Questo è il racconto di tre giornate tra Umbria e Marche, tra interviste, premiazioni, etichette d’autore e geologia cosmica. Da leggere sotto l’ombrellone o in pineta.
Tre giorni in Umbria e Marche, tra stampa, etichette, musei e… meteoriti. Iridium Tour è stato tutto questo: un viaggio tra passione, memoria e scoperte sorprendenti tra stampa, cartotecnica e robotica tra inventori geniali, manutentori visionari, tipografi appassionati, etichette d’autore e, non meno importante, studenti premiati per il packaging sostenibile. Questi gli ingredienti alla base di una cronaca densa di piacevoli sorprese. Che noi abbiamo raccontato in una serie di articoli tutti da leggere, ma che vogliamo riassumere qui in un racconto geo-tipografico.
E cosa c’entra l’iridio, quel metallo raro e extraterrestre, che in un certo momento della storia è piovuto sulla Terra? Vedremo anche questo.
Dove la stampa è di casa
Tutto ha inizio con l’invito da parte del Comitato Istruzione Grafica e di Confindustria Umbria, ‒ per cui ringraziamo Francesco Tacconi e Domenico Taschini ‒ alla premiazione degli studenti dell’Istituto Franchetti-Salviani di Città di Castello, per i loro progetti per espositori da banco ispirati al Giubileo in memoria di Antonio Gasperini (leggi qui), e con la partecipazione e sponsorizzazione di ENIP-GCT .

Gli studenti alla premiazione in memoria di Antonio Gasperini nella Sala Consiliare di Città di Castello
Non si può far tappa nella città tifernate, senza fare incontri interessanti e istruttivi: non è un caso che qui vi sia un’alta concentrazione di floride industrie grafiche come Scatolificio Gasperini , parte in causa, azienda condotta da Alessandra Gasperini, figlia del fondatore Antonio Gasperini – l’imprenditore cui è dedicato il premio – figura storica del comparto e delle istituzioni locali. L’azienda – che da oltre 60 anni produce confezioni cartotecniche dalle scatole ai tubi e cappelliere in cartone per i marchi più prestigiosi a livello nazionale e internazionale – con il Premio Gasperini continua a promuovere cultura, competenze e passione in un settore dove la creatività resta protagonista.
Nella serata conviviale nella piazza principale di Città di Castello abbiamo occasione di incontrare vecchie conoscenze, imprese che hanno dato il loro contributo a questo premio e che con le loro iniziative in collaborazione con il Comitato Istruzione Grafica, contribuiscono alla formazione dei giovani verso la stampa e la cartotecnica.
Ci ritroviamo così, tra gli altri, con Leonardo e Lorenzo Bambini di ArteGraf, e con Paolo Chiavacci di Litograf Editoriale al ritorno da Roma dove ha ricevuto il premio “Industria Felix – L’Italia che compete” come miglior realtà nei settori comunicazione, cultura, informazione e intrattenimento.

Alcuni dei tanti brevetti di Giuseppe Ponti fondatore di CMC Group
La prima, Artegraf, è un’azienda di stampa e cartotecnica, specializzata in astucci e confezioni, tubi fasciati e stampati, di cui si occupa dalla progettazione grafica alla stampa e finitura completa. Lavori particolari come quelli esposti al Packaging Première di Milano, quali le scatole e pannelli portacampioni destinate agli architetti, o gli astucci per cosmetici di alta gamma con scatole auto-montanti.
La seconda, nata come Litograf, fondata nel 1985 da due giovani ‘tipografi’, Paolo Chiavacci e Luciano Eugaddi, è passata nel tempo da due a 40 persone, e da 300 ai 5000 metri quadri dello stabile inaugurato nel 2000. “Io seguivo il commerciale ‒ ci racconta Paolo ‒ ma spesso, al rientro in fabbrica, toglievo la giacca e andavo in produzione. Questi sono dei bei ricordi. Non ricordi più la fatica, ma solo hai in mente le soddisfazioni di essere arrivato lì, dove ogni progetto poi si realizzava.”
Non può mancare a questo punto la consueta visita a Gianni Ottaviani al lavoro tra pietre litografiche e piombi nella storica tipografia Grifani Donati, tuttora ubicata nel Seicentesco palazzo detto della Pesceria in via Cavour.
Visita caldamente raccomandata a tutti gli appassionati della tipografia storica, previo appuntamento. La passione, la simpatia e l’ironia di Gianni vi faranno trascorrere il tempo che dedicherete alla sua tipo-litografia nel migliore dei modi.
Una collezione di brevetti
In un simile contesto non può mancare un incontro in CMC Group, dove ogni visita è occasione per scoprire le ultime invenzioni in fatto di logistica per la cartotecnica, come descriviamo in articoli specifici e con l’intervista esclusiva al fondatore Giuseppe Ponti che ci racconta la sua lunga attività in un settore che lo ha reso celebre nel mondo tanto da attirare l’attenzione di importanti fondi di investimento.
Eh sì, perché la genialità tutta italiana del nostro interlocutore ci fa scoprire (quasi, perché alcuni segreti vanno gelosamente custoditi) incredibili linee di confezionamento robotizzate per un packaging e-commerce su misura, che grazie ai sofisticati software proprietari sono in grado di “studiare” in tempo reale qual è la miglior forma di confezionamento in termini di rapidità e risparmio di materiali.

La cena conviviale a Città di Castello in occasione della premiazione Antonio Gasperini.
Storie tra piegaincolla e cipolle
Da Città di Castello ci spostiamo verso Perugia, a Passaggio di Bettona, per incontrare Giorgio Tomassini, il manutentore visionario, che dopo aver passato ai figli le redini della cartotecnica da lui fondata – Tecnocarta ‒ ha pensato bene di scrivere la storia sua e dell’azienda da lui fondata quando decise di costruire con le proprie mani le prime macchine. Oggi preferisce dedicare il suo tempo libero all’allestimento di un Museo dedicato alla carta e alla sua lavorazione, coadiuvato da Francesco Tacconi e da Francesca Capitini, moglie di Alessandro. Questo sarà un museo unico nel suo genere e in cui potremo ammirare macchine rare, che ora Giorgio sta facendo tornare agli antichi splendori.
Giorgio Tomassini è un uomo di poche parole e grandi idee, umile, riservato e concreto, più attento agli altri che a sé stesso.

Nella taverna di Giorgio Tomassini è tutto pronto per il rito conviviale “Il maiale è servito”
Lo dimostra ogni anno con il rito conviviale “Il maiale è servito”, che celebra l’amicizia e il lavoro nella taverna che ha fatto costruire nella casa di famiglia sulle alture di Cannara, la terra delle sue origini.
E qui, tra una piegaincolla e una macchina flexo, abbiamo anche il tempo di conoscere la cipolla di Cannara, tipica del luogo di nascita di Giorgio Tomassini, e prelibato accompagnamento ai diversi piatti tipici della regione.
La cipolla di Cannara è una vera particolarità. “Umile e povera nella terra… nobile e raffinata sulla tavola” come viene definita, la Cipolla di Cannara ‒ rossa, dorata o piatta ‒ dalla polpa dolce e tenera ha qualità e proprietà uniche: ricca di vitamine, contiene acido folico, oligo-elementi, calcio, potassio e fosforo, contiene enzimi che stimolano la digestione e il metabolismo e persino un ormone vegetale dall’azione antidiabetica.
Vanta proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, grazie alla quercitina, un flavonoide che aiuta a tenere a bada i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Ma come utilizzare la cipolla di Cannara in cucina? La rossa si può consumare anche cruda in insalate e si può impiegare per marmellate e composte. La dorata è ideale per i sughi, pizza e zuppe e quella piatta, la ‘borrettana’, è ideale per ricette al forno. Ma il nostro racconto geo-tipografico non può prescindere dalla descrizione del terreno che fa di questa cipolla una vera particolarità. La piana di Cannara, ai piedi del Monte Subasio, quello che sovrasta Assisi gode di un microclima assai ventilato, che tiene le coltivazioni al riparo dai parassiti. Ma anche la geologia ha qui la sua importanza ‒ come del resto in tutti i prodotti della terra, a partire dal vino e dai formaggi ‒ per la presenza dei terreni sabbiosi e limosi che caratterizzano questa parte della valle tiberina, anticamente occupata da un lago prosciugato che oggi assicura un ottimo drenaggio.
Non mancate gli assaggi se siete in zona.Cipolla di Cannara ideale sugli arrosti
Quando l’iridio piovve sulla terra
La valle del Tevere nell’area tifernate è ampia e contornata dai monti. Il perché è stato un mistero fino a pochi anni fa, e solo studi approfonditi di geofisica e di paleomagnetismo hanno iniziato a fare chiarezza, spiegando anche perché la zona è ancora soggetta a terremoti (ma questa è un’altra storia).
Per passare dall’Umbria alle Marche ci sono diverse vie. Una di queste, la via Flaminia, passa per Gubbio. Ed è qui che incontriamo l’iridio, quel metallo raro e ostinato che sa dove farsi trovare quando la Storia fa il botto (e che botto!). Facciamo quindi una parentesi geologico-letteraria prima di proseguire con il nostro itinerario tra tipografi, litografi e Musei.
Sembra l’incipit di un romanzo: un geologo, in vacanza con la moglie, passeggia nei dintorni di Gubbio. Sotto i piedi, però, non c’è solo terra: c’è un mistero di proporzioni cosmiche… Come molte scoperte scientifiche, e non solo, quella del geologo Walter Álvarez, è avvenuta quasi per caso. A Gubbio, Walter era in vacanza per Natale. Ma un geologo anche quando passeggia non può fare a meno di osservare le rocce. Fu così che percorrendo la Gola del Bottaccione, appena fuori città – “stretta e tortuosa, con pareti di roccia [in strati sovrapposti] a strapiombo, a cui si aggrappano un audace acquedotto medievale e il trecentesco eremo di Sant’Ambrogio” – notava qualcosa di insolito. Ci vollero anni e la collaborazione tra diverse discipline scientifiche per comprendere, e poi dimostrare, che un sottile strato di argilla di un rosso scuro quasi nero, celava e al tempo stesso indicava una della grandi catastrofi sulla Terra. Come sa ogni geologo fin dal primo anno di Università, la geologia non deve considerare l’eventualità di una catastrofe. Ogni trasformazione, avviene gradualmente, nel corso di decine di milioni di anni (esclusa l’attuale crisi climatica perché indotta dall’uomo). Tuttavia, in questo caso la catastrofe ci fu e fece strage di dinosauri e non solo.
Lo strato di iridio, la traccia lasciata dall’assassino dei dinosauri, 65 milioni di anni fa. I fori di carotaggio sopra e sotto sono stati eseguiti per raccogliere microfossili: quelli trovati sotto appartengono al Cretaceo; quelli delle carote sopra lo straterello, al Terziario.
Chi fu l’assassino?
Ci vollero anni di ipotesi e studi accurati per concludere quale fosse la causa di questa estinzione di massa. La competizione era tra due scuole di pensiero: quella, graduale, dello spettacolare vulcanismo in India che aveva dato origine all’intera regione del Deccan, oppure la catastrofica caduta di un meteorite. Ma se non si trovava l’arma del delitto ‒ il meteorite ‒ non si poteva individuare l’assassino. Le vittime però c’erano, e furono molte: il 76% degli esseri viventi, vegetali e animali, che popolavano la terra, oceani e aria compresi. Dai quasi invisibili foraminiferi, piccoli ma fondamentali per comprendere questa storia, ai giganteschi e ben più noti dinosauri. Siamo tornati indietro di 65 milioni di anni nella nostra storia, ma ne valeva la pena. Quello straterello rosso scuro, denso di iridio, indica il limite K-T, vale a dire il passaggio tra due ere geologiche: il Mesozoico e il Cenozoico (tra il Secondario e il Terziario in parole povere).
Che questo cambiamento fosse stato improvviso suscitava dubbi in tutti i geologi, finché fu trovato e confermato il luogo d’impatto (l’arma del delitto): il Cratere di Chicxulub nella penisola dello Yucatán, in Messico. Gli Sherlock Holmes della geologia, avevano trovato l’arma del delitto: un meteorite del diametro di almeno 10 km che ha colpito la Terra alla velocità di 30 km/s. Le conseguenze sono immaginabili: sole oscurato e decine di anni di inverno, ricaduta sulla Terra di polveri e gas velenosi. E tanto iridio, tutto concentrato proprio, e solo, nelle rocce formatesi 65 milioni di anni fa. Ovunque nel mondo, anche se le prime furono osservate proprio a Gubbio. Oggi quel punto della Gola è visitato da geologi di tutto il mondo, ed è ben indicato lungo la strada carrozzabile; di fronte, si trova una modesta osteria, che serve ai turisti di passaggio, tra le altre cose, un ottimo amaro.
Etichette d’autore
Terminata la visita, d’obbligo per ogni geologo, alla Gola del Bottaccione, ci rechiamo a Cupramontana, dove possiamo visitare il Museo dell’Etichetta, guidati dal signor Erik.
Come sappiamo questa cittadina marchigiana è nota come capitale del Verdicchio, e non poteva certo mancare un museo dedicato esclusivamente alle etichette da vino.
Lo visitammo già nei primi anni 2000 quando era ospitata a Palazzo Leoni dove rimase fino al 2016. Ne fu fondatore, il signor Rossi, che aveva iniziato a staccare le etichette dalle bottiglie di vino e a collezionarle. Come si sa la voce gira e iniziarono ad arrivare etichette da tutto il mondo. La collezione è divenuta pubblica nel 1987 e oggi questa gigantesca collezione si trova in un luogo speciale, che qui a Cupra Montana chiamano Musei in Grotta (MIG). Queste grotte alto non sono che le antiche cantine del Monastero di Santa Caterina del XVIII secolo, luogo fresco d’estate, temperato d’inverno. Sarà l’ambiente, saranno le tante etichette ma vagando in queste grotte sembra di avvertire l’aroma del vino.
Se passate da Cupramontana, il MIG è una tappa imperdibile. E magari, tra un Verdicchio e una grafica d’autore, vi verrà voglia di disegnare la vostra etichetta ideale.
Un invito ai produttori di etichette

Vetrina del concorso Etichetta d’Oro a Cupra Montana
Le etichette vi sono esposte in ampie bacheche in ordine cronologico partendo dalle più antiche (che riportavano solo il nome del vino) per poi proseguire con un viaggio intorno al mondo e intorno alla grafica e alla stampa. La raccolta comprende una sezione storica con etichette tra Otto e Novecento; una sezione contemporanea, ne ospita già più di sessantamila provenienti dai vari Paesi produttori di vino, divise per provenienza geografica e per tematiche; infine una sezione artistica raccoglie oltre quattrocento opere, compresi i bozzetti, eseguite da artisti di fama. In più, il Museo ospita manifesti dal 1929 ai giorni nostri.
Ogni anno il Museo indice il premio nazionale “Etichetta d’oro“, da assegnare alle ditte partecipanti per la migliore etichetta in uso abituale; e la rassegna grafica “Vinimmagine” con idee e proposte per un’etichetta.
Concorso e rassegna che vorremmo estendere ad altre categorie, e sarà nostro impegno farcene cura, per valorizzare non solo il design, ma anche le tecniche di stampa e di nobilitazione. Sarà quindi impegno di MetaPrintArt, già in contatto con il Comune, di coinvolgere il più possibile gli etichettifici italiani, ma anche le aziende costruttrici di macchine per la stampa di etichette e la loro nobilitazione.
Musei della Stampa oltre la stampa
La geografia delle Marche non è così semplice come si può credere. Per spostarsi da una provincia all’altra si hanno due alternative. Scendere sull’Adriatico percorrere la costa e risalire alla prossima destinazione. Oppure scegliere un panoramico e turistico saliscendi tra gole e colline. Così da Cupra Montana a Urbino piuttosto che scendere a Falconara passando per Jesi, visitando se si ha tempo un altro Museo della Stampa, si può passare per l’interno con un percorso a tratti mozzafiato per la Gola Rossa e la Gola del Furlo.
Giunti a Urbino, e precisamente alla Corte della Miniera ci attende Museum Graphìa, fondato da Egiziano Piersantini quando alla fine degli anni ‘80 decise di tornare nella sua terra dopo un lungo soggiorno a Varese come stampatore d’arte con litografie su pietra.
La Corte della Miniera prende il nome da una miniera di estrazione dello zolfo attiva dal 1299 al 1982; dalla chiusura fino al 1990 fu eseguita la ristrutturazione delle aree dismesse convertendole in un Museo della Stampa in tutte le sue sfaccettature con annesso centro artistico.
Oggi è anche un agriturismo che accoglie soprattutto scolaresche, ospita macchine tipografiche, torchi litografici e una enorme collezione di pietre litografiche, telai serigrafici tutte attrezzature su cui si possono seguire corsi di apprendimento e di specializzazione. Museum Graphìa annesso al centro Corte della Miniera propone progetti formativi rivolti sia nel mondo della scuola, sia a quello del lavoro, ma anche per artisti, in erba o affermati, che intendono formarsi nelle tecniche litografiche, serigrafiche e dell’incisione. Le attività didattiche che vi si svolgono comprendono sezioni di ricerca e promozione della stampa aderendo ai progetti Erasmus Horizon (certificazione europea per la formazione VET).
Questo è dunque un laboratorio vivo, dove la stampa si impara facendo. Litografia, serigrafia, tipografia: ogni torchio qui ha una storia da raccontare, magari a studenti e visitatori in vacanza.
Perché lo zolfo?
La Corte della Miniera di Urbino è stata un importante sito estrattivo di zolfo nativo. Ma perché proprio qui, nell’entroterra marchigiano?
Anche in questo caso la risposta è scritta nella geologia e arriva da molto lontano, nel tempo e nello spazio. Circa 6 milioni di anni fa, durante un periodo chiamato Crisi di Salinità del Messiniano, il Mediterraneo si trasformò in un mare quasi chiuso: l’acqua evaporò in gran parte, lasciando sul fondo enormi strati di sali e composti solforosi. Questi sedimenti, sepolti e trasformati nei millenni, hanno dato origine ai giacimenti di zolfo dell’Appennino, tra cui quello di Urbino.
Qui, per secoli dal 1299 al 1982 lo zolfo è stato estratto per usi fondamentali: dalla polvere da sparo ai fertilizzanti, fino all’industria chimica moderna.
Nel tempo, le tecniche estrattive si sono evolute: dalle gallerie scavate a mano, fino ai forni Gill e al sistema Frasch, che permetteva di sciogliere lo zolfo sottoterra con vapore e recuperarlo in superficie. Ogni fase di questa lunga storia ha lasciato tracce nel paesaggio e nella memoria del territorio.
Oggi la miniera è chiusa, ma le rocce e il paesaggio raccontano ancora la storia di un mare scomparso… e di un minerale che ha segnato l’economia e la cultura della zona.
A Pesaro c’è un Teatro tipografico
Stiamo per giungere al termine dei nostro viaggio tipografico, gastronomico, geologico, con l’ultima tappa dell’itinerario a chiudere il cerchio: Pesaro, dove “da sempre” lavora, ospita, canta Giorgio Montaccini che si divide tra il tradizionale tipografo per le famiglie, con partecipazioni, biglietti da visita, locandine, e la cui fama attira giornalisti della carta stampata e della televisione, come i servizi che gli ha dedicato RAI3.
Non importa perché meriti una visita che il Museo Tipografico Montaccini ospiti una piano-cilindrica di inizio Novecento, e neppure un raro torchio Albion del 1862, o il torchio da tavolo Zini “privilegiata fabbrica timbri in Milano” e tante altre rarità e raccolte di fregi tipografici, ma l’accoglienza, perché questo è più di un normale Museo della Stampa. D’accordo che qui potere ammirare il famoso ‘cartesino’ un carattere in piombo di contenente l’intera Ave Maria in latino, (nota come l’Ave Maria dei Tipografi) incisa su un carattere delle dimensioni di 2×4 mm (6 punti Didot), nel carattere Microgramma Eurostile disegnato da Aldo Novarese, che le Fonderie Nebiolo fusero per farne dono al papa in occasione di una sua visita a Torino [dai documenti non è chiaro a quale Papa, in che anno e in quale occasione. Ne furono fusi diversi esemplari che Nebiolo dava in omaggio ai visitatori importanti – ndA]. E affinché i visitatori dubbiosi possano rendersi conto che questo microgramma è perfettamente leggibile, Giorgio ha allestito, con l’aiuto del nipote, un particolare microscopio che riprende e visualizza la composizione su uno schermo delle dimensioni di un telefono. Un bel contrasto questo smartphone tra antichi torchi.
Quando la stampa è una sinfonia

Con le sue comode poltrone il Museo di Giorgio Montaccini accogli i visitatori che non vorrebbero più andarsene
Ma il Museo Tipografico Montaccini è ben altro, come abbiamo raccontato in questo articolo. È anche l’aria che qui si respira. Sarebbe allora più corretto chiamarlo Teatro-Museo tipografico, che ti accoglie con comode poltrone e dove – torchi, piombi e macchine ‒ si presentano come su un palcoscenico, attori pronti per una recita, solo in cerca di un autore. Ma qui l’Autore c’è: Giorgio, capace di intrattenere i visitatori anche con la musica, e gli spartiti rossiniani qui non mancano certo. Del resto, non si dice che ‘carta canta’? Un Museo armonico, un misto di barocco e dodecafonico, che identifichiamo più con Berio che con Bach.
Oggi vorrei essere io l’autore. Ma prima devo conoscere gli attori, li devo coccolare per farmeli amici, perché quando gli attori sono avanti con gli anni, occorre trattarli bene, avere cura di loro. E Giorgio li tiene allenati, sempre pronto a far loro stampare qualcosa, e se trova un aforisma che non ha ancora stampato, ne prende nota e sarà la prossima composizione in piombo che lui imprimerà su un foglio da appendere alle pareti. E allora invento e propongo a Giorgio un nuovo aforisma: “Una stampa ben fatta è come una sinfonia: se stona, lo senti subito”.
Ma poiché non si può che convenire con il poeta che disse “entro nella tipografia e aspiro quel profumo di inchiostro, carta e magìa, che inspiegabilmente a nessuno è venuto in mente di imbottigliare”, Giorgio ci ha pensato, e stappa una bottiglia di Morro d’Alba appositamente conservata per le visite dei veri Amici. E come tali ci ha accolto e ci ha insegnato che in un mondo che corre, la tipografia è un tempo lento, fatto di mani, piombo e poesia.
E in questo tempo lento e ancora con il sentore dell’aroma del Morro d’Alba, torniamo alle nostre abituali attività, in attesa di un prossimo Tour.
Marco F. Picasso



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