CAPITOLO 5

Dopo una siesta rigeneratrice, nel pomeriggio, mi recai nella biblioteca, della quale padre Ruíz mi aveva indicato il nascondiglio, assai bene occultato, dove avrei potuto trovare la chiave. Prima di prendere un raccoglitore a caso o di consultare l’indice, mi guardai attorno con calma per prendere confidenza con un ambiente che, a prima vista, mi si presentava piuttosto estraneo rispetto a ciò che normalmente intendiamo per biblioteca. Notai che scaffali, mobili e raccoglitori non erano ricoperti di polvere, segno di una notevole cura. Ne dedussi l’importanza per la missione. Osservai anche, che le chiavi di due armadi erano appese a un chiodo fissato al muro, ma mancava quella dell’armadio in fondo, sul lato opposto all’ingresso. Era proprio l’armadio riguardo al quale, la sera prima, padre Ruíz mi era parso evasivo e naturalmente questo non fece che accrescere la mia curiosità.

Finalmente decisi di consultare l’indice, anche perché non avevo ancora chiaro in mente cosa cercare, ed era inutile dare un’occhiata tra gli scaffali come in una normale biblioteca, in quanto vi erano solo raccoglitori contrassegnati da un codice alfanumerico, senza alcuna indicazione sul dorso che indicasse il loro contenuto.
L’indice era diviso per argomenti e tenuto con buon ordine, manoscritto, ovviamente, come la maggior parte dei testi che ebbi occasione di compulsare per un primo giro d’orizzonte.
Era una scrittura molto accurata e chiara, quasi fosse stata stilata con la pazienza dei monaci amanuensi medievali. Inchiostro rosso per i temi principali, nero per i titoli. Notai però, scorrendo varie pagine, che la scrittura, per quanto apparentemente sempre la stessa, denunciava differenze nel ductus, evidenziando un lavoro eseguito da piú persone, tuttavia con lo stesso tipo di calligrafia: una scrittura ordinata, d’altri tempi, di una stessa scuola.
Stavo scorrendone gli argomenti piuttosto distrattamente perché continuavo a pensare a quel paziente lavoro di anni, tramandato per generazioni, quando fui colpito da un titolo piuttosto interessante: “Analogie”, che si trovava nell’ambito del tema, scritto in rosso, “Riti e religione”. Il titolo rimandava a un raccoglitore contraddistinto dalla lettera R e dal numero 03. Non avevo chiesto in che modo fossero archiviati i manoscritti e pensai di seguirne l’ordine alfabetico sugli scaffali.
Questi cominciavano, infatti, dalla A e proseguivano, verso sinistra, anziché verso destra, con la B e le altre lettere. Percorsi tutto il primo scaffale fino alla lettera G; quindi quello di fronte che partiva dalla H e proseguiva fino alla Q.
Non c’erano altri scaffali. Aprii un armadio e vi trovai libri archiviati con un altro sistema di archiviazione, quello classico, con le iniziali del nome dell’autore e del titolo dell’opera. Erano i libri di religione di cui mi aveva parlato Ruíz. Aprii il secondo armadio che, come il primo, ospitava altri libri con la stessa classificazione, ma senza alcun raccoglitore.

Certamente quello che cercavo si trovava nell’armadio chiuso di cui non possedevo la chiave. Istintivamente associai questo fatto alle parole di padre Ruíz e cominciai a immaginare perché fosse stato cosí evasivo. Il primo impulso fu di uscire e andare a cercarlo per chiedergli maggiori spiegazioni. Ma ragionando con calma ritenni piú utile evitare discussioni: avrei trovato certamente il momento opportuno, mentre con una domanda diretta avrei rischiato di non ottenere la risposta che mi interessava. I gesuiti sono noti per rispondere a una domanda con un’altra domanda, e se gli chiedi il motivo di questa abitudine ti rispondono con un disarmante “perché no?”. Tornai al tavolo e mi sedetti a ragionare.
Padre Ruíz mi aveva parlato la sera prima, senza però approfondire, di testi raccolti sulle cronache locali, mentre, riguardo appunto quell’armadio, aveva accennato a tradizioni e riti andini, cui peraltro erano dedicati altri raccoglitori. Aveva lasciato la frase in sospeso e questo mi aveva incuriosito. Perché tenere chiuso proprio l’armadio che conteneva i documenti piú interessanti?
Quella mattina aveva accennato al fatto che qui non seguivano molto la liturgia ufficiale della Chiesa di Roma. Dovevo associare i due fatti o era troppo azzardato? Il mio dubbio era che qui si praticasse una religione locale, almeno nella sua forma esteriore, quasi una via di mezzo tra la cristiana e quella antica degli incas. Ma forse ero troppo fantasioso.    Del resto non me ne sarei meravigliato più di tanto: era noto che in Perú e in Bolivia i riti della religione cattolica si mischiano con quelli della tradizione quechua e aymara. Ma perché allora nascondere un’evidenza nota a tutti e tollerata dalla stessa Chiesa?  Che fosse arrivata qualche minaccia da parte dell’autorità centrale?

Pensavo e intanto scorrevo i fogli dell’indice. A un certo punto lo sguardo fu attratto da un altro titolo interessante: “Sumaq Ñusta: universalità di un rito”. Sobbalzai: conoscevo la canzoncina Sumaq Ñusta, la ‘bella eletta’, una specie di invocazione per la pioggia, quella stessa che era servita agli studiosi italiani per decifrare, secondo la loro ipotesi, il cosiddetto quipu reale di Acatanga: un punto di partenza per ipotizzare che quelle cordicelle variopinte non erano solo un sistema di contabilità, ma una vera e propria scrittura sillabica assai complessa. Una delle ragioni del mio viaggio. La lettera di riferimento questa volta era accessibile: N.  Tornai immediatamente allo scaffale e guardai i vari raccoglitori: feci scorrere le lettere, J K L M. Ecco la N. Cercai il numero: N05. Presi il raccoglitore con un gesto di riverenza, quasi portassi un tabernacolo. Andai al tavolo e lo aprii.
Dopo una breve introduzione, uno dei primi fogli riportava trascritta con caratteri eleganti l’intera filastrocca, com’era riportata nel secondo libro dei Commentari Reali di Inca Garcilaso de la Vega: Sumaq Nusta, torallay quin… Non c’era la traduzione, ma mi era talmente nota che non ne avevo alcun bisogno. La Bella Principessa, o Infanta come la chiamano gli spagnoli, era lì in tutta la sua misteriosa bellezza. La cosa mi attirava perché in nessuno dei vari testi che avevo letto, avevo trovato una spiegazione definitiva e soddisfacente sul significato vero di quelle parole, di quei versi dal ritmo ossessivo, ritenuti esoterici. Forse in questo raccoglitore ne avrei trovato il significato.
Lessi: la spiegazione rispecchiava per il momento ciò che mi era già noto. Cominciai a sentirmi deluso, ma c’erano ancora molte pagine da leggere.
Dopo aver chiarito che l’invocazione riguardava Wirakocha, il testo cominciò ad analizzare la figura di Sumaq Nusta, la principessa o eletta. Doveva essere simbolicamente, una di quelle ragazze di nobile lignaggio, che erano allevate nelle Acllahuasicuna, le case delle vergini del sole, per le cerimonie solari. Alcune di esse potevano andare in sposa ad alti funzionari o agli orejones, i nobili vicini all’Inca, o persino diventare concubine del re. Ma, aggiungeva il testo, il caso di Sumaq Ñusta, non indicava una vergine particolare, la figlia di un re come afferma Garcilaso, bensí il simbolo stesso: la fanciulla che, nella sua purezza, faceva da tramite tra l’Inca invocatore e il dio invocato. In questo modo la figura della prediletta, assumeva un carattere assolutamente simbolico, rituale e altamente spirituale.
Un simbolo dunque, pensai, non una figura determinata. Non potei fare a meno di pensare al significato dato alla Vergine Maria dal cristianesimo.
Piú sotto si trovava una spiegazione del significato di torallay quin, il tuo fratello gemello, che aveva tanto fatto discutere gli studiosi. Chi poteva essere questo fratello e perché assumeva tanta importanza? Garcilaso ci parla semplicemente di un fratello della fanciulla che di tanto in tanto rompe l’orcio pieno d’acqua, scatenando fulmini e tuoni. Una spiegazione, diceva il manoscritto, insoddisfacente: una semplificazione non esoterica per rendere leggibile il testo come una favoletta. Ma, secondo il testo, anche questo era un simbolo: era appunto il legame familiare, cosí importante e basilare nella civiltà inca.

Ripensai all’esperienza presso l’ayllu del ñaupaqenk a dimostrazione dello stretto legame che lega la famiglia quechua. Da legame a nodo, e cioè il quipu, il passo è breve. Il nodo per gli incas era il massimo del simbolismo trascendentale. Era il legame familiare, ma anche il legame tra la Pachamama e Inti, tra terra e sole, tra l’uomo e Dio. Un fatto questo non raro nelle civiltà antiche. E il venir meno di questo legame è segno premonitore di una catastrofe.

Ricordai come il nodo fosse fondamentale in molte religioni, da quella ebraica all’Islam, fino alle tradizioni sciamaniche dell’Asia settentrionale.  Secondo il simbolismo esoterico sciamanico, infatti, il nodo “afferra le idee” le fissa e trattiene nella memoria. Che questo fosse soltanto un sistema mnemonico, come affermano molti studiosi, mi pareva un punto di vista, forse realistico, ma semplicistico.    Il nodo ha sempre avuto significati superiori. Per gli egizi, simboleggia la vita stessa. Nei geroglifici, il gruppo consonantico snb, che ha il significato di buona salute, veniva rappresentato dal simbolo § , un serpente annodato posto sul bastone della salute, quello che ci ricorda il bastone di Esculapio, ancora oggi simbolo della medicina.  Per i cinesi, il nodo è il simbolo che congiunge gerarchicamente lo Yin allo Yang, il cielo con la terra, il sopra con il sotto, il positivo con il negativo.  Nella religione ebraica, dal Thalet, lo scialle della preghiera, pendono cordicelle annodate, i cui nodi hanno un valore simbolico, il tsitsaus. In fondo, il nostro rosario non è che una sua applicazione alla religione cristiana.   Anche l’Islam ha nei nodi il suo simbolismo, come recita la penultima sura del Corano, che parla di sortilegi resi possibili, appunto, da particolari nodi praticati da streghe.

Certo, il simbolismo esoterico di Sumaq Ñusta, poco o nulla aveva a che fare con il significato del nodo come scrittura, meglio indicato in altre tradizioni inca, ma aveva la sua importanza nell’indicare l’analogia con la cultura cinese, di legame tra cielo e terra. Del resto la religione quechua era tutto un continuo scambio e contatto tra cielo e terra, tra sole e re, tra il Dio fattore e creatore, Illa Tiksi Pachacamac, e il Dio fatto uomo, Huirakucha, o Wirakocha come diciamo noi.

Mi ero lasciato trasportare dai miei pensieri e non mi ero accorto che nel frattempo era entrato padre Ruíz che ora, accanto a me, osservava i fogli aperti sul tavolo.
«Vedo che sei interessato a Sumaq Ñusta» disse a bassa voce.
«Ah, padre Ruíz, non mi ero accorto, che eri entrato. Sì, mi è particolarmente cara per il suono dolce del suo ritmo, ma anche per il significato, che ancora non mi è del tutto chiaro.»
«Per forza! – esclamò – non lo è a nessuno.»
«Certo non è la semplice favoletta che ci ha tramandato Garcilaso» azzardai.
«Forse no. Forse è qualcosa di ben piú complesso. Comunque riassume molto delle credenze più profondamente radicate nel popolo quechua.»
Poi, senza interrompersi, prese a recitare quella filastrocca: Sumaq Ñusta, torallay quin, puinuy quita, paquir cayán, hina mantara, qunu nunùm, yllapantaq kanri Ñusta, unuy quita, para munqui, may nimpiri, chizi munqui, riti munqu; Pacha Rurac, Pachakamaq Huirakucha, kayhinapaq, chura sunqui, kama sunqui. *

Ruíz parlava con voce bassa, un po’ roca, con quella sua pronuncia tra lo spagnolo e il quechua, un misto di gutturale e palatale, che rende la sua lingua cosí armoniosa. Ne restai affascinato.
Lo guardai negli occhi e notai un dolce sorriso che non gli avevo ancora visto.
«Vedo che il canto affascina anche te.»
«Tu dici che non ti è chiaro il significato. Ma hai mai provato a comprendere il vero e completo significato del Pater Noster dei cristiani?» mi chiese.
«Anche quello non è immediato e alcuni versi sono ancora oggetto di discussione.»
«Sí, capisco. Ti riferisci al “non ci indurre in tentazione”, vero?»
«A quello, e non solo. Perché secondo te un Dio, che è buono, che è la bontà e la misericordia, dovrebbe indurre l’uomo in tentazione?»
«È soprattutto una questione filologica: quando diciamo “ma liberaci dal male”, scriviamo il male o il Male? Se usiamo la maiuscola allora intendiamo il Maligno, vale a dire gli angeli ribelli cacciati.»
«Secondo questa tua interpretazione, sarebbe dunque il demonio a indurci in tentazione e non Dio.»
«E non potrebbe questa essere una ipotesi?»
«Questione di interpretazione. Eppure… la lotta tra il Bene e il Male, fa parte della cultura cristiana.»
Ci fu una breve pausa, ognuno immerso nei propri pensieri.
«Forse – aggiunsi – era giusta l’interpretazione dei Càtari, che vedevano un Dio sdoppiato: un dio buono che però era in lotta con il Maligno.»
«Quella dei Càtari fu un’interpretazione tardiva. Non mi risulta che Gesú avesse manifestato questo genere di sdoppiamento o di debolezza.»
«Ma anche lui fu tentato.»
«Nel deserto Gesú si rese conto che fu proprio il suo Dio, il suo Padre, a tentarlo. Lui poté resistere, ma sapeva che l’uomo comune è debole e non è in grado di resistere alla tentazione.»
«Allora secondo te è questa l’interpretazione da dare alle parole di Gesú, quando raccomandò nella sua preghiera al Padre, che non inducesse in tentazione l’uomo comune, perché è debole?»
«Forse. Anche il Pater Noster, come il Sumaq Nusta, raccomanda un intervento di Dio sulle cose terrene. Là si invoca il pane, qua la pioggia; là, la remissione dei debiti, che sono innanzi tutto un pensiero terrestre, qua il controllo delle forze della natura, indispensabili per la sopravvivenza.»
«Analogie – dissi, ricordando il titolo del raccoglitore nascosto – analogie importanti, tra le due religioni. Come le spieghi?»
«La religione è un fatto insito nella natura dell’uomo.»
Fece una lunga pausa, per cui mi sentii costretto a insistere.
«Questo non spiega le analogie. Altri popoli hanno religioni, ma senza analogie con quella ebraica e cristiana. Gli stessi Aztechi…»
«La religione inca è molto più evoluta. Molto più spirituale.»
«E molto simile alla cristiana, per quanto ne so» aggiunsi.
«È essenzialmente una religione monoteista, se vogliamo» ammise padre Ruíz.
«Però – insistetti – quando i missionari spagnoli arrivarono in Perú, non esitarono a fare tutto il possibile per distruggere la religione incaica. Distrussero le huacas, perché in quegli oggetti sacri vedevano l’idolatria, come se le chiese cristiane e le statue dei santi non ne fossero piene. Hanno distrutto i vostri templi per sostituirli con chiese ricche di oggetti che, guardati con il distacco di chi possiede una certa spiritualità, potrebbero rappresentare altrettanti idoli.»
«In questo modo però – acconsentì padre Ruíz – riuscirono ad avvicinare il popolo al loro credo; il quechua, il contadino delle Ande, poteva cosí abbracciare la nuova religione restando fedele alla sua originale.»
«A prezzo di perdere la propria identità.»
«L’identità del popolo quechua fu distrutta soprattutto dall’avidità per l’oro da parte dei Conquistadores.»
Mi resi conto che stavo forse forzando troppo la pazienza di padre Ruíz; in fondo era un prete e, per quanto quechua, non poteva tradire la propria fede cristiana e i propri ordini. Mi sentii vagamente in imbarazzo, perciò cercai di rimediare.
«Mi spiace, non volevo con questo offendere la tua fede, che rispetto. Mi rendo anche conto che oggi la Chiesa è molto piú tollerante di allora. Oggi non è certo l’inquisizione che costringe gli uomini ad abbracciare un credo.
«Non ti preoccupare. Condivido le tue idee e il tuo rammarico per quanto fece l’ignoranza di quei secoli. Le stesse cose accaddero in Europa.»
«Fortunatamente non tutti i religiosi che vennero in Perú furono cosí ottusi. Vi furono gesuiti illuminati. Padre Blas Valera…»
«Cosa conosci di Blas Valera?» mi chiese con slancio Ruíz.
«Il cronista fantasma, come fu chiamato. A parte quel poco che raccontano le cronache e lo stesso Garcilaso a proposito, ad esempio, del Sumaq Nusta di queste pagine, recentemente si è scoperto un documento attribuito a Blas Valera, che mi pare fondamentale per rivedere la fine degli inca.
«Un documento di Blas Valera? Quando?» Padre Ruíz mi parve sorpreso.
«Una lettera cifrata che, pare, Blas Valera avesse scritto quando già lo si credeva morto in Spagna, mentre invece era in Perú.»
Padre Ruíz si agitò e fu questa volta visibilmente sorpreso.
«Padre Blas Valera morí in Spagna.»
«Sí, ma non nel 1597 o 98, bensí nel 1619. È vero che nel 1598 scomparve dalla Spagna, ma per tornare in Perú dove probabilmente si dedicò a scrivere, o quantomeno a preparare la basi dell’opera che fu poi attribuita a Guaman Poma de Ayala.»
«Come puoi sapere queste cose?»
«Ti dicevo che recentemente è stato scoperto un documento che narra la sua storia, scritta da un altro gesuita.»
«Dove?»
«In Italia. A Napoli ed è stato un puro caso. Quel documento giunse a Napoli dal Cile dove era finito nelle mani di un vecchio indio che a sua volta lo consegnò in punto di morte a un gesuita, Pedro de Illanes, il quale nel 1744 conosce a Napoli un personaggio molto particolare e discusso, il principe Raimondo de Sangro. Lí, gli affida i fogli che dovrebbero contenere una confessione dell’eccidio degli incas per tradimento a Cajamarca, e un quipu.»
«Quello che mi dici, se è la verità, ha per me un valore enorme. Dobbiamo riparlarne con calma. Domani devo prepararmi per il viaggio: tra due giorni avremo molto tempo per parlare.»
«Vorrei anche approfondire le mie conoscenze su Sumaq Nusta. Trovo queste pagine molto interessanti.»
«Allora domani potrai andare avanti a leggere queste pagine. Parleremo anche di questo. Penso che ti fermerai a lungo con noi» aggiunse, e mi aiutò a ricollocare i raccoglitori negli scaffali. Prese un piumino e spolverò le scaffalature, e proseguí:  «Tu sei la persona con cui posso parlare: qui noi continuiamo la tradizione di gesuiti come Blas Valera, Anello Oliva, Gonçalo Ruíz.»
Ruíz, già; ma allora, pensai, quel nome Ruíz, non certo quechua, era il nome che aveva assunto come religioso. Eccone forse la motivazione. Ma non dissi nulla.

* Bella principessa, il tuo fratello rompe ora il piccolo vaso, così tuona lampeggia e fulmina. Ma tu, principessa, la tua bella acqua ci mandi in pioggia e a volte mandi in grandine, mandi in neve; il Costruttore del Mondo, il Dio che lo anima, Viracocha per questo compito ti ha eletta e ti ha creato.

Nell’immagine Quipu dal Museo Larco di Lima. Foto  Claus Ableiter