In questa intervista l’architetto Francesco Murano spiega l’importanza della scelta della luce anche nella comunicazione visiva.
Francesco Murano è un architetto e lighting designer di fama internazionale, pioniere nell’uso della luce come strumento di valorizzazione e lettura delle opere d’arte. In questa nostra intervista esploriamo l’applicazione della luce non solo nella lettura delle opere d’arte, ma anche come valorizzazione della comunicazione visiva.
Marco F. Picasso – Architetto Murano, la sua è una carriera pluridecennale che l’ha vista collaborare con alcuni dei più importanti musei e gallerie del mondo. Prima di entrare nel tema specifico che interessa i nostri lettori, le chiederei di inquadrare il suo “metodo”. In cosa consiste, oggi, il “metodo Murano”?
Francesco Murano ‒ Il metodo Murano consiste nell’analizzare le qualità materiche e coloristiche di ogni opera, per decidere quale sorgente, quale apparecchio e quale taglio sia da adottare per favorire la lettura e l’interpretazione calata nel contesto dell’esposizione.
M. F. P. ‒ Quando parla di luce come strumento di lettura e interpretazione, a che tipo di luce si riferisce? Esiste una “luce ideale” o ogni progetto richiede un linguaggio luminoso specifico?
F. M. ‒ Ogni progetto richiede una specifica luce ma gli apparecchi e le sorgenti devono essere di ottima qualità, per questo ci affidiamo soltanto a service altamente specializzati e forniti dei materiali e delle conoscenze idonei a garantire prestazioni ottimali.
M. F. P. ‒ Nel mondo della stampa e del tessile siamo abituati a fare riferimento a standard precisi: 5000–6500 K per la carta, 4000–5000 K per il tessile e le tele. Dal suo punto di vista, queste indicazioni sono un punto di partenza valido oppure rischiano di diventare limitanti quando si lavora con opere d’arte e installazioni espositive?
F. M. ‒ Io di solito utilizzo sorgenti di luce con 3000K per gli artisti classici e moderni mentre per i contemporanei preferisco utilizzare i 4000K. Oltre queste temperature non vado mai per evitare che le opere e l’ambiente risultino troppo freddi.
M. F. P. – Il passaggio globale all’illuminazione LED ha introdotto nuove sfide per tutti i settori che dipendono dalla fedeltà cromatica: stampa, tessile, vernici, packaging. In ambito artistico, questa trasformazione ha rappresentato più un rischio o un’opportunità?
F. M. ‒ Direi un’opportunità perché si possono avere precise temperature di colore con indici di resa cromatica superiori a 90. Inoltre, i led durano molto di più delle lampade a incandescenza e questo vuol dire minore manutenzione e minore pericolo che sostituzioni o puntamenti non corretti producano effetti indesiderati che pregiudicano la corretta visione delle opere.
M. F. P. ‒ Quali sono oggi le innovazioni più rilevanti nel campo del lighting design e delle tecnologie della luce che ritiene davvero trasformative per il suo lavoro?
F. M. ‒ Mi sono ultimamente dedicato alla realizzazione di un sistema automatico di illuminazione delle opere d’arte che sia in grado di riconoscere e illuminare correttamente dei dipinti. Credo che i sistemi intelligenti di illuminazione saranno la vera svolta epocale indotta dalle nuove tecnologie.
M. F. P. ‒ Lei ha illuminato opere di artisti molto diversi tra loro, da Caravaggio a Picasso, da Monet a Klimt. Quanto incide il linguaggio pittorico e storico dell’artista sul suo approccio alla luce? Possiamo parlare di una “luce caravaggesca” e di una “luce cubista”?
F. M. ‒ No, non credo si possa arrivare a tanto, ma sicuramente illuminare un dipinto di Caravaggio comporta difficoltà enormi per via dei riflessi che possono essere prodotti da un dipinto a olio specie se di colore scuro. La conoscenza dell’opera di un artista è comunque importante per decidere l’atmosfera raccolta per una mostra di Caravaggio o l’atmosfera ariosa necessaria per una mostra di Monet.
M. F. P. – Quanto la luce può modificare la percezione emotiva di un’opera o di un’immagine stampata? Esiste, secondo lei, una responsabilità “etica” del lighting designer?
F. M. ‒ Esiste una responsabilità professionale perché non si possono superare i valori di illuminamento che sono diversi a seconda che si illuminino, ad esempio, acquerelli o opere a olio su tela, in quanto alla percezione questa deve essere innanzitutto corretta evitando ombre o riflessi. Per il resto la luce è comunque un’interpretazione dell’opera.
M. F. P. – Oggi molte opere e immagini vengono prima viste su uno schermo e solo successivamente dal vivo. Questo cambia il modo in cui progetta la luce per un’esposizione?
F. M. ‒ Sì, esiste un problema perché le macchine fotografiche e in genere le fotocamere sono molto più incisive nell’esaltare le luci e le ombre mentre il nostro cervello opera una specie equilibratura ammorbidendo i contrasti e le luci. Per questo motivo ultimamente controllo le luci anche servendomi di uno smartphone.
M. F. P. ‒ Ritiene che il suo metodo possa trovare applicazione anche nel campo della comunicazione visiva contemporanea – penso alla pubblicità esterna, al retail, al design espositivo – oppure resta legato principalmente al contesto museale e artistico?
F. M. ‒ Il controllo della luce e la buona qualità dell’illuminazione sono comuni a tutti i luoghi espositivi così come l’uso funzionale o scenografico delle sorgenti.
M. F. P. ‒ In questa prospettiva, quale ruolo attribuisce alla formazione? E come si impegna, concretamente, nella trasmissione di questa sensibilità verso la luce alle nuove generazioni di designer e progettisti?
F. M. ‒ Sono stato appena nominato condirettore di un Master in illuminazione del Politecnico di Milano e vorrei che questo master fosse un luogo dove si impara concretamente a manipolare la luce e a domandarsi perché e come manipolarla. Io sono per la creazione di una cultura della luce, non mi piacciono le differenze tra teoria e pratica che spesso caratterizzano molti master universitari.
M. F. P. – L’intelligenza artificiale sta entrando in molti ambiti della progettazione visiva. Pensa che potrà avere un ruolo anche nel lighting design o la luce resterà un ambito fortemente legato alla sensibilità umana?
F. M. ‒ Sì certo, l’intelligenza artificiale sarà inevitabilmente utilizzata per il lighting design e forse finirà per sostituire completamente chi fa il mio lavoro. Non so però con quali risultati e in quanto tempo, staremo a vedere, nel frattempo io cerco di utilizzarla come ausilio a tutte le incombenze quotidiane che mi capitano come compilare dei moduli o preparare dei viaggi.
M. F. P. – Se dovesse dare un solo consiglio a chi lavora nella stampa o nella comunicazione visiva e spesso sottovaluta l’illuminazione, quale sarebbe?
F. M. ‒ Di frequentare il mio master….
Ringraziamo l’architetto Francesco Murano per la disponibilità e per aver “illuminato” con i suoi suggerimenti i nostri lettori.
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