Riprende il nostro dialogo con Anna Paola Cavanna sul ruolo della cultura d’impresa nella società del futuro.
Terminavamo la prima parte di questa conversazione tra Marco Picasso e Anna Paola Cavanna con il concetto che “il packaging non è un materiale, è una cultura”. Riprendiamo quindi partendo dall’importanza dalla cultura d’impresa.
Quanto conta, per un’azienda industriale, assumersi anche una responsabilità sociale e culturale nei confronti delle persone e del territorio?
Credo che oggi un imprenditore abbia una responsabilità che va oltre il bilancio d’esercizio.
Naturalmente l’impresa deve essere economicamente solida, innovativa e competitiva. È la condizione indispensabile per creare lavoro, investire e guardare al futuro. Ma non basta.
Ogni azienda vive all’interno di una comunità. Cresce grazie alle persone che vi lavorano, alle scuole che formano i futuri collaboratori, alle istituzioni che ne accompagnano lo sviluppo, alle infrastrutture, alle associazioni, al territorio che la ospita. Per questo penso che un’impresa abbia anche il dovere morale di restituire una parte del valore che produce. Non considero questo un gesto di generosità, ma una forma di rispetto.
Rispetto verso la comunità, verso le persone, verso il territorio che ogni giorno ci offre opportunità di crescita.
E nasce la Academy…
È anche per questo motivo che abbiamo scelto di investire nella nostra Academy, di collaborare con Federmanager e i Maestri del lavoro, di partecipare ai progetti promossi dall’Università Cattolica come ad esempio MY Mentor, di sostenere percorsi di mentoring, di aprire l’azienda agli studenti, di organizzare eventi dedicati alla sostenibilità, al Made in Italy e all’innovazione.
L’azienda che va oltre la produzione e la vendita.
Mi piace immaginare l’impresa come un luogo aperto. Un luogo nel quale si produce valore economico, ma anche cultura, relazioni, competenze e fiducia. Sono convinta che oggi il successo di un’azienda non si misuri soltanto attraverso il fatturato. Si misura anche dalla capacità di lasciare qualcosa di positivo nel territorio in cui opera. È questa, per me, la vera sostenibilità.
Quali sono oggi gli elementi che distinguono un packaging semplicemente “funzionale” da uno davvero strategico per il sistema Paese?
La differenza sta nella progettazione. Ogni scelta progettuale produce conseguenze, per questo motivo non credo nelle soluzioni universali: ogni prodotto richiede il proprio packaging. Un packaging funzionale svolge il proprio compito, un packaging strategico crea valore. Significa partire dall’eco-design, analizzando fin dall’inizio tutte le funzioni che quell’imballaggio dovrà svolgere. Che sono parecchie, ti faccio un elenco: proteggere il prodotto; garantirne la sicurezza; facilitare il trasporto; ridurre gli sprechi; ottimizzare la logistica; favorire il riciclo. Infine, ma non ultimo, comunicare in modo corretto con il consumatore.
Ogni filiera presenta esigenze differenti e ogni materiale è dotato di caratteristiche specifiche. Qual è il compito dell’industria del packaging nei confronti del brand owner e del consumatore?
Il nostro compito è scegliere la soluzione migliore caso per caso. Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è spesso semplificato cercando di dividere i materiali tra “buoni” e “cattivi”. Io non ho mai condiviso questa. Durante la mia esperienza alla Presidenza dell’Istituto Italiano Imballaggio ho sempre cercato di rappresentare tutta la filiera con equilibrio, senza alimentare contrapposizioni.
A proposito di buoni e cattivi, c’è sempre il problema dell’abbandono dei rifiuti, che è prima di tutto questione di educazione. Dal tuo osservatorio internazionale, quali sono le azioni più efficaci per ottenere risultati concreti?
Credo che i risultati più concreti si ottengano quando istituzioni, imprese, scuola e cittadini lavorano insieme. Per questo dedico molto tempo alla divulgazione e alla formazione. Come Ambasciatrice della Fondazione Carta Etica del Packaging porto nelle scuole elementari il progetto “Packaging… che fantastica avventura!”, per aiutare i bambini a comprendere il valore del packaging e dell’economia circolare fin da piccoli. Nella nostra Academy accogliamo regolarmente studenti, organizziamo incontri formativi e partecipo con piacere a testimonianze nelle scuole, nelle università e nei convegni, perché sono convinta che la conoscenza sia il primo passo per cambiare i comportamenti.
E quanto può incidere anche il comportamento quotidiano delle famiglie?
Anche le famiglie hanno un ruolo fondamentale: ogni scelta quotidiana, dalla raccolta differenziata alla riduzione degli sprechi alimentari, può fare la differenza. Per questo credo sia importante creare occasioni di dialogo tra il mondo industriale e la società civile. Pochi giorni fa ho avuto il piacere di intervenire alla serata del Rotary Farnese Piacenza proprio con questo obiettivo: costruire sinergie, condividere conoscenze e far crescere una cultura del packaging più consapevole.
Il sistema industriale è davvero pronto a guidare un cambiamento di narrazione?
Credo che ci sia ancora molta strada da fare. Troppo spesso il packaging viene giudicato solo quando diventa un rifiuto, senza considerare il ruolo fondamentale che svolge ogni giorno nella protezione dei prodotti e nella sicurezza alimentare.
Il sistema industriale è pronto a guidare questo cambiamento, ma non può farlo da solo. Servono imprese responsabili, associazioni di categoria capaci di fare cultura e creare confronto, istituzioni nazionali ed europee che promuovano politiche basate su evidenze scientifiche e favoriscano innovazione e sostenibilità. Anche noi imprenditori dobbiamo uscire dalle nostre aziende e dialogare con scuole, università e cittadini, raccontando con trasparenza il valore del nostro lavoro. Solo facendo rete possiamo costruire una narrazione più equilibrata e una maggiore consapevolezza.
Cosa ti ha spinto a investire così tanto nel confronto esterno? Associazioni, brand owner e industria stanno facendo abbastanza per comunicare meglio il valore reale del packaging?
Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che nessuna impresa può affrontare da sola le grandi sfide del nostro tempo. Il packaging è uno straordinario esempio di collaborazione, per realizzare un buon imballaggio occorre mettere insieme competenze molto diverse. Servono chimici, tecnologi, designer, costruttori di macchine, produttori di materiali, trasformatori, laboratori, Università, Brand owner, distributori, consumatori, Istituzioni. È una filiera nella quale nessuno può fare tutto da solo e probabilmente è proprio questo che mi ha sempre affascinata. La possibilità di creare connessioni.
Da alcuni mesi ricopri l’incarico di Delegata nazionale Packaging di CONFAPI, il cui ruolo è quello di accompagnare le piccole e medie imprese in un periodo di cambiamenti profondissimi. Come lo stai vivendo?
Lo considero un servizio. E il nostro obiettivo è chiaro quanto essenziale per le PMI. Pensiamo al nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi [PPWR]: le aziende hanno bisogno di comprendere, di confrontarsi, di ricevere informazioni corrette, di costruire reti. Per questo abbiamo avviato un percorso nazionale fatto di webinar, incontri tecnici e momenti di approfondimento all’interno di un grande “contenitore” che si chiamerà ConfapiPACK. Proprio in questi giorni abbiamo organizzato il primo webinar sull’argomento come CONFAPI nazionale e abbiamo avuto 260 iscrizioni e tantissime domande in chat a dimostrazione di quanto questo argomento sia di interesse e impattante e quanto le PMI abbiamo bisogno di sostegno.
Un bel lavoro. Ma occorre apertura e collaborazione, non solo tra le aziende e le associazioni di categoria. Come impostate la vostra attività?
Mi piace riassumere questa attività con tre parole: Rete, Informazione, Cultura. Sono convinta che oggi le associazioni abbiano una responsabilità ancora più importante rispetto al passato, non devono infatti limitarsi a rappresentare gli interessi delle imprese, ma devono diventare luoghi nei quali si costruisce conoscenza. Nei quali si mettono in relazione competenze diverse, si favorisce il dialogo con il mondo della ricerca e con le istituzioni ed è proprio qui che vedo una grande opportunità. Ma non basta: credo che industria e politica possano collaborare molto di più. Le imprese possiedono un patrimonio straordinario di conoscenze tecniche, le istituzioni hanno il compito di trasformare queste conoscenze in politiche pubbliche efficaci. Quando il dialogo funziona, tutti crescono, quando manca il confronto, aumentano le incomprensioni.
Per questo continuo a dedicare tempo alle associazioni, non lo considero tempo sottratto all’azienda, lo considero un investimento per il futuro del nostro sistema industriale e della persona che voglio diventare.
Hai per le mani progetti ambiziosi che guardano molto avanti. Mi riferisco anche a quanto raccontato nella prima parte di questa conversazione.
E tutti legati tra loro. Dobbiamo dimostrare quanto il settore sia capace di guardare oltre gli orizzonti tradizionali. Quando si parla di packaging si pensa agli scaffali dei supermercati. In realtà il packaging accompagna la medicina, la ricerca scientifica, la sicurezza, le missioni umanitarie, l’esplorazione e moltissimi altri ambiti che raramente vengono raccontati. Ed è proprio questo che continuo a trovare straordinario. Più conosco questo settore, più mi accorgo che ha ancora tantissimo da dire.
Su quali valori si fonda questo approccio? Quali sono le tue speranze in senso imprenditoriale?
Se dovessi riassumere il mio modo di vivere l’impresa sceglierei cinque parole:
1. Etica
2. Responsabilità
3. Curiosità
4. Ascolto
5. Condivisione
Sono gli stessi principi che hanno ispirato la Fondazione Carta Etica del Packaging. Quando si parlava di paura e distanza, noi abbiamo scelto di parlare di valori. Le tecnologie cambiano, le norme cambiano, i mercati cambiano, ma i valori restano. Credo che oggi la vera leadership non consista nell’avere tutte le risposte ma consista nel creare le condizioni perché le persone possano crescere insieme.
Mi pare di intravedere nelle tue parole che c’è qualcosa di analogo tra il packaging e il fare impresa…
Esatto. Proteggere non significa soltanto conservare ciò che esiste, significa avere cura del futuro. “Il packaging è un gesto di cura”: fare impresa significa prendersi cura. Credo sia la sintesi più autentica del mio percorso umano, imprenditoriale e istituzionale. Un imprenditore dovrebbe avere il coraggio di circondarsi di persone competenti, di ascoltare idee diverse dalle proprie e di considerare ogni incontro come un’occasione di apprendimento.
Forse è proprio questo che alimenta il mio entusiasmo. Ogni volta che incontro qualcuno che vede il mondo da una prospettiva diversa, ma positiva, sento di avere ancora qualcosa da imparare ed è una sensazione bellissima!
Il messaggio ai giovani
Quali saranno, secondo te, le competenze davvero decisive?
Credo che il packaging del futuro sarà uno dei settori più interdisciplinari che esistano. Serviranno competenze tecniche, serviranno ingegneri, chimici, tecnologi, progettisti, esperti di sostenibilità e di digitalizzazione. Ma non basterà: le competenze più preziose saranno quelle che permettono di lavorare insieme. La capacità di dialogare, di ascoltare, di collaborare, di comprendere punti di vista diversi. Il packaging è il luogo dove discipline differenti si incontrano ed è proprio questo che lo rende così affascinante.
Quasi una sfida alla stessa Intelligenza Artificiale che non può sostituire il lavorare insieme, la condivisione.
Chiudiamo il cerchio: siamo partiti dal concetto della fiducia. A questo punto penso sia necessario un messaggio alle nuove generazioni.
Ai giovani vorrei dire di essere curiosi, di non avere paura della complessità, di studiare, di viaggiare, di confrontarsi con realtà diverse, di non smettere mai di fare domande. Le domande cambiano il mondo molto più delle certezze. E vorrei dire loro anche un’altra cosa. Non abbiate fretta di trovare la vostra strada, abbiate invece la pazienza di costruire il vostro modo di camminare. Perché il lavoro non è soltanto una professione, è uno strumento attraverso il quale possiamo lasciare un segno positivo nella vita degli altri.
Avrei anche tante cose da dire agli adulti, a chi in questo momento ha il potere di fare scelte che possono cambiare le vite degli altri o anche solo i mercati. Sarebbe un discorso molto complesso ma anche indispensabile affinché le cose possano davvero cambiare.
Me lo auguro e lo auguro a chi ci ha seguito. Come dici indispensabile tanto più nella realtà ‘gattopardiana’ che stiamo vivendo.
Quali conclusioni personali vorresti trarre da questa conversazione, che mi auguro sia di esempio per molti tuoi colleghi imprenditori?
In questi anni ho avuto il privilegio di osservare il packaging da prospettive molto diverse. Da imprenditrice e nel sistema associativo. Ma anche come donna profondamente innamorata del proprio lavoro, come figlia di imprenditore, come datore di lavoro e come mamma. Ogni esperienza nel mondo lavorativo mi ha insegnato la stessa cosa: il packaging non è un materiale, è una cultura. Non esistono contrapposizioni, ma applicazioni corrette e applicazioni sbagliate; progetti ben realizzati e progetti migliorabili; competenza ed etica.
È da lì che dobbiamo partire: il futuro non è un luogo che ci aspetta, è qualcosa che costruiamo ogni giorno, attraverso le nostre scelte, il nostro lavoro e il modo in cui ci prendiamo cura degli altri. Ed è per questo che porto con me una semplice frase che rappresenta il mio modo di vivere e di fare impresa: “Tutte le strade portano al futuro e ogni persona è importante.”
Proteggere non significa soltanto conservare ciò che esiste, significa avere cura del futuro.
Siamo partiti parlando di fiducia. Finiamo parlando di futuro. Se il packaging è davvero un gesto di cura, allora anche fare impresa può diventare un modo concreto per prendersi cura delle persone e della società.
Grazie, Anna Paola, per questa conversazione costruttiva.

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