Abitualmente il giornalista intervista l’imprenditore. Chiara Prati, al contrario, ha voluto intervistare Marco Picasso.

Chiara Prati ‒ Marco, ci conosciamo da ormai più di 30 anni, e possiamo dire di esserci “visti crescere” a vicenda.
Marco F Picasso ‒ Quando ci siamo incontrati era il 1999: tu giovanissima, io in realtà ero già cresciuto, ma ancora ‘giovane’ nel giornalismo grafico.

Quali sono primi passi che hanno contraddistinto il tuo percorso formativo?
‒ Credo che per ciascuno di noi la storia della vita e del modo di lavorare, trovi risposta nella teoria dell’evoluzione darwiniana: è il prodotto dell’interazione tra sollecitazioni interne come il carattere, e esterne come l’ambiente. Ma, e questo accade anche nell’evoluzione delle specie, ci si mette di mezzo anche il caso. Per me è stato fondamentale, come ho raccontato nel libretto “La Stampa è Bella”. Se devo invece parlare del mio periodo giovanile, formativo, beh è stato banale, senza infamia e senza lode, classico di un ragazzo cresciuto nella media borghesia cittadina.

Ma non c’è niente di male...
‒ Certo. Ma in queste ultime settimane ho conosciuto alcuni imprenditori del nostro mondo della stampa e del packaging da cui ho, e abbiamo tutti noi, molto da imparare. Vengono dalla campagna, ma la loro genialità e il loro essere visionari li ha spinti ad andare oltre, a realizzare i loro sogni. Io non mi sento affatto speciale.

Guardare alle soluzioni non ai problemi

Un altro esempio l’ho visto in tuo papà, Pietro Prati. Mi raccontò la sua storia e ne rimasi colpito: un giovane che non si compativa ‒ aveva avuto problemi di salute quando andava a scuola ‒ ma lottava e guardava alle soluzioni non ai problemi. Anche lui, a mio parere, è stato geniale e visionario in ciò che lo spingeva a realizzare quello che aveva in testa. E sempre con umiltà. Molti episodi della sua vita lavorativa sono stati segnati da contrattempi, a volte interni altre volte esterni, che lui ha sempre superato con tenacia. Ecco in questo posso dire, con una piccola dose di orgoglio, anche per me ci sono stati momenti difficili da superare, che mi hanno formato.

Mi incuriosisce il tuo modo di scrivere, diverso da quello dei tuoi colleghi. Come lo spieghi?
‒ Vedi, io non sono nato per scrivere. La mia è stata una necessità per mettere in pratica quella che forse era una mia vocazione originale. La curiosità, la voglia di scoprire. Ora ti farò sorridere: quand’ero bambino avevamo in salotto un grande dipinto dell’Ottocento, un paesaggio e sullo sfondo una montagna. Io restavo ore davanti a quel quadro immaginando cosa ci fosse oltre la montagna. Questa era la mia natura ed è rimasta tale: voglio sempre scoprire cosa c’è oltre e voglio trasmetterlo. Volevo fare l’esploratore e forse per questo mi sono laureato in geologia, per andare a vedere quello che c’è non solo oltre, ma anche dentro. Le volte che per lavoro ho seguito gli scavi in gallerie, mi sentivo nel mio ambiente. Non per niente ho scritto un romanzo, inedito, che ha per protagonista una galleria e le poche persone che hanno letto la bozza se ne sono entusiasmate. Vorrei anche aggiungere che questo “oltre” spiega il “meta” nel nome della mia rivista.

Quindi ti spinge la curiosità. Ma anche lo stile è particolare…  
‒ Sì, perché non sapevo scrivere (ride). Quindi quando ho scoperto che quello era il mio lavoro ho iniziato a leggere molto, soprattutto i grandi giornalisti di quegli anni: Buzzati, Biagi e persino Gianni Brera. Come dicevo ho sempre desiderato saperne di più. Quando le aziende invitavano noi giornalisti per mostrarci una novità, non mi accontentavo mai di quello che mi dicevano, e i colleghi mi prendevano in giro anche perché con le mie domande ritardavo il momento del pranzo…

Il complesso mondo delle etichette

Ma vorrei tornare alle mie esperienze con l’azienda Prati, perché questo è un esempio significativo.
Il settembre 1999 è stato un momento particolare della mia vita di giornalista dell’industria grafica: il Labelexpo a Chicago che visitai con il gruppo di Gipea. E lì conobbi Pietro Prati e una giovanissima Chiara Prati. Giravo per gli stand con voi, e lui mi spiegava le macchine con pazienza, forse aveva più pazienza con me che con te… Mi ha fatto appassionare al complesso mondo delle etichette, che non basta saperle stampare, facendomi scoprire l’importanza del controllo e, oggi, della nobilitazione.
Prati è stato un buon maestro perché lui non si fermava lì. Aveva già in mente nuove soluzioni per migliorare un settore che si era da poco affacciato al vostro mondo. Lui intuiva con anticipo cosa si sarebbe potuto sviluppare. Non è il caso di parlare di cose che conosci meglio di me. Le etichette, che qualcuno aveva definito l’abito della festa dei prodotti, dovevano essere sempre più belle, più complesse, più nobili. E così avete inventato la nobilitazione, oggi digitale. Insomma, seguendo i progressi di Prati, ho soddisfatto la mia voglia di scoprire.Prati_LX

Ma non mi hai detto perché tu scrivi i tuoi articoli in modo diverso da come fanno tutti.  
‒ Già, mi sono distratto… Direi che alla base c’è l’imperativo di Antonio Ghiorzo che gli articoli non vanno scritti con l’acqua ma col sangue. Certo, ma secondo me non è solo questo. Per me la risposta è semplice: la gente ha poca voglia di leggere, ma ho sperimentato che se trovano un articolo tecnico che è quasi un racconto, allora lo leggono più volentieri. E poi, diciamolo pure, io mi diverto a scrivere gli articoli come se fossero racconti, vivaci, coinvolgenti.

Da dove tiri fuori la passione per ciò che fai? 
‒ Perché altrimenti mi annoio.

Nel tuo libro “La Stampa è Bella” parli delle tue diverse esperienze di lavoro precedenti nell’industria. Come hai deciso il passo alla libera professione e alla nascita di MetaPrintArt? 
‒ Ho fatto di necessità virtù. Nel primo caso l’azienda in cui lavoravo, un’azienda familiare purtroppo condotta male, ha dovuto chiudere nel 1985. Il caso, e forse il mio modo di lavorare con scrupolo, mi ha portato a collaborare con Rassegna Grafica nel 1990 e poi a prendere in mano Graphicus nel 2002. Quando l’editore di Graphicus ha avuto problemi e ha chiuso l’azienda ho pensato di fondare MetaPrintArt la prima rivista online del nostro settore.

La settimana scorsa eri a Cupra Montana. Cosa ci facevi? 
‒ Ero in Umbria e Marche per diversi impegni di lavoro ‒ puoi leggerne il “reso-cconto” (un mio improbabile neologismo che mischia i termini: resoconto con racconto) “Iridium Tour” che ho tratto da queste tre giornate ‒ e non potevo mancare dal visitare il Museo dell’Etichetta di quella simpatica cittadina marchigiana, patria del Verdicchio. Ti dirò di più: voglio coinvolgere le aziende del settore, come la vostra, per organizzare eventi e concorsi speciali oltre al premio nazionale “Etichetta d’oro”, che già fanno loro. Sono in contatto con il Comune e mi pare che siano favorevoli.

E in ultimo ci confessi qualche peccato? 
‒ Devo scegliere tra i tanti. Che non sopporto le persone saccenti, che ti spiegano anche quello che non conoscono. Odio non l’ignoranza in sé, ma la presunzione. E ne vedo troppa in giro, e forse io stesso appartengo a quella categoria, e quindi questo è il mio peccato più grave.

Chiara Prati interv M P

“E per finire… ci confessi un tuo peccato?”