CAPITOLO 21

Terminato il raccolto, nella comunità di padre Cobo la vita stava tornando a una tranquillità che non avevo conosciuto nelle ultime settimane. Il gruppo di padre Ruíz si stava preparando per fare rientro alla missione. Questo mi preoccupava perché sarei dovuto rientrare con loro, altrimenti avrei dovuto attendere altri sei mesi prima che ci fosse una carovana per risalire le valli, cosa che non avrei certo potuto fare da solo. E ancora non ero riuscito a parlare con Yupanqui.
Ma fu proprio Ruíz ad anticiparmi la soluzione, un giorno, anzi una domenica dopo la messa di ringraziamento, che fu l’ultima delle cerimonie previste dopo il raccolto, dando ovviamente la precedenza a quelle richieste dalla tradizione andina.
Stavamo preparandoci per un pranzo in comune di tutta la comunità e come sempre fu compito dei bambini e delle donne preparare i tavoli, con i fiori che li adornavano, mentre gli uomini si occupavano dei fuochi e delle fosse in cui cucinare.
«È giunto il momento di incontrare Yupanqui» mi disse Ruíz, senza interrompere le nostre occupazioni. «Sarà con noi e potrai consegnargli la teca di ossidiana. Lo farai al termine del pranzo davanti a tutta la comunità. Dopo avrete tutto il resto della giornata per parlare.»
Ne fui emozionato, e anche se attendevo questo momento ormai da tanto, mi sentii quasi impreparato.
«Posso parlare in castigliano?» chiesi «Non credo di essere in grado di dire in runa simi niente più che qualche saluto e poche frasi di circostanza.»
«Certamente, comunque padre Cobo e io saremo con te. Quello che devi fare è ringraziarlo per averti accolto, ma sentiti libero di parlare come a un amico. Perché Yupanqui è un amico e non ti considera certo un gringo.»
Il pranzo iniziò e trascorse in allegria. Come al pranzo in occasione del mio arrivo, sedevo accanto a Cobo e Ruíz, con Yupanqui alla mia sinistra. Ma durante tutto il pranzo il suo atteggiamento pareva distaccato. Non che con questo volesse dimostrare superiorità o la regalità di un Sapa Inka, ma forse così lo vedevo io, per l’abbigliamento tradizionale, per l’espressione del viso non certo dura, ma piena di dignità. Anche quando sorrideva si percepiva la sua autorevolezza.
Tuttavia mi rendevo conto che i quechua della comunità pur trattandolo col massimo rispetto, non mostravano soggezione per lui. Il fatto che lui fosse, o quantomeno fosse considerato il vero e ultimo discendente dei sovrani della stirpe di Manco Capac, facevano di Yupanqui non solo il personaggio più importante della comunità, ma il capo indiscusso esente da ogni lavoro manuale, ma sempre presente e attento alle necessità del villaggio.
Già in altre occasioni, soprattutto nelle fasi più impegnative del raccolto, mi rendevo conto che era Yupanqui il vero supervisore dei lavori. Senza darlo a vedere e senza far sentire la sua presenza, era tuttavia costantemente aggiornato sul procedere dei lavori.
Persino nel mio modesto compito di tenere i registri dei prodotti, lo avevo avuto spesso accanto, silenzioso e vigile. Avevo anche notato che osservava attentamente le registrazioni per poi assentarsi con i registri. Non sapevo però, come mi avrebbe rivelato molto più tardi, che riportava i dati dei registri sui khipu che lui stesso preparava al termine di ogni giornata. Capii così il lavoro di alcune donne che dedicavano la giornata a filare e tingere lana e altre fibre naturali.
Fu così che iniziò quel giorno la nostra conversazione che avevo atteso così a lungo.
Iniziò, a dire il vero, dopo che ci ritirammo nella sua abitazione, ma non fu che la prosecuzione di quanto era iniziato al termine del pranzo.
Fu allora che Yupanqui si alzò per il brindisi finale e dopo le consuete bevute e offerte agli Apu della montagna, fece un gesto ampio a significare che doveva parlare.

Calò immediatamente un silenzio assoluto che durò parecchi secondi. Si sentivano i canti degli uccelli che provenivano dalla foresta. Tutti restarono immobili in attesa delle parole di Yupanqui, che rivolse a me, in runa simi.
«Anchatam kusikumi, waujechai.» Fin qui capivo che mi ringraziava, ma soprattutto fui orgoglioso di sentire che mi chiamava waujechai ‘fratello’. Poi, per mia fortuna, proseguì in castigliano.
«Mi rallegro e invito voi tutti a rallegrarvi con il nostro fratello che è venuto dalla lontana Italia per sentirsi uno dei nostri, un andino, un quechua. ¡Rejsikuiki waujechai! Gracias hermano.»
Seguì un’esplosione di applausi e di esclamazioni: “¡Achalau! Allinmi! ¡Allin purikui! ¡Diosllawan ripukui! ¡añañau!” tutte espressioni di giubilo, contentezza e ringraziamento che ormai avevo imparato per l’abitudine dei quechua di esprimere sempre con queste parole la loro meraviglia e i loro sentimenti.
Yupanqui sorrise ma fu sufficiente che alzasse la mano per riportare il silenzio. Persino i bambini, quelli che non si erano già allontanati presi dai loro giochi, tacquero.
«Il nostro amico – proseguì Yupanqui – non è un gringo, e voi già lo sapete. Ci ha aiutato ma soprattutto ha dimostrato di rispettare il nostro popolo. Di più, ha dimostrato di amarlo e di comprenderlo. Per questo oggi potrò rivelargli quello che pochi, anche tra voi, conoscono.
«So che è venuto qui per portarmi una cosa preziosa, una cosa molto importante per me e per tutti noi. Ti prego di consegnarmi quello che hai ricevuto e per cui sei venuto qui.»
Trassi dalla chuspa, la borsa di tessuto andino che tenevo accanto a me, l’oggetto che avevo ricevuto ormai più di un anno prima e conservato gelosamente per tutto quel tempo.
Mi alzai e gli consegnai il contenitore di ossidiana avvolto in un leggero tessuto di lana decorato con disegni geometrici, i cui colori erano ormai sbiaditi.
Yapanqui lo prese e tenendolo alto perché tutti vedessero, cominciò a svolgere la tela. Depose il tessuto sul tavolo e alzò la teca. La mostrò a tutti, quindi poggiandola sul tavolo cercò di aprirla, ma dopo alcuni tentativi si rese conto di quanto ormai il coperchio era rimasto attaccato alla base.
«Bene, questo significa che nessuno la ha mai aperta da quando fu consegnata a chi doveva conservarla. Ora sono certo che noi saremo i primi, dopo quasi 300 anni.»
Detto questo prese una lama, che mi parve d’oro, e iniziò a farla scorrere nella fessura tra il coperchio e la scatola. Mentre eseguiva questa operazione tutti mantennero un silenzio assoluto guardando con occhi spalancati. Finalmente il coperchio si mosse, Yupanqui posò la lama e sollevò lentamente il coperchio. Ero vicino e potevo osservare la sua espressione concentrata ma sempre calma. Anche Cobo e Ruíz, cui lanciavo occhiate furtive, erano concentrati sulla scatola di ossidiana.
Alla fine il coperchio fu sollevato e dall’interno Yupanqui sollevò una lunga striscia colorata. Era un khipu. Lo sollevò in alto per mostrarlo a tutti i presenti che iniziarono ad applaudire riprendendo le loro esclamazioni.
Rivolto a me, Yupanqui mi sorrise, tese il khipu con la due mani allargandolo in tutta la sua lunghezza, osservandolo attentamente. Sembrava che stesse leggendo.
«Dovrò esaminarlo con attenzione. Mi ci vorrà un po’ di tempo. Ti prego di venire nella mia abitazione dove potrò vedere e comprendere il messaggio che ci porta. Questo potrebbe contenere, come spero, il messaggio che attendevo e che ci rivelerà ciò che cercavamo. E ora, vieni con me. Il lavoro ci aspetta.»
Si girò avviandosi lentamente verso il centro del villaggio facendomi ancora il gesto di seguirlo, che ripeté per Cobo e Ruíz.
Mentre ci allontanavamo, sentii che il movimento e il vociare dei contadini riprendeva, ma in modo sommesso, quasi sentissero la soggezione e certo avvertendo l’importanza del momento.
Era la prima volta che entravo nell’abitazione di Yupanqui, e non era certo la reggia di un Sapa Inka. Rispetto alle altre e alla mia, era solo più grande e nella ampia stanza di ingresso, che in pratica era anche un soggiorno e un ufficio, se così vogliamo definirlo, arredato con scaffalature e armadi di legno grezzo e molte decorazioni. Tessuti appesi alle pareti, libri, oggetti di sicura provenienza inka.
Sedette al tavolo di lavoro su cui appoggiò il khipu distendendolo in tutta la sua lunghezza di quasi due metri.
Le cordicelle che pendevano da quella principale più grossa, erano di colori diversi e contenevano diversi nodi come quelli che conosciamo dai pochi khipu che sono sfuggiti ai roghi degli spagnoli e che vediamo in qualche museo. Ma in particolare da diversi dei nodi pendevano altre cordicelle più sottili. Era nell’insieme un khipu molto elaborato e non ne avevo mai visto un esemplare così completo e complesso.
Fu lo stesso Yupanqui a confermare quello che stavo pensando.
«Richiederà tempo per leggerlo, ma sono certo che ci riusciremo.»
Fui colpito dal plurale, anche se non sapevo se intendesse anche me, che comunque non avrei saputo leggervi neppure un segno.
«Come vedete – e ora si rivolse a Cobo e Ruíz – qui il messaggio che contiene è lungo e sembra completo. Conosco diversi khipu che ho studiato e abbiamo conservato da quando ci rifugiammo qui, e che mi hanno permesso di mantenere la conoscenza della nostra scrittura. Certamente questo, come vedete anche voi, è molto più complesso. È come uno dei vostri libri. Probabilmente qui scopriremo tante cose che ancora non conosciamo con certezza.
Si voltò verso di me, incoraggiandomi a fare qualche domanda.
«Yupanqui, – dissi – ma allora è come immaginavo, anzi ero certo, i khipu si leggono. Questa dei nodi è una scrittura, non un sistema per tenere i conti.»
Per la prima volta vidi Yupanqui ridere di gusto.
«Ma certo. Anche se non lo avete mai voluto riconoscere. Ma lo sapevano bene quei frati francescani e domenicani che li distrussero perché, come dicevano, contenevano le parole del diavolo. Poi misero in giro la voce che questi nodi erano dei semplici calcolatori. E così nessuno fu più in grado di leggerli.
«Quando il fratello minore di Huaskar, – proseguì Yupanqui – non Titu Cusi, ma quello che nessuno conosceva, riuscì a fuggire, portò con sé molti khipu, quelli che conserviamo ancora qui. Con lui fuggirono alcuni amauta, i saggi, coloro che conoscevano bene la scrittura khipu, oltre a un gruppo di contadini e formarono la prima comunità inka ‘en destierro’, in esilio, l’unica che i conquistadores non riuscirono a scoprire.»
«E si stabilirono qui?»
«Non subito. Si nascosero nella foresta, più in basso. Fu solo dopo molte generazioni, che scoprirono questa valle completamente nascosta e quindi risalirono e vi si insediarono quando si sentirono sicuri. Questo avvenne solo all’inizio di questo secolo, prima della grande guerra che sconvolse l’Europa. Eravamo nascosti, ma non eravamo isolati dal mondo. Abbiamo sempre avuto i nostri chaski, i messaggeri che percorrevano le valli delle Ande per riportarci notizie. Erano persone istruite, attente e discrete. A volte si mescolavano ai contadini ma anche agli spagnoli per tenersi e tenerci informati. Hai mai sentito parlare di Arguedas?»
«Certo, ho letto i suoi libri. E anche le sue poesie.»
«Da giovane, Arguedas fu uno di questi. Ma non rivelò mai la sua conoscenza del nostro popolo. Ma se il mondo conosce qualcosa della cultura indigena, lo deve ai suoi scritti. Purtroppo, invece di tornare tra noi, si fermò a vivere nella civiltà criolla perché sentiva la necessità di divulgare la nostra cultura, ma subì la delusione di vedere come le istituzioni e la cultura ufficiale sottovalutavano la cultura andina, e come il popolo quechua era ancora trattato dai bianchi e dai criolli.»
«E si suicidò. Una brutta storia.»
«Sì, una brutta storia. Ma torniamo ai nostri chaski. Attraverso le vie che solo noi conosciamo, in poche giornate erano in grado di raggiungere i paesi oltre la puna e la montagna. Spesso scendevano al Cusco e persino a Lima. Per questa ragione conosciamo il castigliano, anche se qui pochi lo parlano.»
«Ma ormai il Perù riconosce i diritti dei quechua, il Runa Simi è riconosciuto come lingua ufficiale. Le Università studiano la vostra storia e hanno cura delle vostre tradizioni…»
«No, no. Ti devo fermare, fratello. L’interesse c’è, è vero, ma così come si studiano le civiltà scomparse o gli animali rari. Noi non avremo mai la possibilità di essere quelli che eravamo. Anche se c’è un Presidente andino, è pur sempre un gringo, che non ha più nel sangue la nostra storia e la nostra identità. Forse tu potrai portare il messaggio. Ma ancora non possiamo esserne sicuri. Ora è importante conoscere cosa è scritto nel khipu che mi hai portato. E ora, quindi, mettiamoci al lavoro.»
Detto questo andò ad aprire uno degli armadi della stanza, prese un piccolo scrigno di legno duro, e dopo averlo aperto ne estrasse un khipu, che mostrava i suoi anni, in quanto era evidente che era stato usato più volte. Dopo aver riposto lo scrigno e chiuso l’armadio, tornò al tavolo.
«Su questo khipu hanno imparato a leggere tutti gli amauta che sono stati qui. È la nostra grammatica e il nostro dizionario – mi disse con gli occhi che gli brillavano – . Mi serve per interpretare il nostro messaggio.»
E iniziò a leggere. Dopo diversi minuti di concentrazione, si rivolse a tutti noi: «È proprio quello che immaginavo. Ma devo lavorare con calma. Vi prego da lasciarmi solo. Ci rivedremo domani e fra due giorni. Grazie.»
Cobo, Ruíz e io uscimmo che fuori già si era fatto buio. Percorremmo in silenzio il tratto che ci portava alla zona che ci era riservata, finché fu Cobo a parlare.
«Credo che oggi sia un giorno importante per noi. Un giorno che potrà diventare storia. Grazie gringo.» Mi disse battendomi amichevolmente la mano sulla spalla e ridendo felice.