Affrontiamo in questa intervista un tema molto forte per l’editoria: da un lato l’entusiasmo acritico verso l’IA, dall’altro la sua demonizzazione.

Ci rivolgiamo a Simone Bandecchi, CEO Rotolito Lombarda, che per il ruolo che ricopre nel settore dell’Industria Grafica, può parlare contemporaneamente da osservatore del mondo editoriale e da protagonista dell’industria grafica.

MetaPrintArt – In un recente intervento hai affermato che «l’editoria si sta muovendo con difficoltà all’interno di un grande paradosso». Una frase che ha colpito molti operatori del settore. Si parla del ruolo dell’Intelligenza Artificiale, nella “autorialità” e nella creatività umana. e della creatività umana. Tu invece, parli di responsabilità. Non è un cambio di argomento?

Simone Bandecchi – Al contrario, credo che sia il vero argomento. L’Intelligenza Artificiale è uno strumento. Potrà evolvere, cambiare, diventare sempre più sofisticata. La responsabilità di un editore verso i propri acquirenti, invece, non cambia. Per questo penso che il dibattito non dovrebbe concentrarsi tanto sulla domanda “AI sì o AI no?”, quanto su una domanda molto più concreta: “Chi risponde di ciò che viene pubblicato?” “Come si tutela la propria reputazione?”
Questa è una domanda che accompagnerà l’editoria indipendentemente dall’evoluzione della tecnologia.

MP – Tu sostieni che il problema non sia distinguere ciò che è umano da ciò che è artificiale. Per molti è un’affermazione controcorrente. Perché?

Simone Bandecchi – Perché credo che sia una battaglia destinata a diventare sempre più difficile e, tutto sommato, inutile. L’avevamo già affrontata (e persa) alla nascita di internet: nell’esigenza di avere un proprio spazio nel web molti contenuti venivano plagiati / copiati / manipolati, fino a perdere il senso dell’autorato originale.
Tra poco non sapremo più distinguere un testo scritto interamente da una persona da quello scritto con il supporto dell’AI.

MP – Preoccupante…

Simone Bandecchi – Ma forse non sarà nemmeno questo a doverci preoccupare. Ciò che dovremo poter ricostruire sarà la fiducia, il poter immaginare il percorso di quell’opera. Chi l’ha proposta e ideata, chi l’ha valutata come meritevole, chi l’ha revisionata, chi l’ha approvata, chi ha deciso di pubblicarla e distribuirla…
È questa catena di attività che fa di un contenuto un’opera editoriale cartacea meritevole di essere proposta a lettori e lettrici.

MP – Da autore condivido un’esperienza che molti scrittori stanno vivendo: l’IA è uno strumento utile per reperire informazioni, verificare dati, esplorare scenari. Tuttavia il valore di un’opera resta nella voce personale, nello stile, nella sensibilità di chi la scrive. Esiste un punto di equilibrio tra innovazione tecnologica e autenticità creativa? C’è una sorta di “carta d’identità” del libro?

Simone Bandecchi – Più che una carta d’identità, parlerei di una documentata ‘catena di responsabilità e autenticità’ di ciò che si dichiara.
Nel mondo digitale stanno nascendo standard che documentano la provenienza dei contenuti.
Non certificano il talento, l’autorevolezza, né la creatività: documentano il percorso dell’opera, passo dopo passo. Credo che il libro cartaceo possa fare lo stesso. Non per dimostrare chi abbia scritto ogni parola, ma per rendere trasparente la filiera che ha trasformato un testo in un’opera pubblicata. Azione dopo azione, firma dopo firma.

Il valore della filiera

MP ‒ Dove entra in gioco uno stampatore?

Simone Bandecchi – Qui credo si incorra spesso in un equivoco. Io non penso che uno stampatore debba certificare il contenuto: non spetta a noi. Uno stampatore non può stabilire se un manoscritto sia stato scritto con l’AI o senza, né totalmente né in parte. Ma può contribuire a custodire la documentazione dell’ultima parte della filiera. È un ruolo completamente diverso ed è perfettamente coerente con il nostro mestiere. Così come conserviamo tutti i passaggi di revisione prima del via-si-stampi, potremmo custodire i files firmati dell’opera.

MP – Perché tutto questo dovrebbe interessare un editore?

Simone Bandecchi – Perché l’editore non pubblica semplicemente libri: assume una responsabilità culturale, per esempio scegliendo cosa far entrare nel dibattito pubblico o in un premio letterario, o semplicemente nelle pagine di recensori e critici, che hanno bisogno di avere certezza del percorso dell’opera. Oggi questa responsabilità rischia di essere percepita come implicita.
Domani potrebbe diventare necessariamente documentabile. E questo, secondo me, aumenterebbe il valore dell’intera filiera.

MP – Non rischiamo di costruire un sistema eccessivamente complesso?

Simone Bandecchi – Non penso, perché non sto parlando di aggiungere burocrazia. Sto parlando di rendere visibile un lavoro che già esiste.  Autori, editor, revisori, direttori editoriali, traduttori, grafici, responsabili dei diritti, stampatori e rilegatori, distributori… Questa filiera esiste già. La domanda è se vogliamo continuare a considerarla invisibile oppure trasformarla in un valore.
In un pacco di pasta, un tempo si leggeva “prodotta in Italia” ed era sufficiente. Oggi, possiamo conoscere tutto ciò che riguarda quel singolo pacco: luogo e metodo di coltivazione del grano, di raccolto, di macina, trattamenti per la conservazione, lavorazione, essiccatura, imballo… Forse un tempo tutto ciò sembrava complesso, ora è prassi.

Stampatori, editori e professionalità

MP – Tu citi spesso il concetto di ‘accountability’. Cosa intendi, e perché?

Simone Bandecchi – Questo è un termine difficile da tradurre e in italiano; non abbiamo una sua esatta traduzione (se non con lunghi giri di parole). Non significa semplicemente responsabilità, significa essere disponibili a rispondere delle proprie decisioni e azioni. Significa “fare” non solo per vantaggio proprio, ma per interesse dell’intero ecosistema di cui si fa parte.
Credo che questa sia la differenza tra un contenuto qualsiasi e un’opera editoriale. Un’opera editoriale è il risultato di una catena di decisioni e ogni decisione ha un autore/autrice. Renderli trasparenti non significa limitare la creatività bensì rafforzarne il valore.

MP – Quindi, quale potrebbe essere il ruolo di Rotolito?

Simone Bandecchi – Non quello di proporre soluzioni già pronte, sarebbe presuntuoso. Credo però che sia arrivato il momento di aprire un confronto, di mettersi a disposizione per un dialogo costruttivo tra editori, autori, tecnologi, giuristi, sviluppatori di standard e software, media…
Se il mondo digitale ha già compreso la necessità di costruire sistemi per documentare la provenienza dei contenuti, credo che anche l’editoria stampata debba iniziare a interrogarsi su come documentare la propria filiera.
Noi siamo pronti a portare la nostra esperienza industriale.

Ringraziamo Simone Bandecchi per questa intervista.

Simone Bandecchi