopo il tramonto del sole. Cosa del resto assai probabile in una regione in cui in qualsiasi stagione il sole tramonta alle sei del pomeriggio. Certo, le serate lunghe nei villaggi andini invogliano alla vita in comune, a lunghe chiacchierate, e a una vita sociale intensa. Salvo quando i campesinos si ubriacano che allora o litigano o piangono. Ma Ruíz fin dai primi giorni mi aveva assicurato che qui non avevano motivo né per litigare, né per piangere.
Dopo il nostro arrivo alla comunità di Cobo e Yupanqui, la serata trascorse nel sistemare i nostri alloggi. Non ci fu una particolare accoglienza festosa, anche per la stanchezza di tutti noi, a parte i ragazzi che vennero di corsa e mi circondarono curiosi ma rispettosi e con una certa soggezione per l’uomo venuto da lontano e per di più bianco e con la barba: «¡Napaikuiki taita! – gridarono tutti agitando le torce – ¿Kaimantachu kanki?» «
Italyamanta» «¡Achalau, taita !» « ¿Runasimi yachankichu?» «yachanim» «Chaina kaptinja, pajarin achkata rimarisun, tutayachkannam» intervenne Ruíz dicendo che ora viene buio e parleremo domani, facendoli proseguire. «Pajarinkama» a domani.

Una cena, qualche bicchiere di chicha e a dormire.
A me avevano riservato una capanna pulita e ben attrezzata. Avevo anche un angolo dove avrei potuto far bollire il caffè e tostare qualche focaccia. Un tavolo per scrivere e una piccola scaffalatura per i miei testi e blocchi di appunti. Un armadio semplice ed essenziale. Il letto era confortevole, ben sollevato da terra e con una zanzariera, che già con la vicinanza della foresta non era esclusa la presenza di insetti fastidiosi, per non dire pericolosi. Ma per questo avrei presto appreso a difendermi con i succhi di piante repellenti per gli insetti, pur avendo un piacevole profumo.
Però quella sera ebbi il tempo di incontrare padre Cobo. Un quechua piccolo, asciutto tutto occhi che esprimevano allegria, severità e una vitalità che superava persino quella di padre Ruíz.
Mi accolse con simpatia, parlandomi mischiando frasi in castigliano con parole e frasi in runasimi certo per verificare la mia preparazione. «Per vedere se hai fatto i compiti – mi disse – e se ti sei comportato bene.»  Certo, cominciavo a cavarmela, ma dovevo ancora, manzonianamente sciacquare i panni nell’Urubamba.
«Tieni presente –mi disse – che Yupanqui parla solo runasimi, anche se conosce il castigliano, come quasi tutti noi, qui.»
Ruíz mi informò che la vera accoglienza sarebbe stata riservata per la sera successiva, in quanto era stata organizzata una festa, cosa peraltro consueta in occasione dell’arrivo di un gruppo di persone il cui scopo era di aumentare le forza lavoro in periodo di raccolta, così come lo era per il periodo di semina.

Così il giorno successivo mi resi conto che la comunità era al lavoro fin dal sorgere del sole e che fervevano i preparativi, sia per la raccolta, sia per la festa della sera.
Alla luce del giorno vidi che il villaggio era piuttosto ampio con numerose capanne di diversa grandezza attorno a una piazza, formando una raggiera che puntava ai quattro punti cardinali dove lo spazio tra file di capanne era più ampio, e poi tra questi con altre spazi più stretti. Al centro una piccola chiesa che certamente sostituiva l’idea originale di un tempio, o quanto meno una huasca inca. Del resto, dall’esterno la riconobbi per una chiesa per una alta croce, in pratica un lungo tronco d’albero piantato davanti sull’angolo. Entrando vidi che era simile a quella della missione e a quelle che avevo vista sulla puna, semplice e essenziale. Un altare in pietra e tanti fiori secchi ma colorati e disposti con particolare cura, erano la sola decorazione.
Volli osservare il villaggio dall’alto e quindi risalii il sentiero che avevamo percorso in discesa il giorno prima per rendermi conto con maggiore precisione della distribuzione delle capanne, e non fui sorpreso nel vederne la disposizione che sembrava riprodurre un sole con i suoi raggi, certo secondo la tradizione inca, qual era il Cuzco ai tempi dell’impero: erano i ceques degli inca, le linee che indicavano le direzioni dell’impero e che i soldati e anche i messaggeri seguivano per raggiungere tutte le province. Purtroppo qui, i raggi non potevano indicare, come in origine, le quattro parti del Tahantinsuyo, ma ritenevo fosse stato giusto e doveroso riprodurne il significato originale perché la popolazione ne ricordasse l’importanza.   Quello che appariva con confortevole evidenza era l’ordine che regnava nel villaggio. E la pulizia.
Tornai alla mia capanna per sistemare meglio le mie cose e, con Ruíz, i testi che avevamo prudentemente prelevato dalla biblioteca.
Sotto l’altare della chiesa c’era una scala che conduceva a un locale altrettanto ampio che fungeva non tanto da cripta, quanto da sala di lettura e di riunioni. C’erano alcune panche lungo le pareti, un tavolo e alcune lampade. Inutile dire che la luce elettrica non c’era e l’illuminazione di tutto il villaggio era fornita da torce alimentate dalla abbondante resina degli alberi. Un rischio di incendio piuttosto elevato, come feci notare a Ruíz.
«Non ricordiamo che qui ci sia stato un incendio – mi disse – perché siamo molto organizzati e attenti. Certo con una società poco disciplinata questo rischio sarebbe elevato. Ma non qui.»
In realtà, e lo avrei scoperto meglio più tardi, i forni e le cucine, perché queste attività erano tutte in comune, erano poste fuori dal centro del villaggio, lontano dalle capanne di legno e costruiti in pietra.
Nella cripta, così la definii, sistemammo i testi in una cassa di duro legno, avendo cura di separarli secondo la disposizione che avevano nella biblioteca della missione. Vi collocai anche la teca di ossidiana che avevo ricevuto e conservato con cura in attesa del momento, ormai prossimo, della consegna a Yupanqui. Dopo di che uscimmo per andare ad aiutare nei lavori sul terreno che erano in piena attività.
Vidi anche che diverse donne e un gran numero di bambini stavano lavorando alacremente per preparare i festeggiamenti, un po’ come avevo osservato nel piccolo villaggio dove più di un anno prima ci eravamo recati per le comunioni.
E infatti anche qui la festa era, almeno così mi sembrava, religiosa. «Hanno atteso il nostro arrivo per impartire le comunioni ai bambini» mi disse Ruíz. Ma questa volta la festa sarebbe stata solo nel pomeriggio e alla sera. Il lavoro era molto e non si potevano perdere intere giornate.

La festa iniziò poco prima del tramonto. Erano state disposte tavolate nella zona esterna al villaggio vicino ai forni che da tempo erano stati accesi e dove erano stati preparati gli ingredienti per la cena che si annunciava lunga e allegra. Quando sopraggiunse il buio e tutti erano pronti e già il profumo degli arrosti – cavie, porcellini d’india, polli il tutto aromatizzato dalle molte spezie che certo provenivano dal basso – mi fecero accomodare a una tavola meno grande delle altre, insieme a Ruíz, Cobo e alcuni anziani che non avevo ancora conosciuto. Ma sembrava si fosse ancora in attesa. Finalmente un brusio e poi si fece silenzio. Dalla zona orientale vidi giungere alcune persone che accompagnavano un anziano con un copricapo di piume. Era Yupanqui! Finalmente avrei visto o conosciuto il misterioso personaggio per cui avevo organizzato tutta questa avventura.
Si avvicinò e sedette al centro del tavolo senza degnarmi di uno sguardo. Fece appena un lieve cenno a padre Cobo, che a sua volta diede il via alla cena e alla festa. Ci fu un gran movimento di donne e di uomini a preparare e a servire. Ero un po’ a disagio per il silenzio di Yupanqui ma ricordavo come anche nel primo ayllu che avevo incontrato la prima sera di viaggio con Olano, ci volle tempo perché i padroni di casa accettassero la mia presenza e finalmente acconsentissero a parlare.
Ruíz comprese il mio disagio e mi sussurrò di stare tranquillo e che quella sera non avrei avuto certo occasione di parlare.
Poco alla volta le conversazioni si incrociarono e la cena assunse un normale tono conviviale, anche con l’aiuto della birra, la chicha, che veniva versata a tutti, tranne che a me, a padre Cobo e a Yupanqui. Ruíz mi disse, sempre nell’orecchio, che anche questa era una prassi. Io non potevo ancora bere chicha perché non ero ancora stato formalmente accettato.
Ribadì e mi fece notare la parola formalmente, come a dire che sì non c’era pericolo che fosse cacciato via e dovessi ripercorrere da solo la strada del ritorno con la quasi certezza di perdermi, ma che dovevo pazientare. E così dicendo fece una delle sue risate, anche se quasi in silenzio.
Erano già trascorse più di due ore quando, a cena terminata, iniziarono le musiche e i canti.
Era questa la fase centrale della festa. Un gruppo di suonatori, tutti vestiti in costume inca si posero a lato dell’area centrale dove era stato liberato lo spazio che sarebbe stato occupato per le danze.
All’improvviso vidi venire al centro alcuni uomini stranamente mascherati. Vestivano un mantello di colore blu ma consunto e rammendato, con in testa strani copricapo che sembravano elmi dei conquistadores, sia pur fatti con cartone e legno. In mano avevano fruste e fogli o specie di libri rovinati. Avevano maschere bianche con grossi baffi spioventi dipinti di nero, lunghe basette, barbe nere o bianche. I volti pallidi e i nasi rossi mi fecero comprendere che stavano imitando con le loro caricature gli spagnoli invasori e distruttori della loro civiltà. Entrarono ballando in maniera ridicola, caracollando come ubriachi, mentre agitavano in arie le fruste.
Questa strana danza durò alcuni minuti tra le risate di tutti i presenti, escluso Yupanqui che restava severamente impassibile. Anch’io sorrisi per questa simpatica, così interpretavo, rappresentazione e mi rivolsi a Ruíz con aria di chi condivide. Ma non ricevetti cenno di assenso, sembrava stranamente distratto.
A un certo punto vidi che questi uomini mascherati si stavano avvicinando al nostro tavolo per circondarlo e venire decisamente verso di me. Due di loro mi afferrarono per le braccia e mi trascinarono al centro dello spiazzo verso i suonatori. Mi fecero inginocchiare, e cominciarono a far roteare le fruste sopra la mia testa. Non riuscivo a rendermi conto di quanto fosse finzione e quanto realtà, nel secondo caso con una certa e comprensibile preoccupazione.
Uno degli uomini mascherati, con una giubba più grande degli altri e un cilindro nero in testa, mi venne vicino ponendomi sul capo una specie di libro e, fingendo di sfogliarlo cominciò a declamare: «¡Kunanmi yachanki sijlla!» frase subito ripetuta da tutti gli altri uomini mascherati.
«¡Kunanmi yachanki sijlla! ¡Diospa castigunta sijlla! » «¡Kunanmi yachanki sijlla! Jhatun juchaykita sijlla».
E mentre ripetevano queste minacce, di cui comprendevo solo che avrei conosciuto il castigo dio Dio per i miei delitti, mi giravano attorno, colpendomi sia pur lievemente con le fruste e colpendomi con i loro finti libri. Restai tranquillo perché ora comprendevo che questa era una cerimonia anche se non avevo mai avuto occasione di assistervi e guardando in tralice Cobo e Ruíz li vidi tranquilli e divertiti. Quanto a Yupanqui vidi che osservava la scena serio e tranquillo. Gli altri invece ridevano e applaudivano.
Finalmente la danza terminò e il ‘giudice’ che aveva declamato la sentenza di castigo si tolse la maschera e prendendomi la mano mi fece alzare, e con un inchino mi riaccompagnò al mio posto.
Dalla folla si levò un applauso e Cobo mi venne vicino stringendomi le mani dichiarando che il gringo era stato perdonato e ora poteva far parte della comunità.
La musica riprese, questa volta più allegra, uomini e donne iniziarono a danzare e finalmente mi fu versato un bel bicchiere di chicha che tracannai con sollievo.
Intanto mi spiegarono che questa era stata una antica cerimonia, ormai praticamente scomparsa dalle abitudini dei villaggi quechua e che solo in alcune zona praticavano per il piacere dei turisti, ma senza che questi venissero coinvolti. Era la danza dei Sijllas, che è una messa in ridicolo della cosiddetta giustizia spagnola nei confronti degli inca; una vera e propria vendetta degli oppressi contro gli oppressori. Era tipica di una festa importante di inizio maggio, la festa della croce, o Cruz Velacuy.

2017-12-26T15:57:29+00:00dicembre 26th, 2017|LIBRI, Varie|0 Comments

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