L’Intervento di Aldo Cazzullo all’80° anniversario di Assografici punta al concetto della stampa come mezzo per diffondere le idee.
Condivido tutto quello che ha detto Andrea Cangini (vedi qui). So che ha espresso considerazioni anche preoccupanti e allarmanti, ma sono preoccupazioni e allarmi totalmente giustificati. Ne parleremo.
Poiché noi giornalisti lavoriamo con la carta, ma anche con il pensiero, l’editoria e la stampa non sono soltanto un modo per fare denaro. Fare denaro è una cosa importante, perché, se non abbiamo i conti in ordine, non siamo più liberi. Dobbiamo dipendere dall’aiuto pubblico e, quindi, dai partiti, e non possiamo più scrivere quello che riteniamo giusto scrivere.
Il denaro non è lo “sterco del demonio”. Noi abbiamo ancora una cultura che non è pauperista: sarebbe un oltraggio a San Francesco definirla tale. Ma fateci caso: quante volte, per attaccare qualcuno, si dice: “Ha fatto i soldi”? E se li ha fatti senza violare le leggi e pagando le tasse, bene o male significa che ha dato lavoro, ha fatto circolare denaro, ha creato opportunità e ricchezza. Una ricchezza che, in parte, viene reinvestita e contribuisce anche a mandare avanti le scuole, gli ospedali e i servizi per la sicurezza.
Al contrario, gli evasori fiscali vengono considerati degli eroi, dei furbi che sono riusciti a farla franca. Perché abbiamo ancora l’idea che lo Stato ‒ che siamo noi ‒ sia un nemico. Siccome siamo stati dominati per secoli dagli stranieri, tendiamo a considerare lo Stato come qualcosa di estraneo a noi: un sovrano arbitrario e assoluto che ci ruba i soldi, che mette le mani nelle tasche degli italiani.
Ma questo è un altro discorso.
La stampa, comunque, non serve soltanto a fare denaro. Fare impresa è legittimo e importante: significa avere un pubblico e non dover dipendere dalla politica. Ma la stampa serve anche a diffondere le idee: è il motore della democrazia.
La democrazia, come cercherò di dimostrare, nasce proprio quando le idee cominciano a circolare grazie alla stampa. Certo, non è un percorso compiuto una volta per tutte: è un processo che va portato avanti continuamente, e queste conquiste devono essere trasmesse alle nuove generazioni.
È proprio questo il punto di crisi. Le nuove generazioni leggono sempre meno e sembrano sempre meno interessate alla democrazia, alla libertà e alla partecipazione alla vita pubblica.
Assistiamo a un ritirarsi nel privato che non è neppure il privato dei propri gusti, dei propri interessi o delle proprie idee. È il privato della propria realtà virtuale: senza incontrarsi, senza discutere, senza confrontarsi con idee diverse.
Gli algoritmi ci mostrano cose che già conosciamo, rafforzando sempre di più le nostre convinzioni e i nostri pregiudizi. Ci tolgono quello che è il sale della vita: il confronto con chi la pensa diversamente.
E questo non riguarda soltanto la dimensione intellettuale, ma anche quella emotiva, spirituale e sentimentale.
Un tempo c’era l’amico immaginario; oggi c’è l’intelligenza artificiale che, come ha detto giustamente Andrea, ci dà sempre ragione. Ci conforta in quello che già sappiamo e in quello che già pensiamo.
Questi ragazzi fanno fatica non soltanto a incontrarsi, ma anche a baciarsi, ad abbracciarsi, ad avere relazioni e ad assumersi responsabilità. Sotto certi aspetti, però, sono molto meglio di noi. Un ragazzo di diciott’anni oggi è molto più sveglio di quanto fossi io alla sua età e ha molte più opportunità.
Io non ero mai salito su un aereo. Non esistevano i voli low cost, non c’era l’Erasmus. Studiare all’estero era qualcosa che non prendevo neppure in considerazione; per me, andare da Alba a Torino era già un viaggio.
Oggi i ragazzi hanno molte più opportunità e vanno all’estero. È una cosa positiva, se partono per imparare una lingua, fare un’esperienza o apprendere un mestiere.
Ma dobbiamo anche creare le condizioni perché chi vuole tornare possa farlo. Altrimenti formiamo tecnici, medici, infermieri e scienziati che poi vanno all’estero e non tornano più. È un grande impoverimento per il Paese.
Omaggio a Leonardo
Voglio però cominciare rendendo omaggio al genio di Leonardo da Vinci.
Siamo a pochi metri dal Cenacolo di Leonardo e ci troviamo in una città, Milano, che custodisce alcune delle sue opere e dei suoi disegni. Vi siete mai chiesti perché Leonardo disegnasse così tanto? Fin da ragazzo ha sempre disegnato. Uno dei suoi primi disegni ritrae un uomo vestito all’orientale, impiccato e appeso a una finestra di Palazzo Vecchio, il palazzo del Comune di Firenze.
Non era un orientale, né un turco: era uno dei congiurati della congiura dei Pazzi contro i Medici. Era fuggito in Turchia, ma, poiché i Medici avevano ottimi rapporti con il sultano, quest’ultimo lo estradò. L’uomo venne quindi impiccato a Palazzo Vecchio e Leonardo disegnò il suo corpo, vestito da turco, mentre penzolava dalla finestra.
Fin da ragazzo Leonardo aveva questa passione, trasmessagli dal suo maestro Andrea del Verrocchio. Il maestro gli aveva insegnato a portare sempre con sé un taccuino, sul quale annotare tutto quello che lo colpiva.
Adesso voi direte: «Beh, è normale avere un taccuino». Anzi, forse oggi lo è meno, perché il nostro taccuino è diventato lo smartphone. All’epoca, però, la carta era rara, preziosa, importante. Leonardo, fin da ragazzo, prese l’abitudine di disegnare tutto quello che lo colpiva e tutto quello che scopriva.
Leonardo da Vinci è forse uno degli uomini più famosi di tutti i tempi, al pari di Napoleone e Hitler. Ma Napoleone e Hitler hanno ucciso, Hitler deliberatamente; su Napoleone il giudizio è più complesso. In ogni caso, entrambi hanno provocato la morte di milioni di persone.
Leonardo da Vinci no: era un artista. Ma non era soltanto un artista, era un genio. E non era soltanto un genio: era uno stregone, un visionario.
Figlio illegittimo, mai riconosciuto dal padre, ha cercato se stesso per tutta la vita. E, non sapendo bene dove né che cosa cercare, ha finito per cercare dappertutto, interessandosi a ogni cosa.
Disegnava perché l’umanità potesse conoscere ciò che lui aveva scoperto. Per esempio, osservò che il numero degli anelli concentrici nei tronchi degli alberi indica la loro età. Capì che i fossili non erano residui del diluvio universale, ma testimonianze del fatto che in luoghi come la Pianura Padana, in un tempo remoto, c’era il mare.
Intuì inoltre che era il Sole, e non la Terra, a trovarsi al centro del sistema planetario e che i pianeti si attraggono come calamite. Anticipò così alcune intuizioni sulla gravitazione più di un secolo prima di Newton.
Poi ci sono i segreti del corpo umano. Leonardo, come Michelangelo, studiava i corpi attraverso la dissezione anatomica. Un giorno Leonardo incontrò in un ospedale di Firenze un uomo di cent’anni. L’uomo si trovava lì non perché fosse malato, ma perché non aveva più nessuno che si prendesse cura di lui. Diceva: «Io sto bene, non ho bisogno di nulla».
Leonardo attese pazientemente la sua morte e scrisse nei propri appunti: «Feci notomia, per scoprire i segreti di sì dolce morte.»
Anche Michelangelo era ossessionato dallo studio del corpo umano, ma ne ricavò disgusto e finì per perdere l’appetito. Mangiava pochissimo e visse quasi novant’anni. All’epoca, la sua longevità era quasi venerata, a conferma del fatto che, purtroppo, per vivere a lungo bisogna mangiare poco.
Ma una delle grandi scoperte di Leonardo riguarda anche il volo degli uccelli. Leonardo ne intuisce alcuni segreti: per volare occorre vincere la gravità e generare una forza propulsiva sufficiente a sostenere il corpo nell’aria.
Disegna tre macchine per volare. Una è una sorta di deltaplano, con ali che ricordano quelle di Batman: l’inventore del personaggio, secondo questo racconto, avrebbe ripreso proprio le ali di Leonardo da Vinci.
Un’altra macchina si basa sul battito delle ali, ma, non avendo un motore, non poteva funzionare come Leonardo immaginava. La terza si fonda invece su un movimento rotatorio, che Leonardo osserva nei semi degli aceri: questi volano proprio perché ruotano.
La stampa, il libro e la circolazione delle idee nel Rinascimento
La prima poesia in italiano è il Cantico delle creature; Dante sceglie poi l’italiano per scrivere la Divina Commedia. Ma la vera rivoluzione del Rinascimento è il libro, reso possibile dall’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Gutenberg.
Siamo verso la metà del Quattrocento. Naturalmente, il primo grande libro stampato è la Bibbia.
Ma il primo grande editore è un italiano: Aldo Manuzio. Non era veneziano, era nato nel Basso Lazio, ma si era trasferito a Venezia, che all’epoca era una sorta di New York. A Venezia c’erano ebrei, greci, armeni, turchi, tedeschi. E c’era Aldo Manuzio, che inventò i libri tascabili e introdusse la stampa in ottavo, contribuendo a creare il libro moderno.
Come correttore di bozze chiamò un olandese di grande ingegno, ma con poca voglia di lavorare. Di lui è stato scritto: «Beveva come tre uomini e lavorava come mezzo uomo». Si chiamava Erasmo da Rotterdam. Erasmo è l’autore di uno dei grandi bestseller del Rinascimento, l’Elogio della follia, un libro che piaceva molto a Berlusconi, tanto che ne scrisse anche la prefazione.
Erasmo lo scrisse, almeno in parte, per scherzo. Se leggete l’Elogio della follia, trovate un libro molto divertente: prende in giro i vecchi che si tingono i capelli e le donne che cercano di sembrare più giovani di quanto siano.
È un libro che potrebbe essere stato scritto ieri. Se sostituite alle situazioni descritte da Erasmo la chirurgia estetica, che all’epoca non esisteva, vi ritrovate davanti a una satira del nostro tempo: quella dell’uomo che non accetta il passare degli anni.
Un pizzico di follia, in effetti, nella vita di tutti i giorni aiuta.
Oggi, invece, l’elogio che viene tessuto più spesso è quello dell’ignoranza.
L’ignoranza
In italiano, ormai, la parola “ignoranza” può assumere persino un significato positivo. A Roma, per esempio, le fettuccine caserecce e genuine vengono definite “ignoranti”. A Milano c’è un locale che ha un’insegna al neon con la scritta “Ignoranti fuori, belli lì dentro”.
L’ignoranza viene considerata un valore. Ci sono politici che hanno avuto successo non nonostante non sapessero usare il congiuntivo, ma proprio perché non lo sapevano usare.
È il disprezzo per la cosa pubblica, la res publica. Siamo noi ad aver inventato la parola e il concetto di Repubblica, eppure oggi li disprezziamo. Ecco, questa è una cosa che considero molto preoccupante.
Ma c’è un altro aspetto da considerare. Con il Rinascimento nasce l’editoria moderna e arrivano i grandi bestseller. Cominciano a circolare libri che non sono più destinati soltanto a finire in un convento o in un’università. Le università esistevano già, naturalmente, ma i libri circolavano in poche decine o poche centinaia di copie.
Tra le opere più diffuse dell’epoca c’era la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, il capo dei francescani. Bonaventura voleva proporre un’immagine di Francesco meno rivoluzionaria e meno tormentata. Per questo scrisse la biografia ufficiale del santo e ordinò che tutte le altre vite di Francesco venissero distrutte.
Qualcuna, però, sopravvisse. Oggi abbiamo una visione più vera e più ricca della figura del santo.
Bonaventura ordinò che quelle biografie fossero eliminate e che la sua venisse diffusa in 1.200 copie: oggi sarebbe molto modesta; all’epoca era straordinaria. Significava che ogni convento e ogni università avrebbe potuto avere almeno una copia di quel libro, destinata poi a essere letta da moltissime persone.
Con l’editoria moderna e il Rinascimento tutto questo cambia: i libri cominciano a essere stampati in decine di migliaia, talvolta in centinaia di migliaia di copie.
La Bibbia, naturalmente, rimane uno dei libri più venduti. Tra l’altro, uno dei grandi gesti di protesta di Martin Lutero fu proprio tradurla in tedesco.
Per la Chiesa cattolica la Bibbia doveva essere in latino, perché era necessaria la mediazione del sacerdote, che conosceva quella lingua e poteva spiegare il testo ai fedeli. Certo, c’erano anche gli artisti che ne rappresentavano le storie attraverso gli affreschi: erano le cosiddette «Bibbie dei poveri», destinate a chi non sapeva leggere.
Ma Martin Lutero porta alle estreme conseguenze una delle intuizioni dell’uomo rinascimentale: ogni uomo può avere un rapporto diretto con Dio; tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, nudi, come nel Giudizio universale di Michelangelo. Ognuno deve confrontarsi direttamente con Dio e con la propria coscienza: se ogni uomo ha un rapporto diretto con Dio, sostiene Lutero, non c’è più bisogno della mediazione del sacerdote e del Papa. E allora, perché non tradurre la Bibbia nella lingua che tutti possono comprendere? «La Bibbia ve la traduco io in tedesco».
Cominciano poi a diffondersi altri grandi bestseller dell’epoca, molti dei quali sono legati alle scoperte geografiche. È il momento in cui l’uomo scopre la Terra.
Cristoforo Colombo raggiunge l’America, ma Amerigo Vespucci si conquista una parte della fama grazie al libro Mundus Novus, il Nuovo Mondo. L’opera contribuisce a diffondere l’idea che Colombo non fosse arrivato nelle Indie, ma avesse raggiunto un continente sconosciuto agli europei. In realtà, Colombo aveva già intuito che quelle terre non corrispondevano alle Indie. Grazie anche al prestigio del libro di Vespucci, il nuovo continente prenderà il nome di America.
C’è poi un altro grande italiano, un personaggio straordinario ma non abbastanza conosciuto: Antonio Pigafetta. È lui a raccontare il primo viaggio intorno al mondo, compiuto dalla spedizione di Ferdinando Magellano, un navigatore portoghese.
Partirono in circa 250, affrontando un’impresa di coraggio straordinario. Nessuno sapeva davvero quanto fosse grande la Terra. Tornarono in 18, e tra loro non c’era Magellano, che era morto durante il viaggio. C’era invece Pigafetta, vicentino, che scrisse la relazione di quella circumnavigazione.
Grazie al suo racconto conosciamo oggi quell’impresa. Esiste anche un bellissimo libro di Stefan Zweig che narra l’epopea di Magellano, una storia che altrimenti rischierebbe di essere dimenticata. Paradossalmente, il viaggio di Magellano si rivelò anche poco utile dal punto di vista commerciale. Si comprese quanto fosse grande il mondo e quanto fosse vasto l’oceano Pacifico: raggiungere l’Oriente navigando verso occidente era un’impresa molto più lunga e difficile di quanto si immaginasse. Per i traffici con l’Asia si continuò quindi a utilizzare anche la rotta intorno all’Africa.
In seguito, con l’apertura del canale di Suez, non fu più necessario circumnavigare l’Africa per raggiungere l’Asia. E con il canale di Panama si aprì un’altra via di collegamento tra gli oceani, riducendo la necessità di percorrere la rotta attraverso lo stretto di Magellano, che si trova tra la Patagonia e la Terra del Fuoco.
Da questo punto di vista, dunque, il viaggio di Magellano può sembrare paradossalmente inutile. In realtà, ci rivelò quanto fosse grande la Terra. E grazie al libro di Antonio Pigafetta, diffuso in molte lingue e in numerose copie, quell’impresa divenne patrimonio di conoscenza condiviso.
Il prossimo anno ricorrerà il cinquecentesimo anniversario della morte di Niccolò Machiavelli, fondatore della scienza politica, il primo grande studioso della politica in senso moderno.
Eppure, pensate: Il Principe non fu stampato finché Machiavelli era in vita. Machiavelli morì nel 1527 e il libro venne pubblicato soltanto nel 1532.
Oggi, per riuscire a parlare dei propri libri, vi assicuro che bisogna fare una fatica bestiale, andando da una trasmissione all’altra. «Ah, lei ha scritto un libro sul Rinascimento? Bravo, bravo. Adesso ci parli di Vannacci». E io rispondo: «No, lasciatemi parlare di Leonardo da Vinci!».
Eppure, la grandezza del pensiero di Machiavelli è tale che il suo libro ebbe un successo universale, anche se l’autore non poteva promuoverlo: non c’erano ancora i talk show e lui, nel frattempo, era morto.
Il Principe, peraltro, contiene anche un grande abbaglio. Machiavelli si convince che l’uomo destinato a unificare l’Italia possa essere il Principe Valentino, cioè Cesare Borgia.
Cesare Borgia non era un grande condottiero: era soprattutto un uomo spietato, figlio del Papa. Riuscì a riunificare una parte dell’Italia centrale, ma, alla morte del padre, Rodrigo Borgia, che era papa Alessandro VI, venne eletto Giulio II, grande nemico dei Borgia. Cesare finì così in disgrazia.
Stampa, libertà di pensiero e il futuro dei giornali
Ludovico Ariosto fa compiere ai suoi paladini viaggi straordinari: fino alla Cina, come Marco Polo, oppure verso Occidente per arrivare in Oriente, come Cristoforo Colombo. Nel suo immaginario, i personaggi attraversano il mondo seguendo il cammino del Sole, per ritrovare nuove terre e un mondo nuovo. Ci si convince così che la Terra sia davvero rotonda, cosa che, ancora oggi, qualcuno mette in dubbio.
Ma questi libri fanno anche paura, perché la circolazione delle idee fa paura. Nasce quindi l’Indice dei libri proibiti e le opere vengono messe al bando.
Galileo Galilei è costretto ad abiurare davanti al tribunale dell’Inquisizione. Sostiene che sia il Sole, e non la Terra, a trovarsi al centro del sistema planetario. Ma non lo si può affermare liberamente, perché questa tesi sembra contraddire le Sacre Scritture: nel libro di Giosuè, infatti, è il Sole a fermarsi.
È una questione di potere, non di scienza.
Galileo rinuncia pubblicamente alle proprie idee, pur sapendo di avere ragione, per non fare la fine di Giordano Bruno, arso vivo sul rogo per aver intuito l’esistenza di infiniti mondi.
Si sapeva, dunque, che alcune verità potevano essere diverse da quelle ufficialmente accettate, ma non le si poteva scrivere.
I libri fanno paura, la stampa fa paura. Nascono l’Indice dei libri proibiti e l’Inquisizione. Si instaura un controllo ferreo, attraverso la censura, che però, alla lunga, finisce per cedere di fronte alla forza della stampa, degli stampatori e dei grafici, ma anche di chi scrive e di chi legge.
La Rivoluzione francese non sarebbe mai riuscita senza i libri e senza i primi giornali. Ci sono sempre state rivolte, ma erano spesso proteste senza speranza, senza progetto, senza cultura, senza libri e senza giornali.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino viene stampata in tantissime copie. Le idee circolano grazie alla stampa e le rivoluzioni riescono, con i loro crimini e le loro pagine nere.
Nella storia non esistono mai il bene e il male, il bianco e il nero, il giorno e la notte, nettamente separati e distinguibili con un colpo d’accetta. Eppure, attraverso queste vicende, prende forma un grande cammino verso la libertà e la democrazia.
In Italia questo percorso si compie soltanto nel 1946, con le prime elezioni a suffragio universale, quando finalmente anche le donne possono votare.
Siamo ormai nell’epoca dei giornali e quest’anno ricorrono i 150 anni del Corriere della Sera.
Raccontare la storia di un giornale è però sempre complesso, perché il giornale è fatto per il giorno. Diceva Indro Montanelli: «Non c’è nulla di più vecchio del giornale del giorno prima».
Le cose cambiano, si evolvono. Certo, al Corriere della Sera hanno lavorato personaggi straordinari, rimasti nella storia del giornalismo. Montanelli è uno di questi, Dino Buzzati un altro.
Pensate che Eugenio Montale, il più grande poeta italiano del Novecento, era un redattore del Corriere della Sera. Non era semplicemente un collaboratore che mandava un articolo: andava tutti i giorni in via Solferino a lavorare alla terza pagina. Questo rende il Corriere un patrimonio straordinario. Il suo archivio è qualcosa di eccezionale.
Ci sono stati anche altri grandi giornali. Io spesso ho frequentato La Stampa di Torino, dove scrivevano Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone e Primo Levi: collaboratori di immenso prestigio. Negli anni Sessanta, Il Giorno è stato un giornale estremamente vivace, di orientamento progressista, mentre il Corriereera spesso percepito come un avversario politico. la Repubblica, a sua volta, ha certamente cambiato il modo di fare giornale.
Oggi, però, non è un momento facile per la stampa. Stiamo attraversando una trasformazione e non so dire fino a quando resisteranno i giornali di carta. Non la vedo benissimo. Man mano che, purtroppo, scompaiono le persone abituate a leggere il giornale su carta, le copie vendute diminuiscono.
Qualche anno fa, durante la cattiva gestione di RCS, ci sono stati amministratori delegati che hanno lasciato l’azienda dopo aver accumulato perdite per milioni di euro, portando via anche bonus milionari. Per i giornalisti è stata un’umiliazione.
In quegli anni, a un certo punto, venne acquistato YouReporter, presentato come un investimento per il futuro e come uno strumento per coinvolgere direttamente i cittadini. L’idea era, in sostanza: non servono più soltanto i giornalisti tradizionali; anche voi potete essere reporter. Filmate quello che vedete e inviateci le immagini.
Quello fu un momento di scoramento.
Poi arrivò una fase di grande fiducia, quando spostammo una parte del lavoro sul web e vedemmo che il pubblico rispondeva.
Oggi, però, ci siamo resi conto che, in realtà, i siti dei giornali non rappresentano necessariamente il futuro. Quando ero ragazzo si facevano i focus group. Alla Stampa, come in altre redazioni, si riunivano gruppi di persone: giovani e anziani, abitanti delle campagne e delle città, ricchi e poveri, studenti e insegnanti, pensionati. Un gruppo di circa trenta persone, più o meno rappresentativo della società e dei lettori. Si chiedeva loro: «Che cosa volete dal vostro giornale?». E loro rispondevano esattamente quello che noi volevamo sentirci dire: «Vogliamo più reportage dall’estero, più cultura, più inchieste». Noi uscivamo dall’incontro e dicevamo: «Vedete? Il lettore la pensa come noi».
Oggi, invece, sappiamo esattamente che cosa legge la gente e che cosa vuole. E quello che emerge è che il pubblico non sembra più cercare la cultura, i reportage dall’estero e le inchieste con la stessa intensità di un tempo. L’intervista alla mamma di Moana Pozzi ha totalizzato un milione e mezzo di clic. Un milione e mezzo di persone che hanno letto una storia legata a un personaggio degli anni Ottanta. Ma chi sono queste persone? Non sono i giovani: siamo noi. Siamo noi che magari compriamo meno giornali di carta, ma leggiamo di più sui siti.
I giovani, invece, non frequentano i siti dei giornali. Si informano sui social e spesso leggono articoli giornalistici senza neppure sapere che si tratta di articoli pubblicati da un giornale.
Questo apre un orizzonte completamente nuovo.
Siamo davvero come nel Rinascimento: davanti a una terra incognita, una terra sconosciuta. Si tratta di andare oltre le colonne d’Ercole, superare i confini del mondo conosciuto e spingersi oltre l’orizzonte…
Intelligenza artificiale, dignità umana e libertà di pensiero
Sono sistemi che non mangiano, non bevono, non dormono. Non protestano, non chiedono soldi, non rivendicano diritti. L’intelligenza artificiale farà al lavoro intellettuale quello che i robot hanno fatto al lavoro operaio negli anni Ottanta e Novanta. Sarà sempre più così per gli impiegati delle banche, delle assicurazioni e dei giornali, ma anche per professionisti di ogni settore: notai, avvocati, architetti, ingegneri.
Sarà una vera rivoluzione. E se non mettiamo questa rivoluzione al servizio dell’umanità, se non la controlliamo e non stabiliamo delle regole, rischiamo conseguenze enormi.
Guardate: alla rivoluzione digitale non sono state imposte regole adeguate. Se non riusciremo a stabilire regole neppure per l’intelligenza artificiale, chi la controllerà davvero?
L’intelligenza artificiale potrebbe finire per controllare il mondo e diventare molto più potente della politica e della democrazia, che rischierebbe così di trasformarsi in un orpello inutile.
Fateci caso: alcuni di questi grandi miliardari, come Elon Musk e Peter Thiel, si sono formati nel contesto del Sudafrica dell’apartheid. Secondo questa lettura, non credono nell’uguaglianza degli esseri umani.
Sono anche sostenitori e finanziatori, per esempio, di AfD, il partito che è diventato una delle principali forze politiche tedesche e che definirei non tanto nazista, quanto piuttosto “non antinazista”.
Guardate che questo è un pericolo molto concreto. Non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di dignità dell’uomo, di difesa della dignità umana, che passa anche attraverso i libri, i giornali e il nostro lavoro.
Uno dei testi più belli del Rinascimento è un piccolo libro scritto da Giovanni Pico della Mirandola, un personaggio che mi è molto simpatico anche perché ha dato il nome italiano a Pico de Paperis, il personaggio di Walt Disney, davvero simpaticissimo.
Pico della Mirandola scrive il De hominis dignitate, Oratio de hominis dignitate, conosciuto come Discorso sulla dignità dell’uomo. In questo testo, che fu oggetto di condanna ecclesiastica, riscrive in qualche modo la Genesi.
Pico immagina che Dio, dopo aver creato Adamo, il primo uomo, gli abbia detto: «Io ti ho posto nel mezzo del mondo, affinché da lì tu potessi vedere meglio ciò che è nel mondo. E ti ho creato assolutamente libero. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori, che sono i bruti, oppure rigenerarti nelle cose superiori, che sono divine». Questa intuizione di Pico della Mirandola, fondata sulla libertà dell’uomo e sulla sua capacità di scegliere, ha ispirato molti altri grandi pensatori.
Nietzsche scrive che l’uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo. Pascal descrive l’uomo attraverso la tensione tra il bruto e l’angelo.
In realtà, nessun uomo è soltanto un bruto e nessun uomo è un angelo. Siamo esseri umani. E questo, già di per sé, è moltissimo.
In sintesi
Penso che oggi ci troviamo davanti a un bivio, come quello prospettato da Pico della Mirandola: possiamo scegliere di degenerare verso ciò che è inferiore, brutale, oppure di elevarci verso ciò che è superiore, verso il divino.
Dobbiamo difendere la civiltà dei giornali, la civiltà dei libri, la civiltà della carta. Una civiltà che coincide anche con quella della libertà intellettuale, delle idee e della democrazia.
Grazie per quello che fate e buon lavoro a tutti.
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