I nuovi dati ISTAT sulle abitudini di lettura fotografano un fenomeno ormai strutturale: gli italiani leggono sempre meno libri.

Negli ultimi dieci anni la quota dei lettori è scesa dal 59,4% al 57,1%, mentre oltre 23 milioni di persone dichiarano di non aver aperto nemmeno un libro nell’ultimo anno.
Non è un’emergenza improvvisa. È una lenta erosione culturale che procede quasi nell’indifferenza generale.

LISTAT (Report Libri e biblioteche: Anni-2024-2025) individua nella noia, nel disinteresse e nella concorrenza di televisione, social media e altre forme di intrattenimento le principali ragioni della mancata lettura. È una fotografia che racconta molto del nostro tempo.

Ma forse racconta non tutto.
Perché la lettura non nasce spontaneamente. Si coltiva. In famiglia, a scuola, nelle biblioteche, nelle librerie. Se questi luoghi perdono centralità, difficilmente nasceranno nuovi lettori.
In questo senso pesa anche una scuola che, sempre più spesso, appare orientata a trasmettere competenze piuttosto che il piacere della cultura. E pesa un sistema istituzionale che investe poco nella formazione di lettori. Una politica culturale che negli ultimi anni non è riuscita a invertire il declino della lettura

C’è poi un altro dato che merita attenzione.

Mentre diminuiscono i lettori, la frequentazione delle biblioteche rimane sostanzialmente stabile. Circa il 15% degli italiani continua a utilizzarle, una quota praticamente identica a quella di dieci anni fa.
L’ISTAT non collega questo fenomeno all’aumento dei prezzi dei libri. Sarebbe scorretto affermarlo. Tuttavia una domanda è legittima: se acquistare libri è diventato più oneroso, anche per effetto dell’aumento dei costi energetici che hanno inciso sulla produzione della carta e quindi sul prezzo finale dei volumi, è possibile che una parte dei lettori scelga oggi il prestito bibliotecario invece dell’acquisto.
Non esistono dati che lo dimostrino, ma è un’ipotesi plausibile che meriterebbe uno studio specifico.

Ed è qui che la notizia assume un significato ancora più ampio per tutta la filiera della stampa.

Meno lettori significa meno libri venduti, minori tirature, minore lavoro per editori, stampatori, cartiere e legatorie. Una filiera industriale, che in Italia rappresenta ancora un’eccellenza, rischia così di subire le conseguenze di un impoverimento culturale prima ancora che economico.

In questo scenario anche la chiusura della storica libreria Hoepli assume un valore simbolico. Non è soltanto la vicenda di un negozio prestigioso. È il segnale di un ecosistema del libro che sta cambiando profondamente e che fatica a trovare nuovi equilibri.

Per chi opera nel mondo della stampa il problema non riguarda soltanto il mercato editoriale. Riguarda il futuro stesso della cultura scritta.

In sintesi

La stampa può innovare macchine, inchiostri e supporti. Ma senza lettori, anche il libro meglio stampato rischia di restare chiuso.