Abbiamo ancora bisogno dei libri, perché conservare la memoria non basta: occorre saperla consegnare al futuro. Dalla XIX Assemblea AIMSC emerge una riflessione sul valore della lettura, sulla trasmissione della cultura e sul ruolo dell’editoria.
C’è un futuro che non si costruisce cancellando il passato, ma imparando a comprenderlo. È il senso del titolo Il futuro ha un cuore antico, scelto per la XIX Assemblea dei Musei della Stampa e della Carta (AIMSC), che il 23 ottobre ha riunito a Milano, nell’aula magna dell‘Istituto Salesiano Sant’Ambrogio Opera Don Bosco, operatori del settore, studiosi, studenti e semplici curiosi.
Un incontro che ha offerto l’occasione per guardare al libro non soltanto come a un prodotto editoriale o a un oggetto da conservare nei musei, ma come a uno strumento essenziale per la formazione delle persone e la continuità della cultura.
È stato soprattutto il professor Edoardo Barbieri, dell’Università Cattolica di Milano e direttore della rivista La Bibliofilia, a mettere a fuoco il tema. Il suo intervento ha attraversato tre questioni strettamente legate fra loro: la necessità della narrazione, il valore della lettura come esercizio critico e la trasmissione del patrimonio culturale alle generazioni successive.
Le storie non sono un lusso
Perché leggiamo racconti, romanzi e storie di vite che non sono le nostre? Per Barbieri, la risposta va oltre il piacere della lettura. La narrazione risponde a un’esigenza profondamente umana: permette di uscire, almeno per un momento, dai confini della propria esperienza.
Attraverso un libro possiamo conoscere persone, situazioni e mondi che probabilmente non incontreremmo mai. Possiamo confrontarci con modi diversi di pensare, con scelte che non avremmo compiuto, con sentimenti che magari non sappiamo ancora riconoscere. E, paradossalmente, proprio questo viaggio fuori di noi ci aiuta a capire meglio chi siamo.
La narrazione, del resto, non appartiene soltanto alla letteratura. Era presente nei racconti familiari, nelle favole, negli aneddoti e perfino nelle barzellette: forme di comunicazione quotidiana attraverso le quali si trasmettevano esperienze, valori e modi di interpretare il mondo. Molte di queste occasioni si sono progressivamente ridotte, ma il bisogno di raccontare e ascoltare storie non è scomparso.
Oggi trova spazio anche nelle serie televisive, capaci di sviluppare trame lunghe e articolate, con personaggi che accompagnano lo spettatore per intere stagioni. Eppure, osserva Barbieri, fra vedere e leggere esiste una differenza sostanziale.
Leggere significa partecipare
Quando guardiamo un film o una serie, riceviamo immagini, ambienti, espressioni e situazioni già costruiti. Leggendo, invece, siamo noi a dare loro forma. La mente immagina i volti, ricrea i luoghi, attribuisce una voce ai personaggi e interpreta le sfumature delle loro emozioni.
È un lavoro che richiede impegno. La lettura può essere più faticosa della fruizione audiovisiva, ma proprio questa fatica diventa una risorsa: il lettore non è soltanto spettatore, bensì parte attiva nella costruzione del significato.
C’è poi una possibilità che il libro offre in modo particolare: fermarsi. Tornare indietro, rileggere una frase, confrontare due passaggi, lasciare sedimentare un pensiero prima di proseguire. Il testo rimane lì, disponibile al nostro tempo e alle nostre domande.
È da questa libertà che può nascere un autentico atteggiamento critico. Non si tratta soltanto di acquisire informazioni, ma di imparare a valutarle, metterle in relazione, verificarle e, quando necessario, discuterle.
In un panorama comunicativo nel quale siamo continuamente raggiunti da contenuti e stimoli, questa capacità assume un’importanza particolare. La questione non è contrapporre il libro alle nuove forme di comunicazione, ma riconoscere che strumenti diversi sollecitano modalità differenti di partecipazione e comprensione.
L’eredità non si conserva da sola
Il passaggio più significativo della relazione di Barbieri riguarda forse la trasmissione della cultura. Non basta che un patrimonio esista: occorre che qualcuno lo riceva, lo comprenda e lo rimetta in gioco.
Richiamando Goethe, il professore ha ricordato la necessità di fare propria l’eredità dei padri perché possa diventare davvero nostra. Non significa accettarla passivamente, né difenderla a prescindere. Significa sottoporla a un confronto con il presente, riconoscerne il valore, comprenderne i limiti e scegliere che cosa consegnare a chi verrà dopo.
È un processo tutt’altro che automatico. Quando viene meno il passaggio di conoscenze fra le generazioni, una società rischia di perdere i propri riferimenti e la capacità di leggere criticamente la propria storia. La memoria, senza comprensione, resta un deposito; la tradizione, senza confronto, rischia di trasformarsi in una formula vuota.
È qui che il libro torna a essere indispensabile. Non perché possieda da solo tutte le risposte, ma perché rende possibile un dialogo che attraversa il tempo: fra autori e lettori, fra esperienze diverse, fra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare.
L’editoria è molto più della stampa di un libro
La riflessione conduce direttamente al ruolo dell’editoria, che Barbieri invita a considerare nella sua accezione più ampia. Non soltanto redazione e pubblicazione di volumi, dunque, ma anche grafica, cura dei testi, traduzione, commercializzazione, giornali, siti web e tutte le attività che contribuiscono a rendere accessibile la conoscenza. [tema al quale abbiamo dedicato diversi dei nostri articoli – nrd]
È un mondo articolato, nel quale competenze culturali, linguistiche, tecniche e comunicative concorrono a un obiettivo comune: far arrivare le idee alle persone, in una forma che consenta loro di comprenderle e utilizzarle.
Per questo la formazione dei giovani destinati a lavorare nell’editoria non è soltanto una questione professionale. Significa preparare nuove generazioni di persone capaci di partecipare alla produzione e alla diffusione della cultura, mantenendo vivo il collegamento fra conoscenza, senso critico e tradizione.
Una prospettiva che riguarda da vicino anche il mondo della stampa e delle arti grafiche. Dietro ogni libro, ogni giornale e ogni prodotto della comunicazione stampata esiste una filiera di saperi, mestieri e responsabilità. Le tecnologie cambiano, i processi evolvono, i supporti si trasformano; resta però la necessità di dare forma ai contenuti e renderli fruibili.
La memoria prende vita quando viene condivisa
In questo quadro, i musei della stampa e della carta svolgono una funzione che va ben oltre la conservazione di macchine, strumenti e documenti. Possono raccontare come si è formata la nostra cultura materiale, mostrare il lavoro che ha reso possibile la diffusione delle idee e avvicinare nuove generazioni a mestieri che rischierebbero altrimenti di diventare incomprensibili.
La presenza di studenti e di visitatori curiosi, e soddisfatti, ha ricordato proprio questo: esiste un mondo dietro le quinte della comunicazione stampata che merita di essere conosciuto, non soltanto dagli addetti ai lavori.
Un esempio concreto è quello di Marisa Belloni, ultranovantenne, insegnante per una vita, colta e brillante, alla quale è stata conferita la targa di Socio Onorario AIMSC.
Nei primi anni Duemila aveva donato al Museo della Stampa di Mondovì l’intera tipografia di famiglia, oggi ricostruita come una sezione viva del museo: una tipografia completa, così come si presentava negli anni del dopoguerra.
Una donazione che racconta molto più di una vicenda familiare. Quella che un tempo era una realtà di lavoro quotidiano è diventata testimonianza storica e occasione di apprendimento. Le macchine non sono più soltanto strumenti produttivi: raccontano gesti, competenze, organizzazione del lavoro e trasformazioni tecnologiche.
Anche il ricordo di una nostra visita al museo, avvenuta quando erano appena entrate in scena le nuove macchine da stampa Rapida di Koenig & Bauer, si lega a quella storia. Fu proprio in quell’occasione che si presentò l’opportunità di conoscere Marisa Belloni che, con chi scrive, è tra i fondatori di AIMSC, proprio mentre la tipografia di famiglia veniva consegnata al museo.
Il cerchio si chiude, almeno idealmente, tornando al titolo dell’assemblea. Il futuro ha un cuore antico non perché debba ripetere il passato, ma perché non può costruire consapevolmente il nuovo senza conoscere ciò che lo ha preceduto.
Il libro, la lettura, l’editoria e i musei della stampa sono parti diverse di questo stesso percorso. Conservano una memoria, ma soprattutto la rendono disponibile.
E la memoria diventa davvero patrimonio comune soltanto quando qualcuno può incontrarla, interrogarla e farla propria.
È forse questa la sfida più attuale: non scegliere fra tradizione e innovazione, fra carta e digitale, fra ciò che abbiamo ereditato e ciò che ancora dobbiamo inventare. Piuttosto, imparare a usare ogni strumento per continuare a raccontare, comprendere e trasmettere. Perché il futuro, prima di essere una tecnologia, è anche una cultura da costruire insieme.
In sintesi
In un mondo che moltiplica gli strumenti di comunicazione, il libro conserva una funzione insostituibile: ci aiuta a conoscere ciò che è lontano dalla nostra esperienza, a comprendere meglio noi stessi e a sviluppare uno spirito critico.
Ma perché questo patrimonio continui a vivere, servono persone capaci di trasmetterlo e un’editoria intesa nella sua accezione più ampia. E Musei che diffondano queta memoria.
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