Al FlexoDay Sud 2026, l’analisi del prof. Aldo Barba (Federico II) traccia la rotta tra dazi, ascesa tecnologica della Cina e il ruolo chiave delle nostre PMI.

Le tensioni geopolitiche, i dazi e il ritorno della politica industriale non sono eventi isolati, ma i sintomi di una profonda riscrittura degli equilibri economici mondiali. Questa la fotografia scattata dal professor Aldo Barba (Università Federico II di Napoli) nel suo intervento al FlexoDay Sud 2026. Davanti a una platea di stampatori, converter e professionisti del packaging, Barba ha invitato il settore a guardare oltre la cronaca quotidiana: «Siamo in una fase di cambiamento profondo, caratterizzata da processi aperti e da esiti ancora difficili da prevedere».

Le radici del disordine: la fine dell’era USA-Cina?

Secondo l’analisi macroeconomica di Barba, l’attuale instabilità non nasce dalla geopolitica, ma dagli squilibri commerciali strutturali accumulati negli ultimi quarant’anni.

  • Il vecchio modello: Per decenni gli Stati Uniti hanno assorbito le esportazioni mondiali, accettando un debito permanente pur di mantenere la leadership finanziaria. Un sistema che reggeva finché i partner (come Germania o Giappone) rimanevano nell’orbita strategica di Washington.
  • Il fattore Cina: L’ascesa di Pechino ha rotto questo schema. La Cina è una potenza autonoma che compete contemporaneamente sul piano industriale, tecnologico e militare.
  • Il dato STEM: La forza cinese non è più (solo) il basso costo del lavoro, ma le competenze. Ogni anno la Cina vanta oltre 4 milioni di laureati nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), staccando nettamente USA ed Europa.

Dal Reshoring al “Regionalismo Americano”

Un passaggio cruciale dell’intervento ha riguardato la riorganizzazione delle filiere produttive globali. Analizzando i flussi commerciali, emerge chiaramente come non si stia assistendo a un vero ritorno delle fabbriche negli Stati Uniti (reshoring), quanto piuttosto alla creazione di un blocco produttivo nordamericano integrato tramite accordi con Canada e Messico. Le merci aggirano i dazi, ma la filiera resta protetta da Washington.

L’Europa (e la stampa) nella morsa dei due colossi

In questo scenario, l’industria europea – e di riflesso la filiera del converting e del packaging – si trova stretta in una doppia morsa:

  1. A ovest, il mercato statunitense diventa sempre più selettivo e chiuso.
  2. A est, la Cina, vedendosi sbarrate le porte degli USA, riversa il proprio surplus commerciale in Europa.

Il segnale più allarmante? La crescita esponenziale dell’import in Europa di macchinari e beni strumentali cinesi. Storicamente, chi esporta la tecnologia produttiva detiene la leadership industriale. Il fatto che Pechino stia diventando il principale fornitore di “macchine per produrre” anche nei settori tradizionali è il segno di una maturazione tecnologica ormai compiuta.

Quale futuro per le PMI del packaging italiano?

Se i grandi gruppi industriali rispondono alla crisi con fusioni e internazionalizzazione, la vera sfida riguarda il tessuto delle PMI italiane, asse portante della flexo e della trasformazione cartotecnica.

L’Europa fatica a esprimere una politica industriale comune (il Chips Act ne è un esempio felice solo a metà, frenato da egoismi nazionali). Di conseguenza, le piccole e medie imprese del packaging devono muoversi d’anticipo, integrandosi in filiere continentali sempre più corte e resilienti e puntando tutto su flessibilità, innovazione di processo e alto valore aggiunto.

Il messaggio emerso dal FlexoDay Sud 2026 è chiaro: la macroeconomia non è un concetto astratto, ma il perimetro entro cui la manifattura e la stampa italiana dovranno progettare i propri investimenti tecnologici per i prossimi dieci anni.
Si veda anche il nostro editoriale: Il Convitato di Pietra.