CAPITOLO 1

La spessa coltre di nebbia, come d’incanto, sfilacciandosi si dissolse. D’improviso la violenta luce del sole entrando dall’oblò mi riscosse dai miei pensieri. Tutt’attorno il profondo blu del cielo apparve come un’esplosione e all’interno dell’aereo, i numerosi turisti, quasi fossero stati risvegliati appena allora dal torpore, cominciarono a farsi sentire con esclamazioni e richiami tra le file. Alcuni si alzarono e cominciarono a passeggiare lungo il corridoio.
La garúa, quella densa foschia umida e appiccicaticcia, che durante i mesi invernali copre la città di Lima, era stata opprimente: a me era penetrata nella mente piú che nelle ossa, durante quei pochi giorni che avevano preceduto la mia partenza per le Ande. La ritenevo responsabile di quel vago senso di malessere, che stava inducendomi a considerare in modo negativo i non pochi rischi della spedizione.
Se non avessi lasciato Lima al piú presto, la depressione e l’incertezza avrebbero preso il sopravvento facendomi perdere tutto l’entusiasmo che mi aveva spinto, con tanta caparbietà, e un po’ d’incoscienza, verso quell’avventura, sfidando la razionale prudenza dei molti amici che mi davano del matto, o quanto meno dell’illuso. Rischiavo già di perdere la fiducia in me stesso, e il pensiero dell’inefficacia di tanti sforzi cominciava a rodermi, soprattutto nelle ore insonni che avevano preceduto l’imbarco.
Ma ora finalmente rivedevo il sole che illuminava i ripidi declivi delle sabbiose propaggini della Cordigliera che, come ammassi di ruggine, si stagliavano in basso, sullo sfondo. In lontananza, apparivano le prime cime bianche coperte di ghiacciai. Alla vista di quello spettacolo riaffiorarono pensieri piú positivi: per i prossimi giorni avrei goduto dell’aria fresca e secca dell’inverno andino, prima di affrontare l’umidità e gli imprevisti della montaña, la parte alta della Selva, sul versante orientale delle Ande. Fortunatamente, erano stati sufficienti pochi giorni di permanenza a Lima, per mettere a punto sul posto gli ultimi dettagli di un viaggio già a lungo studiato a tavolino e che tuttavia non sapevo per quanto tempo mi avrebbe tenuto lontano dalle comodità.
A Lima, l’amico Celso aveva già predisposto tutto, o quasi. Dopo l’arrivo a Juliaca, sul lago Titicaca, un suo incaricato mi avrebbe condotto da Olano, questo era il nome del suo uomo, che mi era stato assegnato come guida nel viaggio non facile verso le valli poco o per nulla conosciute tra i fiumi Inambari e Tambopata, che dalle alte cime della Cordigliera meridionale presso i confini con la Bolivia, scendono verso l’Amazzonia. Mi aveva raccomandato di dare piena fiducia a Olano, con il quale avrei percorso almeno la prima parte del viaggio, e che mi avrebbe fornito tutte le informazioni e le presentazioni necessarie per raggiungere lo sperduto insediamento che cercavo – se mai fosse esistito, come dicevano i pessimisti – in una località non precisata tra Perú e Bolivia.
La mia guida era un indio quechua che mi avrebbe fatto anche da interprete in quelle regioni, dove ben difficilmente mi sarei fatto comprendere con lo spagnolo; mi avevano assicurato che Olano, oltre al runa simi, o quechua come viene comunemente chiamata l’antica lingua degli inca, conosceva anche l’aymarà, lingua altrettanto utile in quella regione di frontiera. Comunque il vecchio Yupanqui – meta del mio viaggio e nascosto da qualche parte in quella regione pressoché inesplorata – parlava il quechua e, si diceva, conservava alcuni fondamentali segreti degli antichi inca. In piú, ed è questo che mi interessava particolarmente, sapeva leggere e interpretare i quipu, i famosi nodi peruviani.
Avevo saputo dell’esistenza di Yupanqui grazie all’amicizia che avevo stretto con alcuni indios quechua, una confidenza conquistata con pazienza e tante bevute notturne di birra Cuzqueña, di ‘Cuba libre’ e, soprattutto, di pisco, in occasione di precedenti viaggi nelle località piú sperdute delle Ande, nella valle dell’Urubamba, el valle sagrado, la valle sacra degli incas, ben oltre i ristretti limiti imposti ai turisti. Speravo solo che le informazioni raccolte fossero veritiere, almeno in buona percentuale, e non fossero piuttosto effetto del pisco saur e delle manciate di soles spesi per consolidare amicizie profondissime, ma della durata di una notte o poco piú.
C’era voluta molta perseveranza, parlando a lungo con una guida locale in occasione di un precedente viaggio nella regione di Vilcabamba, scendendo lungo la valle, ben oltre Machu Picchu. Mi ero recato fin là per respirare l’aria dell’ultima resistenza inca. E poi nei luoghi dove, a due secoli dalla conquista, il leggendario Túpac Amaru II, quel José Gabriel Condorcanqui che, discendente diretto, per parte del padre Miguel, dell’ultimo imperatore incontrastato Huayna Cápac, e pronipote dell’ultima coppia regale inca, guidò l’ultima grande rivolta indigena del 1780-81. Una rivolta che era scoppiata dopo un intero decennio di malcontento da parte degli indios a causa dei continui soprusi da parte degli spagnoli. Túpac Amaru riassumeva in sé tutte le rivolte che ormai si susseguivano da decenni contro le mita, i turni di lavori forzati gratuiti cui erano sottomessi gli indios a favore dei proprietari terrieri. E contro l’assurda pressione fiscale, che nulla lasciava alle famiglie indie. Condorcanqui, che riuscí a sollevare la grande massa degli indigeni, fu a un passo da una vittoria che avrebbe cambiato il corso della storia, ma la forza delle armi e del tradimento ebbero la meglio. Il ribelle, o l’eroe secondo i punti di vista, fu arrestato e giustiziato con estrema crudeltà, assieme alla moglie e ai figli, sulla piazza principale del Cusco. Una rivolta giusta, l’ultima da parte del popolo cui era stata strappata la terra, e definitivamente soffocata nel sangue dagli invasori.
Da questi uomini, orgogliosi del loro passato, avevo appreso quella tenacia con cui cercavo ora una risposta ai tanti dubbi e interrogativi che mi assillavano da tempo.  Yupanqui, se quanto si asseriva era vero, era molto piú che uno di questi uomini orgogliosi del proprio passato, anche se pochi volevano ammettere l’esistenza di questo anziano discendente della nobiltà inca e, forse, dello stesso ultimo imperatore Huayna Càpaq, di cui conservava i segreti tramandatigli di generazione in generazione, da secoli. E se anche fosse esistito e lo avessi trovato – mi dicevano i pessimisti – non sarei certo riuscito a farlo parlare, a fare raccontare quei segreti proprio a me, un bianco, un gringo. Confidavo, forse ingenuamente, nel fatto che Yupanqui, non avendo discendenti, come mi si diceva, doveva pur affidare a qualcuno tutte le sue conoscenze.
Non era un caso che si facesse chiamare Huayna Yupanqui, ‘giovane nobile’ nella lingua degli inca, appellativo che aveva ricevuto, e tale conservato nei decenni, perché non era sposato e non aveva figli. Un caso raro tra gli indios. A dir la verità era stato sposato con una giovane di discendenza regale, si diceva, ma questa era morta insieme al figlio che aveva dato alla luce. Da allora non aveva piú voluto un’altra donna e con lui si sarebbe spenta quella che pensavo fosse la linea diretta che discendeva da Huaskar.
Dopo le mie molte insistenze – e dopo aver finalmente trovato chi asseriva di sapere qualcosa di piú su quest’uomo al limite tra leggenda e realtà – Yupanqui mi era stato descritto come un vecchio saggio intelligente, un vero amauta, ma troppo schivo e taciturno dopo la perdita della sua giovane sposa, per sperare di carpirgli qualche segreto. Ma non per questo mi ero lasciato scoraggiare, anzi era stato uno stimolo in piú per andare diritto al mio scopo. Ero convinto che tutto quanto le cronache non dicevano, tutto quanto gli studiosi non erano riusciti a scoprire sulla civiltà degli incas e, soprattutto, sulla loro misteriosa scrittura fatta di nodi, i quipu secondo la nostra grafia, o meglio khipu, come si chiamano e scrivono nella loro lingua, si celava nei ricordi tramandati e gelosamente custoditi nella mente di questo anziano. Forse avrei persino potuto apprenderlo direttamente dalle sue parole.
Erano ormai troppi anni che mi ero messo in testa di scoprire la vera storia e la vera fine degli incas, ma anche di provare che i loro khipu fatti con cordicelle colorate, non erano semplicemente dei registri contabili, come asseriscono molti studiosi, ma un vero e proprio modo per scrivere, come i geroglifici o i caratteri cuneiformi. Un sogno che temevo non avrei mai realizzato, tanto sembrava irraggiungibile e vago.
Fior di studiosi avevano negato che tale sistema celasse una vera scrittura, anche se non alfabetica – nel senso che noi diamo all’alfabeto – e si limitavano a definire i khipu nient’altro che sofisticati sistemi di calcolo e mnemotecnici. C’erano mille ragioni per rinunciare al mio progetto e per questo ne ero stato piú volte dissuaso, soprattutto dai familiari. Prima di tutto perché è assai difficile, per chi non vive nel ristretto mondo accademico, disporre del materiale adeguato e dedicare tempo sufficiente alle ricerche. Ma, quand’anche queste fossero riuscite – con un po’ di fortuna – ad approdare a qualcosa di concreto, l’ostacolo maggiore sarebbe stato quello di ottenere credibilità. Quanti casi conoscevo di accademici che mettevano la propria presunzione davanti all’evidenza dei fatti! Ricordavo come erano riusciti a bollare di falsario un giovane contadino francese che aveva accidentalmente scoperto nel proprio campo alcuni cocci neolitici con iscrizioni in un possibile alfabeto sconosciuto, precedente di parecchio a quello fenicio. Ma il fatto che la ceramica fosse datata troppo indietro nel tempo, aveva fatto sostenere agli studiosi che non poteva trattarsi che di un falso. E intanto, quegli stessi studiosi credevano ciecamente in una ‘fibula praenestina’ quale documento primo della lingua latina scritta, fin quando, non senza difficoltà, ne fu provato il falso di origine settecentesca. E quando conobbi questo contadino francese, ormai piú che ottantenne, sperimentai direttamente quanto era rimasto radicato in lui il timore che in ogni visitatore del suo piccolo museo privato si celasse l’insidia di un saccente accademico pronto a distruggere con parole forbite, quello che, sessant’anni prima, non erano riusciti a distruggere a martellate, sbrigativi agenti di polizia.
Ma, forse, io non correvo questi rischi perché la spinta veniva esclusivamente da un mio desiderio quasi inspiegabile, di trovare una soluzione, indipendentemente dal riconoscimento ufficiale o meno delle mie eventuali scoperte. Ormai avevo deciso di lanciarmi in questa “pazza avventura” e ora nessuno mi avrebbe piú fermato.
Ma c’era un’altra ragione, molto piú sottile e per me fondamentale: all’inizio degli anni novanta del ventesimo secolo, erano stati scoperti documenti che rivelavano un aspetto finora inedito di queste misteriose cordicelle; testi cifrati che avevano aperto uno spiraglio verso la decifrazione delle parole che questo complesso sistema di nodi e colori celava. Alcuni studiosi cominciavano quindi a ricredersi sulle teorie finora accettate e riduttive, per cui da piú parti rispuntavano studi e ipotesi sulla loro possibile interpretazione. Si riesaminavano i testi dei primi cronisti spagnoli, e ci si soffermava su quelle frasi che in qualche modo accennavano a un contenuto per cosí dire letterario dei khipu. Non erano poche, del resto, le testimonianze spagnole dell’epoca della conquista, che parlavano di “khipu storici”, mediante i quali – affermava ad esempio Pedro Sarmiento de Gamboa nel 1572 – “annotavano ogni cosa come con le lettere” e gli stessi khipukamayuq, come si chiamavano questi scribi e storici, furono la fonte su cui lo stesso Sarmiento aveva basato la sua Historia Indica.
Ma ciò che piú attirava la mia attenzione, e forse anche quella degli studiosi, era la possibilità che esistessero dei khipu, i quali racchiudessero in sé la vera storia e la vera religione degli incas e, chissà, il nascondiglio del famoso tesoro di Huaskar, l’ultimo inka di Cusco ucciso dalla guerra civile contro il fratello Atahualpa. Nell’ultimo anno mi ero riletto le cronache, soprattutto dei primi commentatori spagnoli o di sangue misto, come Garcilaso de la Vega, figlio meticcio di una principessa inca, con i suoi Commentarios Reales, primo testo scritto dopo la conquista. Utili, ma nessuno di questi autori era completamente credibile, indottrinati com’erano dalle nuove regole e influenzati dal timore concreto di offendere gli attenti e temibili inquisitori. Mi ero comunque divertito a osservare le ingenue immagini della “Nueva Corónica y Buen Gobierno” di Guamán Poma, avevo cercato spunti nelle opere di Cieza de León e di padre Acosta, avevo letto le preghiere quechua trascritte nel Seicento dal nobile inca Pachacuti Yamqui. Una completa immersione nella civiltà cosí repentinamente e proditoriamente distrutta dai fratelli Pizarro e i conquistadores, non era dunque possibile restando lontano dai luoghi nei quali si era sviluppata e dal popolo che ne era stato l’interprete.
A metà degli anni novanta avevo vissuto un periodo intenso e faticoso, che mi era costato tempo e denaro, ma ero sostenuto da una forza interiore che mi era fino ad allora sconosciuta. Non ne conoscevo il motivo, ma percepivo che tutti i miei movimenti erano giusti. Pur senza lasciarmi influenzare dalle ondate mistiche dei fanatici della New Age, avvertivo quasi una spinta a non cedere e insistere nella ricerca. Era bastata questa persuasione per sentirmi rinascere, convinto com’ero nella fiducia di scoprire qualcosa che mi avrebbe ripagato di tanti sforzi. Ma, nel mio intimo, sapevo che se anche non avessi fatto scoperte importanti, avrei finalmente avuto l’occasione di toccare con mano, quasi a rivivere quella civiltà scomparsa. Le giornate trascorse nella valle di Vilcabamba, dove si erano rifugiati gli ultimi superstiti della famiglia reale inca, dei quali questi modesti e tranquilli pastori e contadini quechua erano forse i discendenti, avevano lasciato il segno. Questa era l’unica e ultima occasione. 

Pensavo a tutto questo, mentre l’aereo, il cui carico di turisti era sempre piú eccitato e vociante, dopo aver fatto un breve scalo ad Arequipa, si adagiava tra due versanti di montagne brulle dall’erba bruciata dal sole, in una valle che si allargava sempre piú, fino ad aprirsi in una vasta e desolata pianura assolata. Non vedevo città né strade sotto di me, solo terra arida cosparsa di gialli ciuffi d’erba e rare case. Quando la voce piuttosto gracchiante della hostess aveva annunciato la discesa su Juliaca, riuscii a vedere in lontananza il grande lago plumbeo dove, secondo la leggenda, era nata la civiltà inca e prima ancora, emergendo dalle acque del lago, l’intera umanità.
All’aeroporto avrei trovato ad aspettarmi José, il fidato corrispondente di Celso, che mi avrebbe condotto a Huancané, sul versante orientale del lago, dove era stato fissato l’albergo. Mi era stato suggerito di fermarmi qualche giorno, per abituarmi all’altitudine, prima di intraprendere il viaggio di almeno tre giorni verso la regione dell’alto Inambari, ma avevo deciso, per non perdere tempo prezioso, di ripartire la mattina seguente di buon’ora. Speravo solo che la mia guida fosse puntuale e affidabile come mi avevano garantito.
Un forte rollío dell’aereo in fase di atterraggio mi fece capire che tirava un forte vento e appena calato il sole sarebbe stata una freddissima serata invernale, in netto contrasto con la torrida estate lasciata in Europa e l’umidità della costa peruviana. Dopo le vallate ingiallite dal vento e la siccità, dominava ora il bianco abbagliante delle saline che circondano questa grande città, la piú industriale dell’altopiano.
Dopo essere sbarcato e aver atteso i bagagli che tardavano a presentarsi sul nastro, riuscii finalmente a dirigermi verso l’uscita, evitando i tanti e insistenti possessori di improbabili taxi improvvisati.
José era lì fuori ad attendermi, con un largo sorriso accogliente, accanto al pulmino dell’agenzia di viaggi, riconoscibile perché recava sul cofano il simbolo di una leggendaria divisione alpina italiana.
«Bienvenido, señor, en la capital de el contrabando y de cada tipo de falsificación» fu il suo modo per darmi il benvenuto.
Poi condusse me e alcuni clienti americani all’albergo di Huancané. Impaziente com’ero, gli dissi che avrei voluto parlare la sera stessa con Olano, per conoscerlo prima di partire e assicurarmi che tutto fosse pronto; ma la mia guida abitava in un villaggio a trenta chilometri e l’avremmo raggiunto solo la mattina dopo. José stesso, assicurandomi che Olano era già pronto per la partenza, disse che mi avrebbe accompagnato.
All’albergo bevvi il mate coca, la bevanda che si offre agli ospiti appena giunti per evitare i rischi del soroche, il mal di montagna tipico dell’altopiano, e poi, in attesa della cena, andai a fare un breve giro per la cittadina, seguendo le raccomandazioni di camminare adagio e fermarmi ogni tanto a riprender fiato. Per la verità era un giro di poca utilità pratica, a parte il piacere di camminare nell’aria fredda e secca dell’altopiano. Mi aggirai sulle rive dell’enorme lago, pensando alla leggenda secondo la quale l’inca Huaskar fece inabissare casse d’oro contenenti tesori e segreti del suo impero, per evitare che gli spagnoli se ne impadronissero, ma anche per evitare che cadessero in mano al fratellastro Atahuallpa che, forte dell’appoggio dei generali, si era autoproclamato Sapa Inka, l’unico inca, o unico signore. Huaskar sperava che presto il suo popolo sarebbe riuscito a ribellarsi forse con l’aiuto di quegli uomini, vestiti di ferro, armati di fulmini e tuoni, di cui aveva avuto notizia che fossero giunti su città galleggianti dal grande lago, a nord. Questi uomini appena giunti da chissà dove, erano potenti perché cavalcavano animali molto piú grandi, forti e veloci dei lama, unici quadrupedi che si conoscessero, e così sperava che lo aiutassero a vincere la guerra civile in atto ormai da cinque d’anni.
Come Moktezuma aveva accolto gli spagnoli quasi fossero dèi in ricordo della leggenda di Quetzalcoatl che aveva promesso il suo ritorno, anche Huaskar e Atahuallpa, avevano creduto che Pizarro e i suoi, fossero dèi, che ritornavano dal mare, come aveva promesso Huirakucha, il leggendario dio fatto uomo, che in questa parte delle Ande aveva portato civiltà e benessere in tempi remoti. E come gli aztechi, cosí gli incas si erano preparati ad accogliere, con tutti gli onori riservati a delle divinità, quegli esseri mezzi uomini e mezzi cavalli, dalle barbe lunghe e nere.
Purtroppo gli invasori giunsero in un momento infelice per gli incas, proprio mentre la guerra civile che infuriava tra i due fratelli, stava indebolendo irreversibilmente l’impero che, con le ultime conquiste di Huayna Càpaq accompagnato dal figlio Atahuallpa, aveva raggiunto la sua massima estensione dal centro dell’attuale Cile a sud fino all’Ecuador e alla Colombia.
Atahuallpa era nato a Quito, la capitale dell’estrema provincia a nord dell’impero. Il padre, Huayna Càpaq, si era infatti recato lassú per le ultime conquiste estendendo il suo già vasto territorio fino al fiume Ancasmayu, a nord di Quito, in età se non avanzata, certo matura. E là aveva sposato – ultima delle tante mogli – Capcha la figlia del re della regione appena conquistata. Atahuallpa era nato nel 1502, esattamente 30 anni prima dell’arrivo di Pizarro e risiedeva ora a Cajamarca, la città nella sierra andina nel Perù centro settentrionale, che il principe ribelle aveva eletto a quartiere generale, prima di scendere con le sue truppe a sud per conquistare il Cuzco, la mitica capitale del Tahuantinsuyo, l’impero che comprendeva ‘le quattro parti del mondo’, dove risiedeva il sapa inka, il fratello Huaskar, legittimo erede al trono.
Mentre passeggiavo nelle fredde ore che seguono il rapido imbrunire dopo il tramonto, ripensavo a questa fase drammatica della storia inca, che preludeva alla disfatta. Chissà come si sarebbe conlcusa la guerra tra fratelli, senza l’intervento degli spagnoli? E chissà come sarebbe stato accolto Pizarro se in quel momento sul trono ci fosse stato un re saggio e coraggioso come il loro bisnonno Inka Pachakutiq, il Riformatore, che quasi un secolo prima aveva salvato l’intera civiltà inca da un altro terribile nemico, la combattiva tribú dei cañari. Ora invece, Huaskar era già prigioniero del fratellastro nella sua stessa capitale Cuzco. Con lui erano sua madre, Quya Arahua Ocllo, prima moglie di Huayna Càpac Inka, sua moglie Chuqi Huaypa Llantu e i generali a lui fedeli, nobili inca, i cosiddetti orejones, così chiamati per i grandi dischi d’oro che adornavano i lobi delle orecchie.
Huaskar era l’erede legittimo al trono inca, scelto dal padre in alternativa al primogenito Ninan Quyuchi che, appena designato fu colpito, come il padre, dal vaiolo, primo effetto della presenza, ormai non piú lontana, degli invasori. La designazione ebbe il conforto dell’approvazione dell’oracolo Pachacámac, in occasione della cerimonia oracolare, ma non del kallpa la divinazione mediante le viscere dei lama sacrificati, leggendo le quali Huillaq Humu, il gran sacerdote, predisse un regno burrascoso. Ma troppo tardi per cambiare: quando i sacerdoti si precipitarono ad avvertire l’Inca dell’infausto presagio, Huayna era sul letto di morte e non fece a tempo a cambiare scelta. Ormai nessuno piú poteva mutare la decisione del Sapa Inka.
Rientrai in albergo per una cena leggera, che s’imponeva per l’altitudine e, prima di ritirarmi in camera, lessi alcune pagine da un libro che trovai negli scaffali della sala. Era il resoconto di un viaggio del secolo scorso di George Squier, un classico delle prime esplorazioni e ricerche sul Perú incaico. Certo, la lettura di quel libro non era confortante, viste le descrizioni ricche di problemi e tranelli che l’autore trovava sulla sua strada; un titolo poco invitante, quel “Incidents of travel”, per noi di lingua latina per quanto il significato di quel incidents sia avvenimenti, episodi e non propriamente incidenti. Tuttavia, quelle pagine avevano un che di genuino e di invitante anche per chi stava per affrontare un lungo viaggio pieno di imprevisti in una zona poco frequentata e niente affatto turistica.

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