Amaka ha saputo dire «no» alla strada buia che avrebbe potuto condurla, come tante giovani africane, verso una promessa di ricchezza, ma lontano dalla dignità. Ha scelto la via della ragione. E del coraggio.
Non sono particolarmente religioso, tanto meno superstizioso. Ma quando una serie di circostanze, pressoché impossibili, si concentra nel giro di pochi giorni e ti porta a conoscere una persona come Amaka, finisci per pensare che quell’incontro abbia davvero un suo perché. Come mi ha scritto lei stessa nella dedica del suo libro, “Le parole di mio padre” (Altreconomia, 2025) in cui racconta la sua storia con spontaneità, senza nascondere nulla. Una vicenda che fa venire i brividi, ma che merita di essere conosciuta. Perché non possiamo continuare a girarci dall’altra parte.
«No knowledge is a waste». Sono le parole che L. L. Nwokorie lasciò alla figlia ventenne quando si imbarcò su un volo Alitalia diretta a Milano, invitata da una parente stretta. Ma quell’invito nascondeva un inganno: uno di quelli in cui cadono tante giovani nigeriane.
Nel suo libro Amaka racconta la storia di una persona che, quando altri avevano già deciso per lei, attraverso l’inganno, quale dovesse essere il suo destino, ha rivendicato il diritto di scegliere chi essere.
Trent’anni dopo, Amaka ha trovato anche un’altra dimensione della propria esistenza, accanto alla famiglia: è presidente di AFRIT (African Reformers in Italy), apprezzata formatrice e mediatrice linguistica e culturale presso gli ospedali Santi Paolo e Carlo di Milano, oltre che collaboratrice nell’ambito dell’etnopsichiatria all’ospedale Niguarda. Un percorso sostenuto anche dagli studi e dai master in counselling transculturale e teologia.
«No knowledge is a waste»: nessuna conoscenza è uno spreco. Ma Amaka aggiunge una riflessione che dà alla frase paterna un significato ancora più profondo: se alla conoscenza non si attribuisce valore, se non la si trasforma in qualcosa di utile, rischia di diventare inutile. È questa la lezione che ha ricavato dalla propria esperienza e che oggi cerca di trasmettere agli altri.
In questa intervista esploriamo una vicenda vera seguendo quattro fili: il padre, la scelta, il viaggio e la seconda vita.
Marco Picasso – Ho letto il tuo libro Le parole di mio padre senza riuscire a interrompermi. Che uomo era tuo padre?
Amaka – Papà era un uomo gioviale e ironico, capace di intrattenere gli altri. Era affettuoso, paziente, generoso e coerente, e sapeva farsi rispettare. Per i suoi parenti era un punto di riferimento. A volte, però, la sua generosità diventava un difetto.
M.P. – Che significato aveva allora la frase «No knowledge is a waste» e che significato ha oggi, dopo trent’anni?
Amaka – Allora «No knowledge is a waste» era semplicemente una frase di papà che ogni tanto risuonava dentro di me, ma alla quale non avevo ancora attribuito il giusto peso.
Oggi è la radice da cui nasce il principio che guida la mia vita. Perché una vita senza conoscenza è sprecata. Le parole di mio padre mi hanno aiutata a considerare l’impegno per conseguire la licenza di terza media non come tempo perso, ma come un’occasione per acquisire conoscenze che mi sarebbero servite in futuro. Ho capito il valore di quella frase un po’ alla volta, attraverso le mie esperienze.
Il coraggio di dire no
M.P. – Qual è stato il momento più difficile, quello in cui avresti potuto arrenderti?
Amaka – Il giorno in cui sono scappata definitivamente da colei che voleva ridurmi in schiavitù. Mentre facevo l’autostop per fuggire, un uomo di mezza età si era fermato con una Panda rossa, offrendosi di accompagnarmi in caserma. Dopo circa un chilometro, accostò e mi chiese una prestazione sessuale, promettendo che poi mi avrebbe portata dalla polizia. Dovevo scegliere: accettare per essere salvata oppure rifiutare e rimanere in mezzo alla strada, disperata, disorientata e abbandonata a un destino incerto? Dissi «NO», pur sapendo di non avere una soluzione immediata.
M.P. – Hai avuto paura che dire no significasse perdere tutto? E che cosa, invece, ti ha salvata?
Amaka – La speranza. E la fede. È vero, non sapevo quale sarebbe stata la mossa successiva dopo ogni «no», ma continuavo a sperare di riuscire a trovare una soluzione.
La mia storia è un percorso a tappe. In ogni momento ho sempre incontrato una mano tesa: il ciclista che fermò la macchina della signora Sigrid, che mi salvò accompagnandomi dalle suore; le suore stesse; la famiglia ghanese che mi ospitò; la congregazione delle chiese ADI di Milano e quella di ZOE Pentecostal Mission Inc. Italia. Poi la famiglia di Monza che mi offrì il primo lavoro, permettendomi di riprendere a studiare.
E infine una mano interiore: quella di papà.
Sono una persona di fede e questo mi ha dato forza. Anche papà era il mio punto di sicurezza: i suoi insegnamenti, insieme alla mia cultura e ai valori con cui sono cresciuta, mi hanno resa più forte.
A tutto questo si aggiunge il mio carattere: sono una persona decisa e ferma nelle proprie scelte.
M.P. – Ti è mai capitato che qualcuno, dopo aver ascoltato la tua storia, ti dicesse: «Non immaginavo che fosse così»?
Amaka – Sì. Alcune persone hanno pianto insieme a me.
M.P. – Quando oggi incontri una ragazza arrivata in Italia attraverso una storia simile alla tua, che cosa riesci a vedere nei suoi occhi che altri non vedono?
Amaka – Vedo paura, insicurezza, diffidenza, incomprensione e compassione.
Curiosità contro paura
M.P. – Questo ci porta ad affrontare un tema spesso travisato, anche per ignoranza e malafede. Il razzismo, in fondo, nasce anche dalla paura del diverso. La domanda è: la curiosità può davvero sostituire la paura?
Amaka – Certo! È normale provare paura di fronte a ciò che è diverso da noi, ma non dobbiamo fermarci lì se vogliamo conoscere l’altro. Conoscerlo significa indossare un secondo paio di occhiali, per guardare oltre i nostri abituali strumenti di lettura.
Possiamo partire dalla nostra esperienza e chiedere: «Da me si fa così: da te, invece, come si fa?». In questo modo possiamo trasformare la paura, che ci intimorisce, ci rende prigionieri e ci isola, in curiosità, attraverso un processo di decentramento culturale.
M.P. – Quanto è responsabile la nostra società del fatto che questa realtà rimanga nascosta?
Amaka – Credo che la responsabilità sia più del sistema che individuale.
M.P. – Secondo te, che cosa sappiamo davvero dell’Africa e che cosa, invece, crediamo di sapere?
Amaka – Forse sapete tutto e niente.
M.P. – Che cosa dovrebbero conoscere e fare gli immigrati per evitare di costruirsi, a loro volta, un’immagine stereotipata degli italiani?
Amaka – Integrarsi, adottando uno stile di acculturazione intermedio. Senza negare la propria identità. Credo che anche chi arriva in un Paese nuovo debba trasformare la propria timidezza in curiosità. Passare da vittima a protagonista. Io partirei da me stessa, per poi avvicinarmi all’altra persona con una domanda semplice: «Come stai?». È un modo per lasciare che sia lei a raccontarsi, con le sue parole.
Da vittima a protagonista
M.P. – La domanda più genuina “Come stai?”. In alcune culture africane ci si saluta dicendo “Ti vedo” un saluto bellissimo, secondo me.
Ma torniamo a Amaka. Nel raccontare la tua vicenda c’è il rischio che tu rimanga per sempre «la ragazza che è sfuggita alla tratta». Ma oggi sappiamo che sei molto altro. Quando hai smesso di essere una persona che doveva semplicemente salvarsi e hai cominciato a sentirti una persona in grado di aiutare gli altri?
Amaka – Dopo aver frequentato le 150 ore per conseguire la licenza media, [Amaka, in Nigeria, era prossima alla laurea in medicina. In Italia dovette ripartire per conseguire la licenza media – ndr] ho cominciato a sentire il desiderio di dare una mano agli altri, soprattutto a chi aveva difficoltà con la lingua. Ho iniziato a fare da intermediaria, anche dal punto di vista culturale.
M.P. – Oggi sei anche counsellor transculturale. Che cosa significa per te essere mediatrice tra due culture?
Amaka – Per me significa mettermi in gioco e dare una mano. Aiuto gli operatori italiani e le persone migranti a capirsi, a costruire un rapporto di fiducia e a collaborare nel percorso di cura.
È un po’ come fare da ponte tra due culture: ci si conosce meglio e questo favorisce anche l’integrazione e la collaborazione. Quando persone di culture diverse riescono a capirsi e tirano un sospiro di sollievo, sento di aver fatto qualcosa di utile. Per me è un traguardo: trasmettere tranquillità agli altri fa stare bene anche me.
M.P. – E che cosa pensi di poter insegnare agli italiani, dopo aver trascorso trent’anni in Italia?
Amaka – Non penso di avere qualcosa da insegnare agli italiani, ma credo che possano guardare chi è immigrato con uno sguardo più aperto. Per me il punto è questo: esiste una sola razza, quella umana.
M.P. – Dopo trent’anni, che cosa ami dell’Italia e che cosa ancora non riesci a comprendere?
Amaka – Dell’Italia amo soprattutto la gente: ho sempre fatto incontri belli. E poi il cibo, l’arte, la moda e l’architettura. Quello che ancora mi disorienta è la burocrazia delle istituzioni.
Una cultura per il futuro
M.P. – Che cosa hai voluto trasmettere ai tuoi cinque figli, insieme a tuo marito Uche, di ciò che avevi ricevuto da tuo padre? E che cosa, invece, hai voluto evitare che ereditassero dalla tua storia?
Amaka – Determinazione, altruismo, lealtà e fede. Ho voluto evitare che anche loro potessero essere ingannati.
M.P. – Se oggi potessi sederti davanti a tuo padre e raccontargli che cosa hai fatto della sua frase «No knowledge is a waste», che cosa gli diresti?
Amaka – Gli direi: «Papà, ho fatto tesoro delle tue parole: nessuna conoscenza è uno spreco. La mia esperienza mi ha insegnato anche questo: la conoscenza a cui non viene dato valore è inutile. Grazie, papà. Le tue parole continuano a guidarmi».
Tirando le somme…
La storia di Amaka Ethel Nwokorie ‒ madre, studiosa, mediatrice e formatrice ‒ è molto più del racconto di una fuga riuscita.
Le parole di mio padre è, in fondo, un manifesto: un invito a non arrendersi, a coltivare la conoscenza, a trovare la forza di lottare per il bene proprio e degli altri.
Amaka ha trasformato una vicenda che avrebbe potuto condizionare per sempre la sua esistenza in un’occasione di crescita e di impegno. Non ha cancellato il passato, ma ha scelto di non lasciargli l’ultima parola.
Il suo messaggio riguarda tutti noi. Chi arriva e chi è già qui, chi deve imparare una nuova lingua e chi deve imparare a comprendere una nuova cultura. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, senza gerarchie e senza pregiudizi.Perché, come dice Amaka, esiste una sola razza: quella umana.
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