Ai genovesi e turisti che entrano nella Cattedrale di San Lorenzo, oltre al tesoro conservato nella cripta, è d’obbligo mostrare il “miracolo della bomba”. Ma è quella vera? Pare di no. Genova è stata la città più bombardata d’Italia e doveva fare la fine di Dresda. 

di Stefano Gatti

La mattina del 9 febbraio 1941 – ore 8.15 – la flotta inglese, incontrastata, inizia il bombardamento di Genova. Un proiettile da 381 mm cade sulla cattedrale, passa due muri maestri e finisce, inesploso, sul pavimento.”

Inizia così la storia del ‘miracolo della Madonna’, cui come sappiamo è consacrata la città da quando, il 25 marzo 1637, la Repubblica di Genova elegge la Vergine a propria Regina e si pone sotto la Sua protezione.

Prima di iniziare la nostra ‘storia’ sui bombardamenti di Genova – che fu la città più bombardata d’Italia e solo per un puro caso non fece la fine di Dresda (1) – restiamo sulla bomba di San Lorenzo. Quasi un giallo.

Perché la bomba che ammiriamo (?) oggi è un falso. O per lo meno, non è la bomba che cadde nella cattedrale (ma non ci furono testimoni). Quella, se ci fu, si trova in fondo al mare.

Leggiamo da una pagina del 18 febbraio 1941, de Il Secolo XIX, il principale quotidiano cittadino:
Il proiettile di S. Lorenzo è stato rimosso e gettato in mare – Ieri, sotto la direzione delle autorità militari preposte alla difficile e pericolosa operazione, è stato rimosso da S. Lorenzo il proiettile rimastovi inesploso la mattina del 9. A mezzo di una grue (sic) costruita appositamente da artiglieri e da operai specializzati nell’interno del Duomo, il proiettile a cui era stata tolta la spoletta, è stato sollevato e caricato su un carrello con le ruote di gomma, quindi trasportato fuori della Chiesa, dove, a mezzi della grue dei Vigili del Fuoco, è stato susseguentemente trasbordato sopra un autocarro che si è poi diretto al mare. Il micidiale ordigno è stato poi caricato su una chiatta e trasportato al largo, dove è stato gettato in mare. La difficoltosa operazione è costata cinque ore di lavoro. (18 febbraio)

BOMBA San LORENZO

La bomba del miracolo. È ipotizzabile che in cattedrale a quell’ora non ci fosse nessuno, e in effetti non si hanno testimonianze dirette di presenti al fatto. Quella oggi esposta non è la bomba originale

Ma poco importa l’episodio in sé, perché questo bombardamento durato appena 30 minuti, avvenne da parte della Royal Navy completamente indisturbata, nonostante tutto il tragitto da La Spezia.

Per cui iniziamo da qui il nostro racconto.

Operazione Grog
Bombardieri inglesi

Bombardieri inglesi la mattina del 9 febbraio

 

Una squadra britannica (due navi da battaglia, una portaerei, un incrociatore e dieci cacciatorpediniere), al comando dell’ammiraglio James Somerville proveniente da Gibilterra entra, di sorpresa, senza incontrare alcuna resistenza nel golfo di Genova seminando morte e distruzione: 273 proiettili di grosso calibro e 782 di piccolo calibro. Circa 300 tonnellate di bombe che provocano 144 morti, 272 feriti e 2500 senzatetto, oltre 250 edifici distrutti.

Ma perché l’attacco?
Il servizio segreto britannico era venuto a conoscenza che il 12 febbraio si sarebbe svolto a Bordighera un incontro fra Francisco Franco e Benito Mussolini che avrebbe tentato di convincere il dittatore spagnolo a entrare in guerra a fianco dell’Asse.
Se la Spagna fosse entrata in guerra, Gibilterra sarebbe caduta e tutto il Mediterraneo sarebbe stato sotto il dominio dell’Asse.
Inoltre, voci raccolte dal servizio segreto inglese prospettavano un’ipotesi (rivelatasi poi falsa) di uno sbarco italiano nelle isole Baleari, che avrebbe comunque messo Gibilterra alla portata dei bombardieri a medio raggio italiani.
Per impedire a tutti i costi che il governo spagnolo facesse un tale passo occorreva dimostrare la debolezza dell’Italia, incapace persino di proteggere le proprie coste. Quindi, su ordine diretto dello stesso Churchill, nel pomeriggio del 6 febbraio salpa da Gibilterra la Forza H diretta alle coste liguri. Tre giorni, senza che le forze (?) armate italiane reagissero.

Ecco cosa si legge nel Bollettino n. 248:

Alle prime luci del giorno 9, una formazione navale nemica favorita da densa foschia, si è presentata al largo di Genova. Nonostante il pronto intervento delle batterie costiere della Regia Marina, le salve nemiche, che non hanno colpito obiettivi di carattere militare, hanno tuttavia causato 72 morti e 226 feriti – finora accertati – tra la popolazione e ingenti danni alle abitazioni civili. La calma e la disciplina della popolazione genovese sono state superiori a ogni elogio.

Sono le tipiche affermazioni ufficiali da Regime per mascherare l’inadeguatezza della propria (dis)organizzazione. La realtà è tuttavia un’altra.

Veniamo dunque alla cronaca.
Nel primo mattino del 9 febbraio sui cieli della città sono avvistati alcuni aerei ricognitori; fino a quel momento Genova aveva subìto tre incursioni aeree e una navale ed era stata posta in stato di allerta quarantasei volte e una ventina di volte in stato di preallarme. La presenza di aerei britannici atti ad azioni di ricognizione non era una novità per la popolazione, ma questa volta gli aerei non avrebbero scattato fotografie, bensì indirizzato il tiro delle artiglierie navali.

Ark Royal

La portaerei Ark Royal fotografata dalla HMS Malaya mentre si dirige verso Genova l’8 febbraio 1941

Alle 07:35 Genova viene posta in allarme, mentre tre aerei della Ark Royal si portano sulla città per guidare il tiro dei grossi calibri.
Alle ore 08:14 l’ammiraglio Somerville dà l’ordine di aprire il fuoco.
Le navi britanniche del 1º gruppo della Forza H aprono il fuoco da circa 19 km di distanza dalla città di Genova.

Da terra, si risponde al fuoco, senza alcun risultato di rilievo a causa della nebbia, ma anche perché la portata dei loro calibri costieri è insufficiente contro la potente gittata dei calibri delle navi britanniche. L’attacco termina dopo appena mezz’ora.

Gli obiettivi iniziali del bombardamento furono i cantieri Ansaldo e le fabbriche che si trovavano sui due lati del Polcevera, ma numerosi incendi, e relativo fumo, costrinsero gli inglesi a spostare il tiro sul bacino commerciale; altri colpi raggiunsero poi la centrale elettrica e il Palazzo delle OEG (Officine Elettriche Genovesi) (2) i bacini di carenaggio e infine fu colpita la nave cisterna Sant’Andrea che stava entrando in porto.
Furono colpiti anche moltissimi edifici civili e storici: oltre alla cattedrale di San Lorenzo, la chiesa della Maddalena, l’Accademia Ligustica e alcuni palazzi all’inizio di via XX Settembre, l’ospedale Duchessa di Galliera – dove trovarono la morte 17 ricoverati – e l’Archivio di Stato.
Una delle zone maggiormente colpite fu quella di piazza Colombo che per un certo periodo mutò il suo nome in “piazza 9 febbraio” per poi riprendere, a guerra finita, la vecchia denominazione.

Piazza Colombo

Edificio del quartiere di Piazza Colombo sventrato dal bombardamento navale britannico

Molti proiettili inglesi caddero in acqua (circa il 50%). Dei 55 piroscafi che erano nel porto 29 furono danneggiati da schegge, mentre ricevettero colpi diretti (due di cui uno da 381 mm) il piroscafo Salpi e il Garibaldi, che si trovava in bacino di carenaggio, che riportò tre squarci nella parte prodiera della carena per effetto di un colpo esploso all’interno del bacino. Il danno maggiore lo ebbe la nave scuola Garaventa (3) che affondò. Le due navi militari in quel momento in porto per riparazioni, la Caio Duilio e il cacciatorpediniere Bersagliere, non furono colpite.

Maria José

La principessa Maria Josè in divisa da crocerossina in visita ai quartieri di Genova colpiti da bombardamenti navali del febbraio 1941

I danni materiali e sociali furono enormi: non tanto gravi quelli degli impianti industriali, quanto quelli dei fabbricati civili. Il Comune dovette provvedere ad alloggiare presso alberghi e pensioni circa 2.500 senzatetto, erogando vitto e alloggio per 2.781.218 lire, aiuti in denaro per 955.289 lire, vestiti, scarpe, indumenti vari per 692.044 lire, articoli da cucina e masserizie per 315.374 lire, affitti per 77.765; mentre dalla “Cassetta del Podestà” vennero raccolte 1.472.649 lire a cui si aggiunse un milione di lire di contributo disposto da Mussolini. Decine di abitazioni del centro storico furono vittima di crolli anche posteriori al bombardamento.

Le bombe non si fanno attendere

Se quello del febbraio 1941 fu il più devastante, certamente il governo non aveva previsto che gli alleati non stavano inermi ad attendere una dichiarazione di guerra che molti italiani salutarono con applausi e al grido di “Eja Eja Alalà”.

 

Il primo bombardamento subìto dalla nostra città avvenne già il giorno dopo la tragica dichiarazione di guerra di Benito Mussolini il 10 giugno 1940.dichiarazione guerra

La notte fra l’11 e il 12 giugno, una mezza dozzina di bimotori inglesi Whitley lascia cadere su Genova circa 5 tonnellate di bombe, provocando alcune decine di morti e feriti, ma danni trascurabili.
La sera successiva, 13 giugno è la volta dei Francesi: otto bimotori Lioré et Olivier Leo 451 attaccano, con poco successo, i depositi di nafta di Vado Ligure.
La sera stessa partono da Tolone le navi della 3ª Squadra navale francese comandate dall’Ammiraglio Émile Duplat,dirette verso gli stabilimenti industriali di Genova e Savona.
Un primo gruppo attacca, mentre un secondo inizia la sua azione contro il tratto di costa fra Voltri e Sestri Ponente.

Qui la reazione italiana è più efficace: la Batteria Mameli spara 54 colpi con le sue artiglierie da 152, colpendo il cacciatorpediniere Albatros nel locale caldaie di poppa causando 12 morti.
Aprono il fuoco anche i due pontoni armati ormeggiati in porto.
Il primo, a Sampierdarena, spara due colpi con la sua torre binata da 381/40, mentre il secondo spara un solo colpo da 190 mm.

L’unica imbarcazione della Regia Marina a prendere parte alla difesa della città è la vecchia torpediniera Calatafimi, che stava scortando in zona una posamine – comandata dal tenente di vascello Giuseppe Brignole – la quale si avvicina alla squadra francese protetta dalla foschia e lancia alcuni siluri poco prima che le navi nemiche si ritirino, senza peraltro colpire alcun obiettivo.
A Savona si contano 6 morti e 22 feriti. Ancor più limitate le perdite fra i civili e le strutture a Genova.

Per Genova la guerra si fa seria

Se molti italiani inneggiano ancora alla facile vittoria, a Genova il morale scende a terra. L’azione francese ha un’importante peso sul morale degli abitanti e soprattutto sui vertici militari italiani, che credevano in una facile e immediata vittoria.

Di fronte al coraggio dei MAS e della Calatafimi, le difese liguri sono inefficaci. Le batterie dimostrano il limite dei loro calibri contro un bombardamento navale e viene evidenziata la pessima reattività dell’apparato militare.
La flotta francese riusciva infatti ad avvicinarsi indisturbata e ad allontanarsi altrettanto indisturbata, grazie alla mancanza di ogni attività di ricognizione e alla scarsa reattività da parte della Regia Aeronautica e della Regia Marina, che non riuscirono a intercettare, neppure successivamente, la flotta. 

Dal giugno 1940 al febbraio 1941 c’è una relativa tranquillità.
L’operazione Grog, con la sua inattesa e fulminea azione, avrà il suo maggior successo anche e soprattutto dal punto di vista politico perché raggiunse il suo obiettivo principale: fare pressione sul generalissimo Francisco Franco. Per convincerlo delle inopportuna scelta di mettersi contro la Gran Bretagna.
Fu proprio in seguito al rifiuto del dittatore spagnolo di schierarsi a fianco dell’Asse, che dovette essere sospesa la progettata operazione Felix con la quale i tedeschi volevano occupare Gibilterra.

E torniamo al 1941. Il bombardamento del 9 febbraio influisce in maniera rilevante sul morale della popolazione genovese. Sette giorni dopo nella chiesa di San Siro viene officiata una messa in suffragio delle vittime. Presenti tutte le maggiori autorità cittadine e un’enorme folla che impegna non poco i responsabili dell’ordine pubblico.
Il 18 febbraio con un treno speciale proveniente da Firenze giunge a Genova la Principessa Maria Josè in divisa da crocerossina.

Dopo una breve sosta a Palazzo Reale [cosiddetto perché dal 1824 ospitava i Savoia quand’erano in visita a Genova, ma in realtà Palazzo Balbi-Durazzo, ma questa è un’altra storia – ndr] si reca a visitare i feriti presso gli ospedali cittadini e le zone maggiormente colpite. Ma si racconta che nel corso della sua visita la principessa di Piemonte trovò soprattutto visi chiusi e ostili tra gli ospedali e nelle strade, segno che la popolazione genovese iniziava a provare risentimento verso la guerra nonostante le ondate propagandistiche di giornali e radio che si riversò sulla città nei giorni a seguire.

Mentre fino ad allora i genovesi si erano mossi per aiutare a costruire cannoni, eliminando le cancellate da palazzi e giardini:
Dal Secolo XIX:
Cancellate per fare i cannoni – I termini per la rimozione di cancellate di ferro o di altro metallo denunziate dai privati vengono stabiliti come segue: segue calendario: per i comuni 15 agosto; 20 settembre in provincia e il 20 novembre a Genova.”
Con l’avviso che “per tutti coloro che .. non provvederanno… prevede l’arresto da tre mesi a sei anni”.

A ricordo di quel 9 febbraio con la “Dominante” alla completa mercé della marina britannica, inizia la storia del proiettile da 381 con cui abbiamo iniziato questo racconto.

Una sua copia venne collocata nella navata destra, vicino all’ingresso, con la seguente iscrizione:
«Questa bomba
lanciata dalla flotta inglese
pur sfondando le pareti
di questa insigne cattedrale,
qui cadeva inesplosa
il 9 febbraio 1941.
A riconoscenza perenne
Genova – città di Maria –
volle incisa in pietra
la memoria di tanta grazia.
»

Prima dell’Armistizio
Teatro Carlo Felice

Il Teatro Carlo Felice dopo il bombardamento

I bombardamenti proseguono. Quelli del 1942 sono ricordati soprattutto per la tragedia della galleria delle Grazie presso Porta Soprana. A seguito di uno dei tanti allarmi aerei, la notte fra il 23 e il 24 ottobre, 354 genovesi morirono calpestati dalla ressa di persone che cercavano di entrare nel rifugio.

Il 25 ottobre il Secolo annotava: “Stanotte l’incursione nemica su Genova non ha fatto vittime; numerose vittime si deplorano per eccessivo affollamento all’imbocco di un rifugio.”

Due giorni dopo la conferma del “luttuoso incidente” del 23 ottobre. 

Infine nel comunicato “Mussolini agli italiani” del 3 dicembre si fa il punto.
A Genova: case distrutte 187 nel centro e 203 nell’intero Comune, danneggiate gravemente nel centro 1006, nell’intero Comune 1049; danneggiate lievemente 4569 nel centro e nell’intero Comune 4869; totale case colpite 5672 nel centro e nell’intero Comune 6121.”

L’anno seguente, l’8 agosto 1943, è il teatro Carlo Felice a essere distrutto.  L’edificio viene colpito due volte e sono distrutti i solai e le parti in carpenteria del teatro (palchi, soffittature, e così via); rimangono i muri perimetrali e il pronao.  Il rifacimento e ampliamento dello storico teatro si concluderà, dopo mille progetti e litigi, solo nel 1991.

Nello stesso ‘43 sono distrutte anche le chiese di S. Stefano e della Consolazione in via XX settembre, S. Siro nel centro storico.
Ben 169 sono le tonnellate sganciate su Genova, 100 i morti e circa 13.000 i senza dimora.
Prima dell’armistizio dell’8 settembre e la caduta del fascismo, la città subisce altri 6 bombardamenti con la distruzione di 1250 case.

Ma i problemi per Genova non finiscono. I nazisti resistono all’avanzata alleata dal sud e per loro Genova è una roccaforte nella quale devono contrastare anche l’attività dei Partigiani, particolarmente organizzati sia in città, sia sulle alture e nell’entroterra.
Nel corso dell’anno Genova sarà oltraggiata da 51 devastanti blitz.

Ma il culmine si raggiunge, non per i bombardamenti alleati, bensì a causa di un fulmine che, il 10 ottobre, fa brillare le cariche esplosive ammassate nella galleria di S. Benigno, sopra la stazione Principe. Le quali, a loro volta, innescano lo scoppio di un treno carico di munizioni, ricoverato nella galleria che crolla. Sotto i detriti del ‘promontorio’ (4) periscono 2000 persone. 

Nel 1945, a gennaio, i bombardamenti saranno undici, a febbraio quattro e in marzo tre. Ancora sette in aprile quando, finalmente, Genova insorge restituendo la libertà ai suoi cittadini.
La guarnigione tedesca si arrende tra la notte del 23 e la serata del 26 aprile.
Le prime truppe alleate giungono in città la mattina del 27, “a cose fatte”, come racconteremo a breve.

Note del redattore

  1. Un noto professore alla facoltà di architettura, dove insegnava tecniche di restauro, dice che inglesi e alleati avevano destinato a Genova la fine di Dresda. Con bombe dirompenti, unite ad altre incendiarie, dovevano trasformare la città in un ammasso di macerie fumanti. Così è stato per Dresda. Il professore precisa che a Genova il programma non ha funzionato per l’imponenza dei muri dei palazzi, un metro e più, resistenti taglia fiamma. Genova è bella, ma anche speciale.
  2. Mio padre, all’epoca dirigente delle OEG, dopo aver fatto sfollare suo padre e la famiglia ad Acqui, restava a Genova a coordinare il ripristino delle linee elettriche.
  3. La nave ricostruita, fu famosa anche nel dopoguerra come riformatorio: tanto che a scuola se uno si comportava male gli si diceva : “Ti mando sulla nave scuola Garaventa”.
  4. Promontorio è il nome di questa collina che si allunga verso il mare. È caratterizzata da una roccia calcarea manganesifera, quasi nera, detta appunta ‘pietra di Promontorio’, che ha notevole importanza nell’architettura genovese, e di cui parleremo.L’Autore di questo articolo è  Stefano Gatti, redatto con la collaborazione di Amedeo de Pirro e l’editing di Marco F. Picasso