CAPITOLO 8

«Perderemo molto tempo alla dogana? Come sono qui i rapporti?» chiesi quando la casetta con le bandiere dei due paesi apparve in fondo alla pista.
«Non ti preoccupare, mi conoscono e non avremo alcun problema. Tu hai il visto, vero?»
«Certo; per fortuna mi hanno avvertito in tempo per farmelo rilasciare prima della partenza.»
Pur conoscendo qualcosa di quanto mi raccontava Ruíz, lo ascoltavo volentieri. Però avevo anche una gran voglia di riprendere a parlare dei tanti dubbi che mi erano sorti il giorno prima in biblioteca.
«Ruíz – cominciai. – Ora che la strada è più facilmente percorribile, vorrei farti alcune domande.»
«Se aspetti che siamo su una strada facile, non parlerai per tutto il viaggio. – rise – Dimmi, cosa ti preoccupa?»
«Ho letto in biblioteca alcuni passi che hanno sollecitato la mia curiosità. Volevo parlarne con te.»
«Ancora su Sumac Nusta?»
«Ho letto alcune pagine sui quipu. Però la parte forse più interessante era scritta in runa simi.»
«Ragione di più per studiare la lingua» rispose, sempre con la sua giovialità, padre Ruíz.
«D’accordo, ma non posso stare qui degli anni. Tu sai interpretare i quipu?»
«Se ne fossi capace, non avresti bisogno di incontrare Yupanqui.»
«Sei certo che lui li sappia leggere?»
«No. Nessuno ne è certo. Lo spero soltanto.»
Restò un momento pensieroso, poi aggiunse: «Lo spero proprio, e spero anche che tu riesca a convincerlo e a leggerti il quipu che porti con te.»
«Hai idea di cosa contenga quel quipu?»
«Posso averne un’idea. Ma se pur immagino di cosa parli, non so assolutamente cosa racconti.»
«Vuoi dire che ne conosci l’argomento, ma non il contenuto?»
«Diciamo pure così.»
«E come sai di cosa tratta?»
«Il quipu fu tenuto nascosto dai nostri gesuiti, dopo che fu affidato loro da un amauta. Se lo nascosero sapevano per certo che conteneva informazioni preziose per il popolo inca. Forse qualcuno di loro lo sapeva anche leggere, ma di questo non abbiamo notizia.»
«Sei certo che in tutta la biblioteca non vi siano documenti in proposito?»
«Conosco la biblioteca.»
Questa risposta, se così possiamo chiamarla, mi lasciò dubbioso. Che Ruíz sapesse, o immaginasse qualcosa che esitava a dire? Mi venne subito in mente l’armadio chiuso e di cui mancava la chiave.
Dovevo indagare. Ma l’approssimarsi della dogana, riconoscibile ora ma soltanto per la presenza delle due bandiere, quella rosso-bianco-rossa accanto a quella rosso-giallo-verde
della Bolivia, non mi permise di proseguire subito il discorso.
I militari di servizio conoscevano padre Ruíz e lo salutarono con entusiasmo parlando la loro lingua.

 Ci fermammo e scendemmo entrambi dall’auto. Ci vennero incontro un militare non più giovane dal volto cotto dal sole e una divisa sufficientemente logora per dimostrare che aveva prestato un lungo servizio lontano dalla capitale, e uno più giovane, ma che non aveva l’aria fiera dei militari che si sentono sicuri e potenti nella loro uniforme. Ruíz e il militare anziano si abbracciarono, poi fui presentato, in spagnolo questa volta, e mi resi conto che il mio nome era già noto. Mi strinsero la mano augurandomi buona permanenza e buona fortuna. Non mi aspettavo un’accoglienza così calorosa. Mi era sempre stato riferito che polizia e militari da queste parti non sono proprio dei campioni di relazioni pubbliche.
Sostammo il tempo necessario per bere un caffè insieme ai doganieri, a nostre spese naturalmente, e riprendemmo il viaggio su una strada altrettanto disagevole di quella in territorio peruviano. Era quasi mezzogiorno e cominciavo ad avere appetito.»
«Dovremmo fermarci a mettere qualcosa sotto i denti.»
«Cerca di resistere un’altra mezz’ora. Presto saremo da amici e potremo mangiare un po’ di mais. A meno che tu non voglia scendere a quel McDonald laggiù – disse ridendo e indicando il vasto nulla dell’altopiano. – Devo certamente fermarmi a salutarli e si offenderebbero se non dividessimo il loro magro pasto.»
«Temo che non mi sarà sufficiente.»
«Voi gringos vi nutrite più del necessario – scherzò. Poi sempre ridendo: Nel sacco lì dietro c’è qualche focaccia di mais. Se non resisti puoi mangiarne una. Anzi, prendine due, ho fame anch’io. Mi stai trascinando su una cattiva strada, gringo!»
Dopo aver preso due focacce dal sacchetto delle provviste, ne passai una al mio compagno di viaggio e addentai l’altra: aveva poco sapore, ma serviva a riempire lo stomaco.
«Ruíz – mi feci coraggio, visto il suo buon umore – nella biblioteca c’è un armadio del quale non ho travato la chiave. Dovrebbe contenere raccoglitori di cui si accenna nell’indice. Ne ho cercato uno, ma quelli sugli scaffali arrivano alla lettera Q. Io cercavo la R.»
«Non ti sarà molto utile, almeno per ora. Sono scritti in quechua.»
«Potresti aiutarmi a tradurli.»
«Perché vuoi partire dal fondo? Hai ancora molto da leggere negli altri raccoglitori.»
«C’è un argomento che ritengo interessante. Si intitola analogie. Credo tratti di coincidenze tra la religione cristiana e quella inca.»
«Ne hai trovate già leggendo le interpretazioni del Sumac Ñusta. Non ti pare?»
«Certo. E credo appunto che quell’altro raccoglitore possa aiutarmi ad approfondire l’argomento.»
«Come puoi ritenere di essere già pronto ad affrontare argomenti difficili e delicati? Non pensi che dovresti prepararti meglio?»
«Non temere, non perderò certo la mia fede leggendo quei raccoglitori. Vorrei conoscere di più la religione degli inca, ma su documenti che non siano stati influenzati dai missionari.»
«Non siamo in Grecia, né in Egitto; qui non c’era una scrittura…»
«Ma i quipu…»
«Certo anch’io sono convinto che i quipu potessero raccontare, ma se anche si trovassero, descriverebbero solo fatti di cronaca e soprattutto amministrativi.»
«Ne sei certo?»
«Perché non dovrei? La mentalità inca non era così speculativa. Voglio dire, aveva una sua religione e una sua filosofia, ma non erano interessati a tramandare per iscritto le loro teorie.
Il popolo doveva semplicemente seguire passivamente le cerimonie.»
«Del resto questo non si discosta dal cristianesimo della Controriforma. Però sono convinto che i gesuiti più illuminati, come Blas Valera e gli altri, avessero analizzato le analogie tra le due religioni. Non è così? »
«Dai tempo al tempo. Dopo il tuo incontro con Yupanqui tornerai alla missione. Ecco là in fondo la casa dei nostri amici – tagliò corto Ruíz, approfittando del fatto che ormai la destinazione della nostra tappa fosse in vista. – Coraggio, tra poco potrai apprezzare l’alta cucina dei campesiños boliviani.»
Compresi che l’argomento Analogie era ancora un tabù per me. Mi rassegnai, ma non definitivamente. Un semplice armistizio, non certo una resa.
La famiglia boliviana non rappresentava proprio un ayllu, almeno nel senso di quello che avevamo incontrato con Olano la prima sera del nostro viaggio. Anzi, questo era forse il suo contrario: il disordine, la confusione provocata dai bambini vocianti, l’invadenza delle donne, che sembravano dominare sugli uomini, almeno nell’apparenza della vita familiare, facevano somigliare quella piccola comunità piuttosto a quelle numerose famiglie del nostro meridione nell’immediato dopoguerra.
Il nostro arrivo fu anticipato dal rombo del motore e dalla nube di polvere bianca sollevata dietro di noi. Fu il segnale, che diede il via a uno stuolo di mocciosi dai tre ai dieci anni, che si precipitarono lungo il viottolo che conduceva alla casa di adobe. Dopo averci raggiunto, alcuni balzarono sul cofano, un paio riuscì ad aggrapparsi al tetto, altri alle portiere.
Padre Ruíz rideva urlando parole in quechua, o forse in aymarà. Fermò l’auto nel cortile, badando a non investire un paio di galline e un cane piuttosto pigro, che fu l’unico membro della numerosa famiglia a non scomporsi per il nostro arrivo.
Quando entrai in una di quelle casupole, che dall’aspetto e la grandezza, sembrava la piú importante del villaggio, notai l’assoluta mancanza di mobili, così come li intendiamo noi; un’estrema povertà, ma anche una grande pulizia. In un angolo c’erano dei semplici fornelli a legna e le suppellettili erano appese alla parete. Una tenda divideva questa parte che poteva essere la cucina, da un’altra che evidentemente serviva da stanza da letto e per tutto il resto. Alcune stuoie erano arrotolate lungo una parete, mentre su un ripiano di legno osservai uno strano oggetto. Era una scultura in pietra grande quanto un pallone, piuttosto rozza e colorata, a forma di lama, con un incavo sulla schiena.
Mi soffermai a guardarla e Ruíz notando il mio interesse mi spiegò che si trattava di una qonopa, che in realtà qui chiamano illa. È un amuleto, ullti o in quechua un wasiqamayoq, che letteralmente significa che fa o che mantiene la casa, e in effetti serve a proteggere la casa e la famiglia; l’incavo chiamato qocha, che come già sapevo significa mare o lago, conteneva tre foglie di coca, il k’intu, mi spiegò Ruíz, ma durante le cerimonia vi si versa della chicha.
Intanto, le donne avevano preparato una tavola davanti all’ingresso della casa con alcuni piatti grandi al centro con le varie portate: padre Ruíz aveva forse esagerato dicendo che avremmo mangiato solo mais, ma neanche tanto. I piatti erano differenti, ma la varietà si limitava a diversi tipi di mais e a qualche legume. Fagioli neri, alcune specie di fave, ma soprattutto mais in numerose varianti che non avevo mai visto: giallo dorato, bruno, grigiastro, bianco. Il sapore non si differenziava comunque tra un tipo e l’altro, almeno per il mio palato non sensibile a certi gusti. Del resto il tutto era semplicemente bollito o arrostito.
Durante il pasto parlarono continuamente, al contrario di quanto era avvenuto la sera della cena nell’ayllu del ñaupaqenk. Era un vocìo insistente, un interrompersi continuo l’uno con
l’altro. Talvolta tacevano per ascoltare padre Ruíz con attenzione, ma la concentrazione non durava più di qualche minuto. Io non potevo seguire i discorsi, perché parlavano solo in
quella loro lingua scoppiettante. Era un parlare pieno di consonanti spesso gutturali e sibilanti, che nel complesso poteva anche risultare piacevole all’ascolto, ma che mi fece capire, che non avrei potuto imparare quella lingua, nel breve tempo di permanenza e, soprattutto, alla mia età. Ne rimasi deluso, e quando, dopo la partenza, ne parlai a Ruíz, il gesuita, scoppiò a ridere fragorosamente.
«Non ti preoccupare, amigo. Non era runa simi. Parlavamo aymarà.»
Non so se in quel modo mi volesse tranquillizzare, o piuttosto prendermi in giro. Non credo che avrei comunque trovato più accessibile accostarmi al quechua vivo e parlato con una tale
velocità e con altrettanti scoppiettii.
Ci congedammo appena dopo il pranzo, che costituì un ottimo contributo alla pulizia dei miei visceri con relativo calo del contenuto di colesterolo nel sangue, e proseguimmo il viaggio affrontando un’altra salita. La strada percorreva il versante della valle a mezza costa per risalire verso un altro crinale, meno scosceso del precedente.
Padre Ruíz sembrava di buon umore. Ne approfittai per riprendere il discorso sospeso prima alla dogana e poi all’approssimarsi della casa dei contadini.
«Eppure – cominciai, come riprendendo un discorso appena interrotto – nei raccoglitori si descrive il funzionamento dei quipu.»
«Si dice come funzionano, ma non si insegna né a leggerli, né a comporli.»
«Non c’è un elenco di parole chiave?»
«Non è l’elenco delle parole chiave che risolve il problema della composizione di un quipu.
Come certamente saprai, ogni quipucamayoc, lo scriba inca, aveva un proprio metodo. O quantomeno, c’erano diverse scuole. E anche diversi gradi di scrittura.»
«Come dire, che ciascuno aveva una propria simbologia?»
«Non solo. Vedi, le parole chiave, come le chiami tu, non erano come i geroglifici egizi. Non erano figure determinate che indicavano delle sillabe o dei suoni.»
«Però, secondo quanto sarebbe scoperto ultimamente, ogni simbolo di parola chiave associata a dei nodi, serviva a indicare la sillaba da prendere per comporre la parola da leggere.»
«Questo lo dici tu. Io questo non l’ho letto.»
«Vuoi dire, che nei documenti dei raccoglitori, non si spiega il meccanismo di lettura dei quipu?»
«Se ne parla, ma non nei termini che stai usando tu. Cosa si sa oggi della lettura dei quipu?»
Mi risulta che vari studiosi abbiano azzardato diverse ipotesi, ma che nessuno abbia interpretato con sicurezza un quipu storico.»
«A Napoli, come ti dicevo, è stato ritrovato un quipu che contiene parole e per questo viene chiamato quipu letterario. Il quipu era accompagnato da un documento autografo di un
gesuita, che ne spiega con una certa precisione il funzionamento.»
«È ciò che mi hai detto in biblioteca, ma non hai precisato come. Avevi parlato di Blas Valera, e questo mi aveva sorpreso.»
«Il documento di Napoli è un cifrato, siglato JAO, che secondo gli autori, sta per Juan Anello Oliva, un gesuita che visse nel XVII secolo. Il documento è datato 1637. Questo nome ti dice
qualcosa?»
«Certo che mi dice qualcosa. Oliva fu uno dei gesuiti amico dei quechua. Conobbe anche Blas Valera, da cui ricevette informazioni importanti circa la storia degli inca. Insieme decisero di
scrivere questa storia.»
«Un momento, – lo interruppi – ma come sai queste cose? Non sono riportate nelle cronache ufficiali.»
«Risultano dai manoscritti della nostra biblioteca.»
«Ma allora sono fatti già noti?»
«Non credo. Padre Cobo, e prima di lui altri confratelli, che erano a conoscenza dei manoscritti, non vollero diffonderne la conoscenza.»
«E perché a me hai permesso di accedere a questi documenti?»
«Perché è giunto il tempo per non tenere più segreti questi fatti. Del resto credevo che qualcosa fosse trapelato, perché se ne era parlato lo scorso anno al congresso di Lima. Ma non sono al corrente di come questo potesse essere accaduto.»
«Il documento di Napoli…»
«Per questo sono rimasto sorpreso, e mi conforta che non è da qui che sono sfuggite le informazioni.»
«Forse dovresti mettere i documenti a disposizione degli studiosi.»
«No. È prematuro. Temo che gli studiosi lavorino per la propria gloria e poi tra loro ci sono contrasti. Bisogna agire con prudenza. La nostra biblioteca rischierebbe il trasferimento in
qualche università.»
Rimasi in silenzio dopo queste parole, che mi parvero troppo pessimistiche, ma che allo stesso tempo chiarivano i motivi di tanta reticenza. Ma padre Ruíz aveva parlato con veemenza, e lo vedevo agitato. Volevo meditare con calma su questo tema scottante.
Intanto Ruíz conduceva l’auto su una strada ancora sconnessa e il paesaggio era nuovamente brullo. In questo tratto di strada non si vedevano coltivazioni già da parecchio tempo.
Approfittai per parlare del percorso. «Non attraversiamo altri villaggi prima di arrivare?»
«No, la nostra destinazione è il primo e unico villaggio di queste terre desolate.»
«Quanto manca ancora?»
«Circa tre ore a questa andatura ridotta.»
«Non sei stanco? Vuoi che ti dia il cambio?»
«No grazie. Su queste strade bisogna guidare in un modo che per voi delle città europee non è certo abituale.»
Poi, riprendendo il discorso interrotto, padre Ruíz mi chiese di dirgli qualcosa di più sul documento.
Gli spiegai che, secondo quanto descritto nel libro, il documento di Oliva conteneva una versione inedita della fine dell’impero inca, ma che ci volle del tempo per decifrarlo. Era scritto in latino, ma in un cifrato sconosciuto.
«Ma come giunse fino in Italia?»
«Questi documenti, il manoscritto cifrato di Anello Oliva, il quipu e il manoscritto con dei disegni di Valera, e anche un altro manoscritto a firma di un terzo gesuita che fu riconosciuto in Antonio Cumis, furono consegnati a un religioso nel 1737 in Cile da un indio in punto di morte.»
Padre Ruíz mi guardò per un momento con occhi spalancati.
«E come si chiamava questo religioso?»  La sua voce mi parve offuscata da un velo di ansietà.
«Pedro de Illanes. Lo stesso di cui ti accennavo in biblioteca.»
«Pedro de Illanes, – ripeté Ruíz, quasi meccanicamente – Certo, Pedro de Illanes.»
«Cosa c’è che ti meraviglia?»
«Pedro de Illanes fu il fondatore della nostra missione.»
«E fu anche l’autore di manoscritti della biblioteca?»
«Anche. Ne fu il fondatore. Portò con sé diversi documenti. Non capisco perché questo, così importante, gli sfuggì di mano. Chi lo portò via?»
«Secondo i documenti, sembra che fosse stato lui stesso a venderlo a un erudito napoletano in occasione di un viaggio in Italia.»
«E questo erudito sarebbe quel Raimondo di Sangro di cui mi accennasti?»
«Sí Raimondo di Sangro, principe di Sansevero. E il gesuita gli avrebbe spiegato che i quipu costituivano il sistema di scrittura dei peruviani. «Pedro de Illanes – proseguii – si recò in
Italia, a Napoli. Esiste un documento notarile che attesta la vendita avvenuta nel 1744. Forse Illanes aveva bisogno di denaro per la missione.»
«La nostra missione fu fondata nel 1746, quindi dopo il suo ritorno.»
«Ci sono documenti che attestano il suo viaggio in Italia, nella biblioteca?»
«Ci sono lettere e anche alcuni fogli in cui Illanes scrisse una specie di diario. Però, da quanto ricordo, non mi sembra che avesse lasciato traccia di quella vendita.»
«Forse non le aveva dato molta importanza. O forse se ne pentì, dopo aver scoperto che si trattava di un documento importante.»
«Può essere. Infatti vi sono lettere in cui afferma che vi sono ancora alcuni quipu in Perù e raccomanda ai suoi confratelli e ai curaca di nasconderli per evitare che gli spagnoli ne vengano in possesso.»
«È anche probabile che il quipu venduto fosse stato composto dopo la conquista. Anzi, gli studiosi che lo hanno esaminato ne sono praticamente certi. Forse per questo, Illanes lo aveva ritenuto di scarsa importanza.»
«E cosa conterrebbe il quipu?»
«Il Sumac Ñusta.»
«Allora era certo una riproduzione; una delle tante. Ecco perché lo aveva venduto. Non conteneva alcun documento storico rilevante per gli inca.»
«Ritieni che vi fossero altri quipu più importanti, e che padre Illanes ne fosse al corrente?»
«Questo è certo. Uno di quelli ora lo hai tu.»
«Uno. E gli altri? Non furono gettati tutti in un lago, o in un vulcano, a seconda della leggenda?»
«Forse non tutti. Il problema è trovarli. Ma tu sei qui anche per questo. Non è così?»
«Non spero di giungere a tanto.»
«E perché no?»