Il nodo è scrittura, struttura e progetto, perché “Annodare è un gesto primordiale”.
In questa affermazione è già contenuta una grammatica visiva che attraversa la storia del segno e del progetto. Il nodo non è soltanto un gesto funzionale: è una forma archetipica, un’azione che precede la scrittura ma che, in molti casi, la sostituisce o la anticipa. Nel suo intreccio si incontrano materia, ritmo, memoria e significato.
Nel corso delle civiltà, il nodo ha assunto un valore che va ben oltre l’uso pratico. È stato linguaggio, sistema di archiviazione, codice simbolico. Una vera e propria forma di “scrittura tridimensionale”, in cui la materia diventa portatrice di informazione.
Scrivevo nel mio romanzo dedicato alla cultura andina:
“Ripensai all’esperienza presso l’ayllu del ñaupaqenk, a dimostrazione dello stretto legame che lega la famiglia quechua. Da legame a nodo, e cioè il khipu, il passo è breve. Il nodo per la cultura inca era il massimo del simbolismo trascendentale. Era il legame familiare, ma anche il legame tra la Pachamama e Inti, tra terra e sole, tra l’Uomo e Dio…”
(Il Segreto dei Dieci Laghi, Marco F. Picasso – disponibile solo presso l’autore)
Il khipu, sistema di corde e nodi utilizzato dagli Inca, rappresenta uno dei più affascinanti esempi di scrittura non alfabetica: un archivio tattile e visivo in cui quantità, relazioni e narrazioni venivano codificate attraverso forma, colore e disposizione. Un design ante litteram, dove funzione e simbolo coincidono.
Ma il nodo attraversa molte altre culture. Nell’antico Egitto il simbolo snb, raffigurato come un nodo o un laccio, indicava la vita e la salute; in Cina il nodo unisce Yin e Yang, cielo e terra, positivo e negativo; nell’ebraismo i nodi dei tzitzit sono segni visibili del patto spirituale; nel cristianesimo il rosario eredita questa struttura ritmica e sequenziale. Anche nell’Islam il nodo compare come elemento carico di potere simbolico, evocato persino nel testo coranico.
In tutti questi casi il nodo non è decorazione, ma struttura di senso. È un dispositivo grafico che organizza il pensiero, una forma che trattiene memoria. Non a caso, ancora oggi, “fare un nodo al fazzoletto” significa ricordare.
Il macramè
Questa continuità simbolica trova un’espressione concreta nelle arti tessili. Il macramè, tecnica basata esclusivamente sull’intreccio manuale dei fili senza l’uso del telaio, rappresenta una delle massime espressioni di questa logica costruttiva. Documentato già nei fregi assiri del IX secolo a.C., diffuso in Asia, Africa e nel Mediterraneo, il macramè è un linguaggio visivo fatto di ritmo, modularità e ripetizione.
Nel contesto europeo, è a Genova che questa tecnica trova una forte codificazione tra Quattrocento e Rinascimento, parallelamente allo sviluppo dell’arredo e della decorazione tessile. Anche l’etimologia lo rivela: dal termine arabo mahramatun (fazzoletto) o micramah (frangia), passato al turco makrama, fino al lessico ligure. Una genealogia linguistica che riflette una continuità culturale e commerciale, ma anche una trasmissione di saperi visivi.
Come l’arabesco ‒ forma decorativa che rinuncia alla rappresentazione figurativa ‒ anche il macramè si fonda su ritmo, ripetizione e variazione. È una grafica senza segni scritti, una ‘scrittura’ fatta di tensioni, vuoti e pieni. In questo senso, il nodo diventa progetto: un atto consapevole che unisce estetica, funzione e memoria.
Nel nodo, forse più che in ogni altro segno, si manifesta l’origine comune tra arte, artigianato e comunicazione visiva. Un gesto antico che continua a parlare, silenziosamente, anche nel linguaggio contemporaneo del design.
Si potrebbe dire: lasciare il segno, riferendosi al nodo come emblema. Esso ha come fine, legare, congiungere ed esprime simboli. Pensiamo al gesto di annodare la cravatta che rappresenta eleganza ed è un segno che identifica e non lascia dubbi sul motivo che può indurre a indossarla.
Ragioniamo anche sullo stringere o allacciare rapporti umani, sull’aggrovigliare i pensieri e le parole scritte, pensate, parlate. In senso figurato tutto ciò lascia un segno.
Anche la trama di un romanzo, metaforicamente, si esprime attraverso un intreccio che congiunge le parti significative della storia, portando l’attenzione al senso dell’intero.
L’espressione “nodi da sciogliere”, ad esempio, comunica a livello intrinseco molto più di quanto afferma il suo significato letterale.
E’ sicuramente un argomento da approfondire che porta con sé molto più di quanto emerge dal simbolo stesso. Va oltre la scrittura visiva, materiale e comunica oltre la parola.
Ne “Il segreto dei dieci laghi” di Marco Picasso, la cultura peruviana degli Inca, rivela con la scrittura dei nodi il senso profondo del romanzo.
Ho letto il tuo articolo Marco… e la mente è andata in uno spazio più grande … ai nodi lunari. Non potremmo considerare anche quelli ?
Secondo Rudolf Steiner rappresentano un ritmo significativo nella biografia degli esseri umani.
Ogni 18 anni, 7 mesi e 9 giorni l’orbita del sole e della luna si ripresentano nella stessa relazione a livello cosmico che avevano nel momento della nascita di ognuno di noi!
Se ripercorriamo la nostra vita facendo attenzione ai nostri ‘nodi’ potremmo accorgerci che in prossimità di quel periodo gli eventi che si sono verificati nella nostra vita sono stati particolarmente faticosi.
Ma spesso segnano anche il passaggio a un nuovo capitolo della nostra vita.