Architetto, grafico e scultore, un artista schivo trasforma fili e chiodini in geometrie, luce e spazio. Nel suo bianco e nero si scopre un’affinità inattesa con la stampa.
«Il caso esiste per le menti preparate», si dice. Ma qualche volta il caso sa anche organizzare incontri che vale la pena raccontare.
A Como, per esempio, può capitare di conoscere Mimmo Totaro nella veste di custode di un’esposizione e di scoprire, poco dopo, che quel signore gentile, disponibile e piuttosto schivo è in realtà un artista con una lunga storia alle spalle. Architetto di formazione, grafico, scultore, protagonista della ricerca artistica legata alla fiber art, Totaro non sembra particolarmente interessato a mettere in mostra se stesso. Preferisce, evidentemente, lasciare questo compito alle proprie opere.
Fili e chiodini
La prima sorpresa arriva visitando l’oratorio di Sant’Orsola dove ci accompagna, dopo averlo incontrato a Villa del Grumello, per ammirare un’installazione dello scultore giapponese Yasuaki Onishi. La seconda arriva più tardi, entrando in una galleria dove sono esposte opere grafiche realizzate con fili e chiodini.
Quadri? Sculture? Disegni tridimensionali? Le definizioni rischiano di essere riduttive.
Sono composizioni di grande equilibrio, nelle quali una trama di fili tesi ‒ un filo unico, continuo, precisa l’autore, in linea con la vocazione serica comasca ‒ fra piccoli chiodi, disegna curve, incroci, campiture e volumi. La geometria non è un esercizio freddo: ha una sua musicalità, un ritmo che guida lo sguardo e suggerisce forme senza necessariamente descriverle. La luce fa il resto, modificando ombre e profondità secondo il punto di osservazione.
E qui arriva la terza sorpresa: l’autore di quelle opere è proprio il gentile accompagnatore incontrato poco prima: Mimmo Totaro.
Il rigore della forma
Nato a Como nel 1948, Mimmo Totaro ha frequentato il Politecnico di Milano e collaborato per molti anni con studi di architettura. Nel suo studio di via Pannilani, a Como, si intrecciano tuttora attività che spaziano dall’architettura all’arredamento, dalla grafica alla scultura.
La sua ricerca attraversa linguaggi e materiali differenti: disegni a china, acqueforti e serigrafie; e questi pannelli costruiti con chiodi, fili e corde. Ha inoltre realizzato interventi di grandi dimensioni negli spazi urbani, utilizzando materiali e soluzioni riconducibili alla Textile Art.
Quel bianco e nero che parla di stampa
Ma per chi si occupa di arti grafiche c’è un aspetto particolarmente intrigante nelle opere realizzate con fili e chiodi. È il loro rapporto con il disegno tecnico e con la costruzione geometrica. I fili non sono semplicemente materiali da assemblare: diventano linee, traiettorie, elementi di una composizione rigorosa. La superficie si trasforma in uno spazio da organizzare, quasi una matrice nella quale ogni elemento contribuisce all’equilibrio dell’insieme.
È qui che, osservando queste opere, mi viene spontaneo pensare alla stampa tipografica.
Il bianco e nero, prima di tutto. Non come semplice assenza di colore, ma come scelta espressiva: il contrasto, la precisione del segno, il ritmo delle linee, la capacità di ottenere effetti complessi attraverso elementi essenziali. C’è qualcosa del rigore della composizione tipografica in queste geometrie, una disciplina della forma che non soffoca la creatività, ma le offre una struttura.
Non parlerei, quindi, di monotonia, neppure nel senso etimologico del termine. La trama può essere fittissima, le linee possono ripetersi con una regolarità quasi ossessiva, eppure il risultato cambia continuamente. Basta spostarsi di poco perché la luce riveli un’altra profondità, un diverso rapporto fra pieni e vuoti, una nuova tensione fra le parti.
In alcune opere, essenziali accenti di rosso interrompono la prevalenza del bianco e nero, non la monotonia. Non sono decorazioni aggiunte a posteriori: funzionano come segnali visivi, punti di attenzione che fanno risaltare, per contrasto, l’ordine della composizione.
È una lezione che la grafica conosce bene: la precisione non è il contrario dell’emozione. Talvolta è proprio ciò che permette all’emozione di prendere forma.
C’è poi un’altra particolarità che merita attenzione. Le opere originali, costruite con fili e chiodini e dotate di una presenza fisica importante, possono essere ingombranti e difficili da collocare.
Totaro le ripropone anche attraverso riproduzioni stampate digitalmente su carta a mano. Come degli ex libris.
La tecnologia di riproduzione incontra così una superficie dalla forte identità materica: un modo diverso di avvicinare l’opera, conservandone il carattere grafico e rendendola più accessibile.
È un passaggio che interessa direttamente anche il mondo della stampa: non soltanto riprodurre un’immagine, ma scegliere il supporto e il processo per dare alla riproduzione una propria qualità espressiva.
Un artista che non ha bisogno di farsi pubblicità
Mimmo Totaro non ama vantarsi, non sembra cercare i riflettori. Se gli si rivolge un complimento, sorride e ringrazia, quasi con sorpresa. Eppure il suo lavoro meriterebbe di essere raccontato più spesso. L’ultima intervista che sono riuscito a trovare risale al 2017: sono passati quasi dieci anni.
Forse un artista non ha bisogno di parlare molto di sé.
Ma chi si occupa di cultura ha il dovere di non lasciare che il silenzio nasconda una ricerca interessante.
A volte, per scoprire un artista, non servono grandi presentazioni né lunghi curriculum. Basta incontrarlo quasi per caso, guardare con attenzione ciò che fa e accorgersi che, fra un filo, un chiodino e una linea nera, c’è molto più di quanto sembri.
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