Il tradizionale racconto di Ferragosto, quest’anno, ha un numero: 317/1. È il Sentiero Cesare Palaveri, in alta Val Malenco.
Lo incontro quasi per caso, durante una delle mie abituali escursioni. Il nome mi incuriosisce. Palaveri… certo, proprio lui. O meglio, il padre di Alberto Palaveri, per anni presidente di GIFLEX. E così, ancora una volta, la montagna finisce per riportarmi al mondo della stampa e del packaging.
Un semplice segnavia essenziale, come tutti quelli di montagna: Alpe Braccia 1h20. Pradaccio 2h30. Lagazzuolo 3h30. Un itinerario senza eccessi, lontano dalla montagna dei record. Una montagna da camminare, osservare e capire. Era questa la filosofia di Cesare Palaveri, figura storica dell’alpinismo lombardo del Novecento, Accademico del CAI, instancabile divulgatore dell’escursionismo culturale. Più che collezionare imprese, preferiva insegnare a “leggere la montagna”. E ci ha lasciato una fitta rete di itinerari che attraversano alcuni degli scenari più belli delle Alpi Retiche occidentali, tra Bernina, Disgrazia, Scalino, Tremoggia.
Un gigantesco imballaggio naturale
Camminando mi torna inevitabilmente alla mente il mondo del packaging. Può sembrare un accostamento curioso, ma non lo è affatto.
Le montagne, in fondo, sono un gigantesco imballaggio naturale. Le grandi falde di ricoprimento avvolgono e proteggono rocce molto più antiche, custodiscono gli antichi sedimenti dell’oceano che occupava queste regioni che, a loro volta, ‘impacchettano’ frammenti del mantello terrestre. Un enorme packaging geologico costruito in decine di milioni di anni, dove ogni strato racconta una storia diversa.
È come se la Terra avesse impacchettato il proprio passato. Per proteggerlo.
E quel passato è stato poi inciso, modellato e, in qualche modo, perfino “stampato” dai ghiacciai, dall’acqua, dal vento e dal gelo. Un lavoro tipografico paziente.
Molto diverso da un’altra “stampa” ben più violenta: quel sottilissimo strato di argilla ricco di iridio che, sessantacinque milioni di anni fa, segnò la fine dei dinosauri e di gran parte della vita sulla Terra. Due centimetri di roccia che racchiudono un evento planetario: il K/T. Un semplice foglio, nella grande tipografia della geologia.
(vedi Iridium Tour)
E poi c’è un’altra stampa ancora.
Quella lasciata dal martello del geologo.
Ogni estate, proprio qui, docenti dell’Università di Milano accompagnano gli escursionisti alla scoperta della storia geologica di queste montagne, spiegando come léggere pieghe, faglie e sovrascorrimenti. Una tradizione di studi che per due secoli ha visto passare decine di geologi.
Tra questi c’era anche il professor Remo Terranova, mio relatore di tesi, che proprio in quello stesso anno 1964 trascorreva qui le sue estati rilevando il gruppo del Bernina. È stato lui, letteralmente, a mettere “su carta” queste montagne, trasformando osservazioni di terreno in carte geologiche e nel volume Bernina. Itinerari, ricerche e immagini in uno splendido massiccio alpino (Erga Edizioni).
La stampa che uccide
Purtroppo c’è anche un “tipografo” che distrugge le abetaie. Ogni anno che passa lo vedo infestare inesorabile questi boschi: un coleottero, il bostrico typographicus, così chiamato per i segni, quasi caratteri da stampa, che lascia sui tronchi spogliati della loro corteccia. Una delle tante insidie contro la Natura.
(Vedi: Quel tipografo che distrugge i boschi)
Oggi il bostrico non è più una curiosità naturalistica: è il simbolo di un equilibrio che si sta rompendo. Quest’anno, camminando lungo i sentieri, il verde intenso degli abeti è interrotto sempre più spesso da macchie giallastre e tronchi secchi. Il bostrico continua il suo lavoro, favorito da inverni più miti e da estati sempre più calde. È difficile non leggere anche questo come una pagina che il cambiamento climatico sta stampando sulle nostre montagne.
Tre modi per leggere la stessa montagna
Ripensandoci, questo sentiero chiude un piccolo cerchio. Così la Valmalenco l’ho studiata sui libri di Terranova, l’ho camminata sui sentieri di Palaveri e me l’ha messa nel sangue mio padre. Tre modi diversi per leggere la stessa montagna.
Oggi, però, quella montagna ci chiede anche di imparare a leggere i segni, tipograficamente incisi, che il clima sta lasciando sui suoi boschi. Perché, come ogni libro prezioso, anche la natura può essere sfogliata, capita… oppure consumata fino all’ultima pagina.
E forse è proprio questo il vero filo che unisce la geologia, il packaging e la stampa: raccontare una storia lasciando un’impronta.
I tre tipi di “tipografo”
Il bostrico tipografico, che incide il legno e purtroppo sta cambiando il volto delle nostre abetaie, favorito dal cambiamento climatico.
Il geologo, che legge e interpreta la stampa lasciata dal tempo nelle rocce.
L’uomo, che stampa sulla carta per conservare e tramandare la conoscenza.

Buone vacanze
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