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Il Segreto del Lago del Dieci – 22 FINE

CAPITOLO 22

Yupanqui non si fece attendere a lungo. Dopo due giorni, un pomeriggio, mi mandò a chiamare e con Cobo e Ruíz ci recammo subito nella sua abitazione.
Ci attendeva nella sala in compagnia di due anziani quechua e un giovane, che ci presentò come amautas, precisando che erano khipukamayoq, gli esperti della scrittura khipu.
«Abbiamo letto il messaggio che ci hai portato. È quello che attendavamo ed è giunto il momento di conoscere la parte mancante della nostra storia. Presto avremo un pachakuti, una nuova era.»
Sapevo che per i quechua e per la storia inka il pachakuti è un evento fondamentale e che tutta la loro storia si basa su diverse età. Ognuna delle quali è stata separata da un pachakuti, un capovolgimento. Per i quechua il capovolgimento può essere di molti tipi, un cataclisma naturale, oppure il peggiore della storia, quello che segnò l’arrivo degli europei. Ma tutti questi capovolgimenti, sono annunciati nel cielo, dalle stelle e dal sole. Sono quelli che noi chiamiamo disastri, altro non sono che, come dice il termine stesso, astri che perdono il loro allineamento. Certamente noi non possiamo comprendere questo abbinamento tra cielo e fatti che avvengono sulla terra, ma quel che è certo, i nativi andini, come del resto tutti i nativi americani, erano ottimi astronomi in grado di seguire con grande precisione ogni evento celeste, tanto da conoscere persino la precessione degli equinozi, come hanno dimostrato in tempi recenti gli astronomi occientali con l’aiuto dei planetari. Sarà un caso, ma ogni volta che ci fu un pachakuti, gli andini lo avevano visto con anticipo negli astri.
«Il messaggio contenuto nel khipu – proseguì Yupanqui – ci annuncia il nuovo pachakuti esattamente 500 anni dopo l’ultimo, quello dell’arrivo dei conquistadores.»
«Non è dunque molto vicino, siamo nel ventesimo secolo, dobbiamo quindi attendere ancora circa 40 anni» gli feci presente.
Yupanqui si mise a ridere, cosa inconsueta in lui; era la seconda volta che lo vedevo perdere la sua imperturbabilità.
«E tu, figlio del mondo che corre, vedi 40 anni come un tempo lungo. Pensa a noi che attendiamo questo momento da 500.»
Restò un poco in silenzio e riprese la sua espressione seria e concentrata, e aggiunse: «Forse, anzi certamente, io non potrò assistere al nuovo pachakuti da questo mondo. Sono troppo anziano. Ma vi assisteranno il mio popolo, questa comunità. Sapere quando avverrà e cosa avverrà, è per noi molto importante per regolare la vita di tutta la comunità, del nostro popolo inka. Da questo momento i nostri giovani dovranno prepararsi all’evento.»
Sarei dovuto restare sorpreso da questa concezione del tempo così lontana dal nostro modo di pensare, ma conoscendo ormai la mentalità andina, non mi fece meraviglia. Una dimostrazione di quanto questa civiltà ponesse i valori della comunità davanti a ogni personalismo, cosa assai rara, se non inesistente nel nostro mondo occidentale.
Stavo per chiedere qualcosa su che genere di pachakuti fosse annunciato, ma fu lo stesso Yupanqui ad anticiparmi.
«Ma vedo che vuoi conoscere il contenuto del messaggio che mi hai portato. Quindi con l’aiuto dei miei assistenti te lo riveleremo. Ma prima voglio farti comprendere come possiamo leggere il khipu.»
Era finalmente giunto il momento che aspettavo fin da quando avevo preparato il mio viaggio: scoprire come si legge un khipu, poter dimostrare che gli inka avevano una scrittura.
«Tu hai avuto tempo di apprendere la struttura della nostra lingua, il runa simi» proseguì Yupanqui «quindi non avrai difficoltà a comprendere il meccanismo della scrittura khipu.»
Sapevo infatti che il runa simi è una lingua agglutinante. Questo significa che, al contrario delle lingue europee, che derivano dal latino, dal greco e sono lingue indoeuropee, come le lingue slave ma anche le lingue celtiche, e alcune lingue orientali dalla Persia all’India, le lingue agglutinanti si basano su radici fisse con l’aggiunta di particelle alla fine o all’inizio della radice, sillabe che hanno funzione grammaticale, in grado anche di trasformare i sostantivi in verbi o di modificarne il significato all’interno della frase. Quelle che per il latino sono le declinazioni, che nelle lingue moderne sono cadute a favore delle preposizioni, nelle lingue agglutinanti, sono aggiunte alla parola, o anche a volte tra due radici. In Europa sono agglutinanti l’ungherese e il finlandese, che sono imparentate con le lingue dell’estremo oriente. Un fatto che si giustifica per il runa simi se consideriamo che le popolazioni che hanno popolato il continente americano provenivano dall’Asia passando dall’estremo nord, mantenendo null’altrro di quelle lingue, se non la struttura di base.
«Come sai, quindi – proseguì Yupanqui – noi possiamo scomporre le parole in parti fisse e in in certo numero di suoni, un numero grande ,ma non tanto da non poter formare un elenco completo.»
Prese il khipu che il giorno precedente aveva tolto dallo scrigno e che aveva definito il suo dizionario.
«Questo khipu contiene tutti questi suoni. Se non conosciamo un nodo complesso possiamo confrontarlo qui, proprio come si fa con il dizionario quando non conosciamo il significato di una parola in castigliano.»
Mi mostrò il khipu dizionario e la complessità dei nodi che conteneva. All’inizio c’era una serie di nodi abbastanza semplici almeno a un primo sguardo. Fu uno dei suoi assistenti, il giovane amauta a farmi notare come in effetti non fossero così semplici.
Mi fece osservare, ad esempio, la torsione dei fili che lo componevano, a volta destrorsa, altre volte sinistrorsa. Questo semplice accorgimento ne cambiava il significato, e per me fu quindi chiaro che già in questo modo raddoppiava la quantità di nodi possibili. Cambiava però anche il colore: alcuni fili intrecciati tra loro erano tutti dello stesso colore, ma molti erano intrecciati usando fili bianchi misti a fili di altri colori. E anche questi erano diversi: neri, ocra, rossi, azzurri. Verdi. In pratica una varietà enorme. Alcuni nodi erano doppi, altri contenevano fili supplementari che vi erano stati annodati all’interno.
«Non deve certo essere facile imparare a leggere» feci osservare.
«Non farti ingannare. Certo l’alfabeto con il suo numero limitato di segni, che sono 24, 28 o anche di più in alcune lingue, è molto più semplice. Ma se confronti i khipu con gli ideogrammi cinesi vedrai che i nostri sono più semplici. I cinesi hanno migliaia di ideogrammi. Noi abbiamo 1728 segni. O lettere se le vuoi chiamare così, anche se sarebbe più corretto dire sillabe. E sai perché sono 1728? Prova a moltiplicare i 12 mesi dell’anno per tre volte e vedrai il risultato.»
Vero, mi ci volle poco a calcolare. E anche in questo caso c’era un collegamento con il tempo astronomico e il numero tre che indica le tre parti del mondo: il cielo, Hanajpacha, la superficie della terra, la Pachamama, e il mondo inferiore Urinpacha.
«E ora che sai come possiamo leggere il nostro khipu, possiamo vederne insieme il contenuto e sapere cosa ci hanno comunicato i grandi amauta per conservare e far rinascere la nostra civiltà.»
Stesero il lungo khipu sul tavolo e iniziarono a esaminarlo. La mia curiosità e eccitazione erano ormai ai massimi livelli.
Con una certa delusione, peraltro prevedibile e prevista, mi resi subito conto che la lettura era ovviamente in runa simi e temevo che mi sarei perso gran parte del messaggio. Ma Padre Cobo mi venne in aiuto traducendo in castigliano. Speravo solo che la traduzione fosse completa e fedele.

“Abbiamo creduto che gli uomini venuti dal grande mare fossero inviati da Virakocha e abbiamo avuto fiducia in loro.”
Così cominciava il messaggio riportato nel khipu.
“Ma siamo stati traditi e loro con la violenza e l’inganno hanno distrutto il nostro Tahuantinsuyo. Huaskar è stato ucciso, Titu Kusi è fuggito ma lo hanno preso ed è prigioniero. Io ora conduco con me il piccolo Intipchuri Amaru Manco, unico Sapa Inka rimasto, con un gruppo di amauta, e fedeli guerrieri.”
“Io Chaskarp Mayu, amauta anziano, ho il dovere di portare l’Intipchuri, l’ultimo Figlio del Sole, alla salvezza, affinché la nostra stirpe si salvi e un giorno possa cacciare gli invasori.”
“Abbiamo camminato per tre lune verso il Collao superando le alte montagne e gli Apu ci hanno assistiti disperdendo i nostri nemici. Ma non possiamo restare qui a lungo, quindi proseguiremo la nostra fuga verso la selva. I nostri amauta hanno scritto khipu che abbiamo lasciato in alcune grotte, ma questi khipu non dicono dove siamo e dove andiamo. Dicono solo che stiamo fuggendo. Ora qui in questo khipu vogliamo registrare gli ultimi avvenimenti accaduti al Qosko. Solo così possiamo sperare che la nostra storia non cada nel silenzio.”
“Quando abbiamo scoperto che i nuovi venuti ci tradivano e volevano il nostro oro, abbiamo mandato 100 guerrieri con il tesoro di Huaskar che è stato gettato nel lago che i nostri paco ci hanno indicato e solo quando la coda della volpe tornerà nel cielo, si potrà recuperare. Ma passeranno molte generazioni prima che questo avvenga.”

Qui si fermarono e mi guardarono per vedere se avevo compreso. Vedendo la mia espressione stupita, o forse stupida, Yupanqui sorrise: «Vedo che è necessaria una spiegazione.»
Anche Cobo e Ruíz sembravano sorpresi e vidi che anche per loro il racconto era diventato piuttosto oscuro.
«Come forse sai – mi disse Yupanqui – i paco erano i saggi astronomi che studiavano le stelle e le costellazioni. Per noi Inka, quella che voi chiamate Via Lattea, ma che è il grande fiume del cielo, che ha lo stesso nome dell’amauta che guidò il gruppo di Amaru Manco, ha la funzione di unire i tre mondi, Hanajpacha, Pachamama e Urinpacha a volte li unisce, a volte li separa. E ogni volta che avviene questa separazione, è un pachakuti.
«Bene – proseguì Yupanqui – i paco avevano visto che la coda della volpe era scomparsa dal Grande Fiume e quindi era venuto a mancare il collegamento del nostro mondo con quello di sopra.»
«Scusa, Yupanqui – dissi – ma cosa è la coda di volpe?»
«La coda di volpe è il nome che noi diamo a un gruppo di stelle che circonda una massa oscura, nera. Oggi, gli astronomi la chiamano nebulosa. Noi da dove siamo oggi non la riusciamo a vedere perché l’aria non è così limpida come sulla cima delle montagne della puna.»
È vero, sapevo che l’astronomia andina era molto evoluta e precisa e conoscevano costellazioni e galassie e nebulose, che furono scoperte solo con il telescopio, e che conoscevano persino la precessione degli equinozi, rilevata appunto dallo spostamento di certe costellazioni rispetto alla Via Lattea e al sorgere del sole nei giorni degli equinozi e dei solstizi.
«I nostri paco – proseguì Yupanqui – prevedevano in questo modo i pachakuti e potevano così avvertire l’Inka, che diocveva decidere come intervenire. Soltanto che il pachakuti dei conquistadores era stato interpretato da Huaskar come un aiuto inviato da Virakocha contro Atahuallpa. Così hanno potuto tradire la nostra fiducia.»
Così come Atahuallpa si era fidato di questi uomini che lo avevano imprigionato a Cajamarca con l’inganno, gli avevano richiesto un esorbitante riscatto in oro, e quando Atahuallpa lo aveva consegnato, lo avevano ucciso.
«Quella del tesoro di Huaskar gettato nel lago è una tradizione nota – dissi – ma non una leggenda?»
«Sapevamo della sua esistenza. Il racconto è stato trasmesso a tutte le generazioni, ma non sapevamo con precisione, di quale tesoro si trattasse e in quale lago fosse stato gettato. Il khipu dice anche cosa contengono le casse gettate nel lago. Ascolta.»

Il khipukamayoq riprese la lettura.
“Il Sapa Inka, Intipchuri, Huaskar, fece riporre in grandi casse d’oro quelli che per il nostro popolo erano i tesori più importanti: le mummie dei Sapa Inka, le vesti e i diademi sei nostri Padri; una parte dell’oro perché se anche per noi non ha alcun valore, sappiamo che è quello che cercano i nostri nuovi nemici e traditori. Ma la cassa più importante è quella che contiene tutta la nostra storia. Centinaia di khipu che raccontano tutto quanto è accaduto dai tempi del primo Inka Manco Kapaq. E i khipu con le leggi. E quelli con il resoconto delle conquiste e delle opere da noi realizzate, strade, fortezze, templi, osservatori delle stelle. E anche i khipu che spiegano come si sono spostate e sono cambiate nel tempo, e come si sposteranno.”
Pensai che forse si sarebbe scoperto il segreto che permise loro di trasportare gli enormi massi di granito per la costruzione delle fortezze, e di farli combaciare con estrema precisione, modificando la tessitura della roccia nelle superific di contatto. Lo chiesi a Yupanqui: «Forse. O forse non lo spremo mai, perché tutto fu costrito prima deli Incas.»

Il giovane amauta fece una pausa e Yupanqui, indicando il khipu, mi disse: «Ma avevano pensato che forse dopo la fuga e con il passare del tempo, di molto tempo, un tempo troppo lungo anche per noi, avremmo dimenticato come leggere i khipu. Per questo ne conservarono diversi come quello che ci hai consegnato, e come il khipu dizionario a altri che possediamo, sui quali i nostri khipukamayoq hanno potuto mantenere le nostre conoscenze.»
Fece un cenno al giovane assistente, che riprese la lettura.

“Le casse furono oportate dai cento guerrieri tra le cime più alte della puna dove si trovano molti laghi, grandi e piccoli. Noi qui diamo solo una indicazione, ma non possiamo registrare in quale lago esattamente di trovano. Se i nemici trovano questo khipu, non devono dìsapere con precisione dove si rtrova il tesoro. Solo il nuovo pachakuti lo rivelerà. Qui vi diciamo solo che il tesoro si trova nella regione dei Chungaraqochakuna.”
Il giovane si arrestò e guardò Yupanqui.

«Questo richiede una spiegazione.»
Certo, anche se intuivo il significato della parola: la regione dei laghi Chungara, e Chungara in lingua quechua significa dieci. Il Lago del Dieci, quindi.
«In questa regione ci sono diversi laghi, dieci appunto. Uno più grande e altri più piccoli, ma tutti molto profondi.»
«I paco avevano previsto che quello fosse un luogo sicuro perché il Chungara, come gli altri, è un lago molto profondo.»
«E quindi il tesoro non è più possibile recuperarlo, forse neppure con le tecniche più moderne. – dissi – Ma forse questo è un bene. Potrebbe finire nelle mani sbagliate.»
«Ma un giorno, con il prossimo pachakuti, il lago si svuoterà.»
«Si svuoterà? Come?»
«Un terremoto aprirà una faglia nella montagna e le acque del lago fluiranno a valle. Ma questo avverrà, come ti avevo detto, fra circa 40 anni, intorno al 2035. Allora i quechua saranno padroni del loro tesoro e forse potranno riconquistare la loro dignità. Non parlo di ricchezza. Ma della dignità di un popolo fiero della propria storia, delle proprie conoscenze, del proprio modo di vivere, che nei secoli ha perduto. Un popolo che dopo essere stato sfruttato dai conquistadores e poi delle multinazionali, dovrà ritrovare fiducia in se stesso. Tornare a vivere nel proprio territorio, e non ai margini delle grandi città.»
«Temo che questo sia più difficile che recuperare il tesoro – feci presente. – La gran parte della popolazione quechua non è più abituata a vivere come fate voi qui, o nella missione di Ruíz, a sopportare il caldo e il freddo, a lavorare con le braccia, ad accontentarsi di quanto la natura offre. Oggi tutti vogliono avere le comodità delle città, anche se poi in realtà queste comodità non le hanno.»
«Quello che dici è vero, ma ora noi abbiamo almeno due generazioni davanti e il nostro compito sarà quello, già da oggi, di preparare i bambini di oggi e quelli che verranno, a questa nuova vita. Che poi è la vera vita degi andini. Noi abbiamo fiducia. Dobbiamo avere fiducia se vogliamo vincere.»
Tornò a guardare il khipu, e mi indicò la parte centrale.
«Il khipu dice anche altro. Nella seconda parte racconta come il gruppo di Manco riuscì a stabilirsi in una zona isolata, dove restò per diversi anni. Fu qui che il khipu fu composto e poi nascosto e conservato in un ayllu, quello che te lo ha consegnato per portarlo qui.
«Il khipu dice anche che dopo che Manco si fu sposato ebbe due figli. Uno rimase nell’ayllu sulla puna, e tu hai conosciuto i suoi discendenti. Il figlio maggiore proseguì la sua fuga e diede origine alla nostra comunità. Io sono l’ultimo suo discendente.»
«Ora tu tornerai nel tuo mondo, ma prima ti affidiamo il compito di portare un nostro messaggio al ñaupaqenk che ti consegnò questo khipu. Lo ringrazierai da parte mia. E gli dirai di preparare le generazioni giovani al prossimo pachakuti.»
«Questo è per me un onore. Lo farò certamente. Ma, tornando in Europa, cosa potrò dire al mondo occidentale, di tutta questa avventura e di queste rivelazioni?»
«Potrai raccontare tutto, anche scrivere un romanzo se vorrai – mi disse ridendo. – Tanto sono certo che nessuno ti crederà.»

FINE

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NOTA
Questo è un romanzo di fantasia basato su esperienze personali dell’Autore e da documenti disponibili in libri e internet.
Tutti i personaggi sono di pura fantasia.

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2018-09-13T17:17:16+00:00marzo 24th, 2018|LIBRI, Varie|0 Comments

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