Il Segreto del Lago del Dieci – 20

Scritto da il 20 gennaio 2018 in CULTURA&FORMAZIONE, LIBRI, Varie - Nessun commento

CAPITOLO 20

Il gringo era ormai un andino. Quasi un quechua accettato dalla comunità più recondita di quel mondo ajeno, come lo chiamano qui, così distante dalla cosiddetta civiltà occidentale.
La cerimonia della sijllas aveva sancito la mia appartenenza ai veri discendenti degli inca. Ora mi aspettava la fase finale del mio programma, del mio desiderio di comprendere, per quanto fosse possibile, cosa era accaduto agli ultimi inca di famiglia reale, quali segreti nascondevano e se avessero voluto rivelarli.
Ma ancora non ero certo che sarei riuscito a raggiungere questo obiettivo.
Tuttavia, trascorsero giorni e settimane ancora prima che mi fosse concesso di incontrare Yupanqui, e quindi di consegnargli la teca di ossidiana che avevo conservato così gelosamente tra le mie poche cose.
Ruíz e Cobo mi dissero di pazientare e nel frattempo di perfezionare la mia conoscenza della lingua e di integrarmi il più possibile con i contadini lavorando con loro.
Era il tempo del raccolto che, insieme a quello della semina, rappresenta i momenti più importanti nel calendario incaico.
Il lavoro si alternava a cerimonie e feste dopo il tramonto, ma soprattutto era il lavoro a impegnare tutti noi, perché di quanto viene prodotto con tanta fatica nulla deve essere sprecato, e la conservazione dei prodotti della terra deve essere accurata e sicura.
La Terra stessa, la Pacha Mama, deve essere ringraziata di continuo perché ci riservi un prossimo raccolto altrettanto abbondante, se questo è stato soddisfacente. E questo non a caso, visto come in tutto il territorio andino i terreni agricoli si sono impoveriti negli anni non solo per cause naturali, quali le frane, le inondazioni o la siccità, ma per l’inquinamento, l’uso sconsiderato di prodotti chimici e di ogni attrezzatura ‘moderna’ che «lástima a la Pacha Mama», ferisce la madre terra come mi diceva Cobo.
C’era un atteggiamento nel comportamento in tutte le azioni dei campesinos, che manifestava quasi un sentimento religioso, o forse così io interpretavo, per la cura con cui ciascuno si applicava ai lavori di raccolta, selezione, preparazione di quelli che potevano essere considerati magazzini di scorta e di pronto utilizzo.
A me fu affidato il compito, assai leggero, ma non per questo meno importante e impegnativo, di tenere conto di quanto veniva immagazzinato. Era un lavoro che aveva per me il doppio vantaggio che, dovendo utilizzare i nomi dei prodotti sia in castigliano sia in runa simi servendomi naturalmente dell’aiuto di Ruíz quando, molto spesso, non conoscevo il termine appropriato, mi offrivano la possibilità di ampliare le mie conoscenze linguistiche e della agricoltura andina.
Termini assolutamente nuovi che non avevano un corrispondente nella nostre lingue perché diversi di quei prodotti della terra non erano conosciuti nel nostro mondo. Alle varietà di mais e delle numerosissime patate si aggiungevano altri cereali e legumi per me completamente nuovi. Dovevo segnare le quantità di prodotti quali ocas, ollucos, cañihua, quinua, forse solo quest’ultimo conosciuto, tanto per citarne alcuni.
Questa varietà di coltivazioni e ricchezza di cereali era dovuta, mi spiegava Cobo, al terreno particolarmente fertile della regione, grazie a un suolo ricco di minerali di origine vulcanica, alle acque che provenivano dai ghiacciai, ma anche alla attenta cultura agricola della comunità che non ‘feriva’ il terreno e soprattutto non col ferro, metallo che le Ande non conoscono.
Fu questa spiegazione che ci indusse una sera in una vivace discussione in cui si mescolavano agricoltura, religione, miti o forse sarebbe meglio dire quelle convinzioni dovute alla lunga esperienza e alle profonde conoscenze del popolo andino per il proprio territorio, a dimostrazione di quanto ci siamo allontanati dallo spirito della Terra che abitiamo.
Quando infatti avevo portato il discorso sulla varietà dei prodotti e delle colture, ritenendo che il terreno e le acque, oltre al clima, non più secco e rigido come sulle sierra e la puna, fossero sufficienti, Cobo quasi mi redarguì.
«Non credere – mi disse – che se su questo terreno utilizzassimo i metodi che ci voglio insegnare da Lima, avremmo gli stessi risultati. È il rispetto che portiamo alla Pacha Mama, che ci premia. E anche la protezione delle montagne.»
«Certo qui la cordillera vi protegge dai venti, dagli sbalzi di temperatura.»
«No, non mi capisci. È lo spirito delle montagne, sono gli Apu che ci proteggono.»
«Scusa, so che le popolazioni andine hanno una venerazione, oltre che un comprensibile timore per gli Apu, ma stento a pensare che sia il loro influsso a far sì che la produzione sia varia e ricca. E poi, detto da un gesuita mi pare eccessivo.»
«Un gesuita sì, ma un gesuita quechua, non dimenticarlo. Certo non è il sole, Inti, il nostro Dio come lo era per gli incas. Siamo realmente cristiani, ma non possiamo allontanarci da quella che è, almeno qui, una realtà. Voi europei e americani, avete ormai dimenticato cos’è la Natura. Voi volete sfruttare la natura, volete violentarla e la Natura non vi risponde più.
«Sono d’accordo – risposi – non conosciamo i segreti della Natura. Abbiamo dimenticato che la natura è viva. Personalmente sono persino convinto che le rocce stesse siano vive.»
«Bene. Sei sulla strada giusta, ma cos’è la vita? Per i biologi è nascita, crescita, riproduzione, morte. Semplice. Ma la vita è anche Anima, Spirito. E cos’è l’anima? Cos’è lo Spirito? Tu credi che l’anima la abbiano solo gli uomini?»
«A dire la verità, e chiedo scusa a un prete, non sono neanche sicuro che gli uomini abbiano un’anima, o almeno quella che ci dicono che alla fine della nostra permanenza sulla terra se ne vada in paradiso o all’inferno.»
«Lascia perdere i racconti che la religione cristiana ha dovuto tramandare perché il gregge fosse unito da una speranza o da una minaccia. Purtroppo nella tradizionale dottrina cristiana si è persa la profondità di una religione universale. Oggi si tende a spiegare tutto con la scienza. E questo è giusto, che l’ignoranza non fa scienza. Ma è più facile dire che se oggi non siamo in grado di dare una spiegazione a tutto con la scienza, basta attendere nuove scoperte e tutto sarà risolto. Sento dire che diversi scienziati stanno elaborando teorie matematiche che spiegherebbero l’origine dell’Universo.»
«Sì, infatti, ci sono spiegazioni ormai accettate dalla quasi totalità degli scienziati su come l’Universo si sia formato improvvisamente dal nulla, e si sia espanso con una creazione continua. Questo non richiede alcun intervento divino.»
«Questo forse no. Ma nessuno ha ancora spiegato come dal nulla si formi la materia.»
«Beh, non proprio dal nulla, ma dall’energia. E sappiamo che energia e materia sono in stretta relazione tra loro.»
«Credi che quassù sulle Ande non conosciamo la teoria della relatività? Ma come vi spiegate voi scienziati occidentali perché tutte le leggi della fisica si basano su parametri e numeri che devono essere esattamente quelli, con una precisione al dettaglio senza scostarsene minimamente. Perché?»
«Perché altrimenti l’Universo non potrebbe esistere.»
«Una spiegazione un po’ semplicistica, mi pare, come quelli che affermano che ci sono infiniti Universi, e noi viviamo proprio nell’unico possibile. Se permetti questa spiegazione è molto più oscura e infantile degli spiriti delle montagne.»
Non seppi cosa rispondere e non potevo dar torto a Cobo, mentre vedevo che Ruíz sorrideva.
«Quindi – ripresi dopo qualche minuto di silenzio e aver sorseggiato un po’ di aguardiente – gli spiriti delle montagne farebbero parte del gran disegno divino.»
«Non so come lo vuoi chiamare. Ma è l’anima della Natura. Quella che voi avete cancellato, tradito.»
«Non ho mai partecipato direttamente a una mesa, ai riti dei maestros, gli encantos, ma ho parlato con un ricercatore che li ha vissuti e li conosce. Ha dovuto mettere da parte la sua scienza appresa sui libri e ammettere che sono fatti sorprendentemente reali. Ma non mi ha saputo dare una spiegazione.»
«Perché non c’è una spiegazione per voi occidentali. Perché è così e lo è da millenni, prima ancora che arrivassero gli inca. Gli andini hanno assimilato la Natura da sempre. Non dimenticare che i nostri popoli sono giunti sul continente a partire da dodicimila anni dopo aver migrato per forse altrettanti anni nelle steppe dell’Asia del nord. O vivevano a stretto contatto con la natura o scomparivano. Dovevano far parte loro stessi della natura. Una volta giunti sul continente ogni popolazione si è immedesimata con la natura che la circondava. Le grandi pianure del nord, le foreste, le montagne.»
«Dodicimila anni sono molti. In Europa a quei tempi non c’erano ancora popolazioni organizzate. Dodicimila anni corrispondono, diciamo, a seicento generazioni, e possiamo dire almeno il doppio delle generazioni che si sono susseguite dai tempi delle prime civiltà mediterranee.»
«Con una differenza importante. Qui le generazioni si sono susseguite solo a contatto con la natura, senza alcuna influenza esterna, fino a quando sono arrivati gli spagnoli.»
«Con tutte le conseguenze che conosciamo. Con questo vorresti dire che il legame tra uomo e natura non è mai venuto a mancare. A differenza delle nostre civiltà.»
«Considera che l’agricoltura sulle terre del nostro continente è nata molto tardi. L’uomo è sempre stato costretto a dipendere dalla vegetazione, dagli altri animali, dai fiumi, dalla pioggia, dal sole. Ma soprattutto dialogava con le forze della natura. Era lui stesso un elemento della natura. Quindi non aveva scelta, non poteva essere che così.»
«Ma le montagne…»
«Le montagne, qui sono elemento fondamentale, come il sole, come la pioggia. Le montagne, danno e prendono. Bisogna rispettarle, e temerle. Le montagne vivono, stanno ancora crescendo oggi. Su questo non puoi che essere d’accordo, immagino.»
«Certamente e lo dimostrano i tanti tremori che sentiamo e ai quali anch’io ormai mi sono abituato. Del resto il terremoto non è che una manifestazione della crescita di una montagna, quindi della sua vita. Ma che un sacrificio o una preghiera, possano tener buona una montagna, non mi pare scientifico.»
«Forse non è scientifico, ma è così. Sopra di noi ci sono montagne e ghiacciai. In altre zone del Perù terremoti e frane hanno distrutto paesi interi. Qui no. Per te questo è casuale. Per noi no. Le montagne puniscono chi non le rispetta.»
«In alcune zone parlano dei gentiles, gli spiriti dei giganti che vissero prima dell’uomo attuale. Vivono all’interno delle montagne. Da loro dipendono non solo la natura, ma anche il bene e il male degli uomini. So che scienziati seri hanno documentato fatti che per noi restano misteriosi. Rispetto questo pensiero perché è riconosciuto anche da studiosi europei. Ma fatico a farmene una ragione.»
«Non hai bisogno di fartene una ragione. È così. Perché? Ma se esiste un’anima, questa non se ne va con il corpo che muore. Può benissimo abitare, per così dire, nella montagna.»
«Anche in questo, nonostante molti episodi reali e documentati lo attestino, per me resta sempre un mistero che non ha spiegazioni scientifiche.»
«Ecco il vantaggio di noi religiosi. Per noi è più facile comprendere fenomeni che la scienza ancora non sa spiegare.»
«Ma sul tema dell’anima, credo che non potrà mai farlo. L’uomo pensa e ragiona per via di fattori chimici e fisici all’interno del cervello. Ammetto che questo in qualche misura vale anche per gli animali. Forse in qualche modo che non conosciamo e non comprendiamo, anche per le piante. Ma una volta che il corpo non vive più, queste reazioni chimiche e fisiche nel cervello, possono durare ancora diversi secondi, forse minuti, ma poi svaniscono.»
«Svaniscono, bene e si trasferiscono altrove.»
«Ma senza reazioni chimiche non c’è un altrove.»
«Tu hai avuto occasione di parlare con un giovane maestro – intervenne padre Ruíz. – Hai sentito racconti, veri, di curanderos. Qui non ne abbiamo, ma se tu assistessi a una vera mesa di un curandero, ed è molto penoso per chi non è abituato, potresti cambiare opinione.»
«Ne sono convinto. Tuttavia non riuscirei a capire come può uno spirito guarire o colpire con una malattia, o ancora con un evento naturale.»
«Sei ancora troppo legato al tuo mondo occidentale. E forse neanche vivendo qui per anni potresti cambiare. Solo chi ha alle spalle generazioni di uomini che hanno vissuto e vivono a stretto contatto con la Natura, rispettandola e temendola il giusto, come noi quechua e gli altri indigeni della montagna e della foresta laggiù, non ha bisogno della vostra scienza, per capire il mondo che gli sta intorno.»
Con questo padre Cobo si alzò aggiustandosi il poncho, prese una ciotola in cui versò dell’aguardiente, bevve un sorso e la passò a me. Dopo aver bevuto la passai a Ruíz il quale la restituì a Cobo, che ne versò alcune gocce a terra e ne spruzzò altre verso la montagna. Mi chiese di fare altrettanto e lo feci. Forse cominciavo a crederci anch’io. O a capire.

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