«Se non lo trovi alla Hoepli, vuol dire che non esiste». Hoepli, tra manuali rigorosi e memoria storica. La crisi dell’editoria.
Per chi è cresciuto nella seconda metà del Novecento questa non era una battuta: era quasi un principio di realtà. Hoepli era una istituzione. Non soltanto una libreria, ma una guida. Un luogo dove il sapere aveva un indirizzo preciso, scaffali ordinati e soprattutto una credibilità.
Quante volte sono entrato alla Hoepli ‒ non solo a Milano, ma anche nel piccolo e storico negozio di Genova, in Galleria Mazzini. Uscivo quasi sempre con qualcosa in mano: un libro per me oppure un regalo. Perché, allora come oggi, un libro rimane uno dei pochi doni che non invecchiano mai.
Per noi ragazzi degli anni Cinquanta e Sessanta, entrare in quella libreria era un’esperienza quasi iniziatica. Ricordo ancora la sorpresa davanti alle vetrine: manuali di lingue che ci incuriosivano: swaili, amarico, etiope. Rimanenze di un’altra stagione storica, quella del colonialismo italiano. Ma anche quelle presenze un po’ inattese avevano una funzione: accendevano la curiosità. Mostravano che il mondo era più vasto di quanto immaginassimo.
Editoria tecnica e rigorosa
E poi c’erano i manuali. Lì stava il cuore dell’identità Hoepli: una editoria tecnica, rigorosa, affidabile, costruita con la pazienza della competenza. Manuali per ingegneri, tecnici, artigiani, studiosi, studenti. Libri fatti per essere consultati, sottolineati, consumati.
Uno di questi è rimasto nella memoria personale di molti: il Manuale dell’ingegnere di Giuseppe Colombo, pubblicato nel 1877. Per decenni fu un bestseller tecnico, ristampato e aggiornato infinite volte. In casa mia era semplicemente “la Bibbia”. Apparteneva a mio padre, ingegnere. Lo vedevo sempre sul tavolo di lavoro, con le pagine segnate e i fogli infilati tra i capitoli. Io stesso lo consultavo all’ultimo anno di liceo scientifico e poi all’università. Era uno di quei libri che non si leggono: si abitano.
Oggi è difficile spiegare ai più giovani cosa significasse quella fiducia nella manualistica. Un manuale Hoepli non era un testo qualsiasi: era una garanzia. Dietro c’erano specialisti, revisori, anni di aggiornamenti. Era sapere sedimentato, verificato, organizzato.
Oggi quella funzione è stata in gran parte sostituita ‒ non sempre felicemente ‒ da Google, da Wikipedia e, più in generale, dal web. Strumenti utilissimi, certo. Ma strumenti che privilegiano la rapidità rispetto alla profondità. L’informazione rispetto alla conoscenza.
Negli anni Settanta e Ottanta i manuali Hoepli erano ancora ovunque. Se non nelle librerie, sulle bancarelle dei libri usati. Ricordo titoli quasi leggendari: Il perfetto liquorista, ad esempio. Manuali di mestieri, di arti, di tecniche. Piccole enciclopedie pratiche di un’Italia che imparava lavorando.
Poi, lentamente, sono scomparsi. Prima dalle vetrine principali. Poi dalle bancarelle. Infine dalla memoria collettiva.
Simboli di un’epoca che oggi appare quasi romantica.
Perché?
La domanda inevitabile è: perché?
La risposta più facile indica dei colpevoli esterni. Amazon. Google. Gli e-book. Internet in generale.
Ma forse la spiegazione è più scomoda. E riguarda noi.
Forse non è diminuita soltanto la necessità di possedere testi affidabili, documentati, professionali, fissati sulla carta. Forse è diminuita anche la voglia di approfondire. Il desiderio di fermarsi su un argomento, di studiarlo con metodo, di tornarci sopra.
Il web ha cambiato la nostra relazione con il sapere: lo ha reso immediato, frammentario, continuamente aggiornato, ma spesso superficiale. Oggi cerchiamo informazioni rapide. Risposte veloci. Sintesi istantanee. Non manuali da consultare per anni.
Certo, i testi specialistici non sono scomparsi. Anzi, in alcuni settori si sono moltiplicati. Ma le tirature non sono più quelle di una volta. Il pubblico è più ristretto. L’idea stessa di “manuale per tutti” sembra appartenere a un’altra stagione culturale.
Eppure, proprio all’origine della storia Hoepli c’era qualcosa che oggi suona quasi esemplare.
Ulrich Hoepli arrivò a Milano dalla Svizzera come garzone di libreria. Non come imprenditore, non come intellettuale affermato: come ragazzo che imparava un mestiere. Da quella condizione iniziale nacque una delle più importanti realtà editoriali europee dedicate alla diffusione del sapere tecnico.
In questa figura c’è un curioso parallelo con un’altra storia italiana, molto meno nota ma altrettanto affascinante.
All’inizio dell’Ottocento, in Lunigiana, un ragazzo analfabeta ‒ Emanuele Maucci ‒ girava per le contrade con una gerla piena di libri . Non sapeva leggere, eppure li vendeva porta a porta. Era il suo modo di lavorare. Di sopravvivere. Di entrare nel mondo dei libri.
Quel ragazzo emigrò poi in Messico, dove divenne uno dei più importanti editori del paese.
Due storie diversissime, ma unite da una stessa intuizione: il libro come strumento di crescita, personale e collettiva. Il sapere come qualcosa che si costruisce nel tempo, non qualcosa che si consuma rapidamente.
Crisi dell’editoria
Forse è proprio questo che oggi rischiamo di perdere.
Non tanto le librerie storiche — la cui scomparsa è una ferita urbana e culturale — quanto l’idea che il sapere richieda tempo, attenzione, studio. Che non tutto possa essere ridotto a una ricerca veloce sullo smartphone.
Se la Hoepli rappresentava qualcosa, era proprio questo: la fiducia nella competenza.
Oggi la domanda non è se sopravvivranno le librerie o i manuali. La domanda è se sopravviverà il desiderio di conoscenza che li ha resi necessari.
Perché, in fondo, il vero rischio non è la crisi dell’editoria.
È l’analfabetismo di ritorno.
Hai ragione Marco, la vicenda Hoepli è proprio una pagina triste. Voglio sperare che quello straordinario grumo di cultura e competenza non vada disperso e che qualcuno possa recuperarlo per una nuova stagione. Nel passato altre crisi di editori importanti (penso alla Einaudi) hanno trovato una soluzione. Qui, con la messa in liquidazione, siamo oltre ma, mai dire mai.