Il futuro del packaging parla mediterraneo: dagli scarti di pesce e pomodoro un film bioplastico resistente, idrorepellente e biodegradabile.

La notizia buona è che la nuova bioplastica ottenuta dagli scarti di pesci e pomodori sarà tutta italiana. Dalle squame dei pesci e dalla cuticola del pomodoro potrebbe infatti arrivare una nuova generazione di imballaggi: resistenti, idrorepellenti e completamente biodegradabili.

Il packaging del futuro potrebbe avere il profumo del Mediterraneo. O, per essere più precisi, potrebbe nascere proprio da ciò che oggi consideriamo uno scarto dell’industria alimentare.

Nata in Salento

La startup 2pack, in collaborazione con l’Università del Salento, sta sviluppando un innovativo biopackaging ottenuto dalle squame dei pesci e dalla cuticola del pomodoro. Due materiali di recupero che, grazie a un processo brevettato, si trasformano in film bioplastici dalle caratteristiche particolarmente interessanti per il confezionamento di alimenti e cosmetici.

L’aspetto più sorprendente è che questo materiale non punta soltanto sulla sostenibilità. Le sue prestazioni sono infatti paragonabili a quelle richieste dall’industria del packaging: elevata resistenza meccanica, spessori ridotti, peso contenuto, proprietà idrorepellenti e completa biodegradabilità. In altre parole, un materiale capace di coniugare efficienza tecnica ed economia circolare.

Coating idrorepellente

L’ostacolo più evidente sembrava essere l’odore delle squame di pesce. Michele Carbotti, fondatore e CEO di 2pack, non solo ha avuto l’intuizione di utilizzarle come materia prima, ma ha anche sviluppato la soluzione. La tecnologia brevettata elimina infatti le molecole responsabili degli odori e, grazie a uno speciale coating idrorepellente, rende il materiale perfettamente idoneo al contatto con prodotti alimentari e cosmetici. Nessun profumo, nessuna crema e nessun alimento conserveranno traccia dell’origine della materia prima.

Accanto a Carbotti operano Antonio Rinaldi, COO dell’azienda, e Vincenzo Montaruli, CFO. Il progetto nasce dall’esperienza maturata nel settore della gestione dei rifiuti, dove Carbotti aveva già sviluppato soluzioni basate sull’intelligenza artificiale con la startup Minox.

Collagene e componenti vegetali

L’impiego delle squame di pesce per produrre bioplastiche non rappresenta una novità assoluta: esperienze analoghe sono già presenti in Sardegna e nel Regno Unito. L’elemento distintivo di 2pack è invece l’integrazione con un’altra risorsa tipicamente mediterranea: la cuticola del pomodoro, uno degli scarti più abbondanti dell’industria conserviera del Sud Italia. Il risultato è un materiale che valorizza due filiere agroalimentari locali, trasformando un problema di smaltimento in una risorsa ad alto valore aggiunto.

Scientificamente parlando, le squame del pesce forniscono collagene, la cuticola del pomodoro apporta componenti vegetali idrofobiche. Non è quindi un semplice riciclo di rifiuti: è la progettazione di un materiale composito bio-based, nel quale ogni scarto contribuisce con una proprietà funzionale. È un cambio di paradigma: non si cerca uno scarto da riciclare, si cercano biomateriali che possiedono già le caratteristiche desiderate.

Mercato promettente

L’obiettivo è ora passare dalla ricerca alla produzione industriale, individuando partner in grado di realizzare impianti per la produzione di film bioplastici. Un mercato destinato a crescere rapidamente ‒ vedi box ‒ , sospinto dalle nuove normative europee e dalla domanda di materiali sostenibili ad alte prestazioni.

Più che una curiosità scientifica, questa ricerca rappresenta quindi un esempio concreto della direzione che sta prendendo il packaging. Non si tratta più soltanto di sostituire la plastica tradizionale, ma di progettare materiali che nascono dagli scarti, offrono elevate prestazioni tecniche e, una volta terminato il loro ciclo di vita, ritornano naturalmente all’ambiente. Un modello di economia circolare che potrebbe trovare proprio nel Mediterraneo uno dei suoi laboratori più promettenti.

In sintesi

Il futuro del packaging non consiste soltanto nel sostituire la plastica con materiali biodegradabili. Consiste nell’imparare a progettare nuovi materiali partendo dalle proprietà che la natura ha già sviluppato. In questo senso il Mediterraneo non è soltanto un bacino di biodiversità: potrebbe diventare anche un laboratorio per la nuova generazione di biomateriali destinati all’industria del packaging.

Quanto al packaging cosmetico, le signore stiano tranquille che creme e profumi non avranno nessun ricordo della materia prima.

Il mercato globale del packaging sostenibile è già oggi stimato in oltre 320 miliardi di dollari e continua a crescere. Alcune analisi lo collocano addirittura intorno ai 360-370 miliardi di dollari nel 2026, con valori superiori ai 450 miliardi entro il 2031.
Anche il solo packaging flessibile (non necessariamente bio) è previsto raggiungere circa 370 miliardi di dollari entro il 2030.