Marco Picasso dialoga con Anna Paola Cavanna sul ruolo dell’impresa, della cultura e del packaging nella società.
“Il packaging non è ciò che avvolge un prodotto. È ciò che protegge il suo valore.“
Piacenza, 10 luglio 2026
Chi conosce Anna Paola Cavanna sa che parlare con lei significa inevitabilmente uscire dal recinto del packaging. Si parte dagli imballaggi e ci si ritrova a discutere di giovani, etica, responsabilità, ricerca. Quello che segue è il resoconto di una conversazione. Con poche domande preparate e molte nate strada facendo.
L’ottimismo è una scelta
Anna Paola Cavanna, in questi ultimi anni ci siamo confrontati in più occasioni, soprattutto tecnologiche e aziendali, in cui abbiamo avuto modo di confrontare le reciproche competenze e idee. In questa occasione vorrei attivare un dialogo, aperto e sincero. Se sei d’accordo cominciamo subito.
Cominciamo subito!
In tanti incontri mi ha colpito una tua caratteristica: il tuo ottimismo. Da dove nasce?
Mi parli di fiducia. La fiducia nasce dall’ascolto, dalla curiosità, dal confronto con persone che hanno competenze diverse dalle nostre. E chi fa impresa conosce bene le difficoltà.
Ma come riesci, oggi, a vedere opportunità dove molti vedono soltanto problemi? Tanto più che stiamo vivendo crisi energetiche, instabilità geopolitica, inflazione.
Sarebbe ingenuo fingere che tutto questo non esista. Eppure, ogni volta che ho attraversato un momento difficile, ho scoperto che proprio lì nasceva un’occasione per crescere. Credo però che l’ottimismo non sia un tratto del carattere, ma una scelta.
Venendo al tema centrale, l’industria del packaging, viviamo in un momento di continui cambiamenti normativi e una crescente complessità dei mercati.
Durante i miei due mandati alla Presidenza dell’Istituto Italiano Imballaggio ho avuto il privilegio di conoscere praticamente tutti gli attori della filiera del packaging: produttori di materie prime, trasformatori, costruttori di macchine, brand owner, università, centri di ricerca, laboratori, istituzioni e associazioni.
Non è da tutti e direi che possa essere stata una fondamentale esperienza umana e professionale.
Sì, un’esperienza straordinaria. Ho sempre cercato di rappresentare il settore in modo trasversale, senza schierarmi a favore di un materiale piuttosto che di un altro. Sarebbe stato il modo più semplice di fare il Presidente, ma non il più utile.
Scusa l’interruzione. Ma nel tuo caso come presidente di Laminati Cavanna avresti potuto tendere a un orientamento verso il flessibile, in pratica la plastica.
Ho sempre pensato che il packaging fosse un ecosistema nel quale ogni materiale, ogni tecnologia e ogni competenza possano contribuire alla soluzione, se utilizzati nel contesto corretto.
Le contrapposizioni non fanno crescere, il dialogo sì.
Vogliamo estendere questo concetto oltre il packaging?
Credo profondamente che il nostro Paese abbia bisogno di costruire ponti e non muri.
Ponti tra imprese e università, tra ricerca e industria, tra associazioni e istituzioni, tra generazioni diverse.
Con tutti gli ostacoli che puoi incontrare…
Infatti. Ed è proprio questo continuo confronto che alimenta il mio ottimismo e mi dona lo stimolo per creare eventi e occasioni di incontro anche presso la nostra Academy.
Ti stai riferendo, lo sottolineo per i nostri lettori, a quella che hai istituito in azienda e che avevo visitato con piacere.
Ma c’è un’altra ragione: io credo profondamente nei giovani. Forse perché avendo tre figli adolescenti ho il privilegio di frequentare loro e i loro amici, di ascoltare le loro parole, di interpretare il loro linguaggio. Ogni volta che entro in una scuola, in un’università o partecipo a un progetto di mentoring, ritrovo entusiasmo, curiosità e una straordinaria capacità di immaginare il futuro. I giovani non cercano risposte preconfezionate, fanno domande ed è proprio dalle domande che nasce l’innovazione. Per questo continuo a guardare avanti con fiducia, non perché penso che il futuro sarà semplice, ma perché sono convinta che ci saranno persone capaci di renderlo migliore.
Il packaging protegge il valore
Torniamo al packaging. Qual è oggi, secondo te, il suo vero ruolo in una società che deve conciliare competitività, sostenibilità e tutela delle risorse?
Per molti anni il packaging è stato raccontato come qualcosa che accompagna un prodotto. Io credo che sia molto di più: il packaging protegge il valore. Protegge gli alimenti, i farmaci, i dispositivi medici, i cosmetici, i detergenti e tantissimi altri prodotti indispensabili nella nostra vita quotidiana.
In che senso, precisamente?
Quando parliamo di packaging dovremmo sempre partire da una domanda fondamentale: che cosa stiamo proteggendo? Perché ogni prodotto sprecato rappresenta uno spreco ancora più grande del suo imballaggio.
Se buttiamo un alimento, non perdiamo soltanto quel prodotto: perdiamo acqua, energia, terreno agricolo, trasporti, lavoro umano e risorse economiche.
Ecco perché considero il packaging uno degli strumenti più efficaci nella lotta allo spreco alimentare, e è anche il motivo per cui sto lavorando a un progetto che mi porterà prossimamente a confrontarmi con la FAO, per raccontare, attraverso esempi concreti, come un buon packaging possa contribuire in modo determinante alla conservazione degli alimenti e alla riduzione delle perdite lungo tutta la filiera.
La mia generazione è cresciuta nel concetto che non si deve buttare neppure il pane secco…
Lo dice sempre anche mio padre [il fondatore di Laminati Cavanna ‒ ndr]. E purtroppo lo si è dimenticato. Credo che questa sia una delle grandi sfide del nostro tempo ma tutto parte da una buona progettazione. Sono profondamente convinta che il futuro passi attraverso l’eco-design: quindi, in pratica, un packaging sostenibile non nasce scegliendo semplicemente un materiale diverso. Nasce progettando correttamente il prodotto fin dall’inizio, valutandone l’intero ciclo di vita, le modalità di utilizzo, la conservazione, il trasporto, la riciclabilità e il fine vita.
Davvero una sfida. E l’industria? Come deve impegnarsi?
Occorre competenza, metodo, ricerca. Non dobbiamo lasciarci guidare dalle mode, dalle ideologie o dagli slogan: dobbiamo lasciarci guidare dalla scienza, dai dati, dalle evidenze tecniche. Le semplificazioni raramente aiutano a risolvere problemi complessi, così come non dobbiamo mai ingannare il consumatore che ha diritto a ricevere informazioni corrette, trasparenti e verificabili.
Secondo me si cavalca troppo il green washing…
La sostenibilità non deve essere uno slogan pubblicitario. La fiducia si costruisce con l’onestà e questa richiede competenza e coerenza, come in fabbrica con i propri collaboratori.
Vorrei aggiungere anche una riflessione che considero importante: spesso il dibattito pubblico si concentra esclusivamente sulla plastica negli imballaggi alimentari, una visione estremamente riduttiva. La plastica rappresenta una risorsa fondamentale anche nel settore farmaceutico, nella cosmetica, nella detergenza, nei dispositivi medici e in moltissimi altri comparti strategici.
Ogni materiale possiede caratteristiche specifiche e il nostro compito non è difendere un materiale contro un altro, ma scegliere ogni volta la soluzione migliore per proteggere le persone e l’ambiente: questo significa progettare con responsabilità.
L’etica non è teoria
Passando al mondo industriale, come si fa a innovare senza perdere le proprie radici?
Credo che esista una grande differenza tra custodire la tradizione e vivere di nostalgia.
La tradizione è un patrimonio, la nostalgia rischia di diventare un freno. Io ho avuto la fortuna di crescere accanto a mio padre, osservando il suo modo di fare impresa. Mi ha trasmesso valori che considero ancora oggi fondamentali: il rispetto della parola data, la serietà, il senso del dovere, l’etica, l’attenzione alle persone e la convinzione che il lavoro sia prima di tutto una responsabilità.
Quei valori non sono mai cambiati, sono cambiate, invece, le modalità con cui li interpretiamo.
Oggi innovare significa investire nella ricerca, nella formazione, nella digitalizzazione, nella sostenibilità e nella collaborazione con università e centri di ricerca.
Mi pare di avvertire un’apertura che già si vede in diverse aziende, anche se in molti casi manca ancora: il coraggio di mettersi in discussione.
E invece bisogna avere il coraggio di mettersi continuamente in discussione.
Nel 2020, durante la pandemia da Covid-19, mentre il mondo sembrava fermarsi, insieme a tante persone straordinarie abbiamo deciso di fare esattamente il contrario: costruire qualcosa di nuovo.
È nata così la Fondazione Carta Etica del Packaging, fondata su dieci valori che rappresentano una vera bussola per il nostro settore. In un momento in cui prevalevano paura e incertezza, abbiamo scelto di parlare di responsabilità, trasparenza, sicurezza, sostenibilità, inclusione, innovazione e rispetto. Per me quei valori non sono rimasti sulla carta. Cerco ogni giorno di portarli all’interno della mia azienda, nelle relazioni con i collaboratori, nei progetti con i giovani, nelle università e in ogni occasione di confronto con il territorio.
Perché sono convinta che l’etica non sia un argomento teorico bensì un modo concreto di fare impresa e forse questa è la vera innovazione. Non dimenticare mai chi siamo, continuando però ad avere il coraggio di immaginare chi potremo diventare.
Le PMI e il futuro del packaging
Che cosa rende speciale il sistema italiano? E che cosa dovremmo invece imparare più rapidamente da altri Paesi?
L’Italia ha un patrimonio straordinario. Abbiamo creatività, competenze manifatturiere, capacità di risolvere problemi, una cultura industriale che tutto il mondo ci riconosce. Nel packaging siamo tra i protagonisti assoluti a livello internazionale ed è giustamente parte del Made in Italy. Nella nostra Academy il 15 aprile scorso abbiamo organizzato un bellissimo evento proprio per la Giornata Nazionale del Made in Italy presentando il nostro “White Paper e Made in Italy: il linguaggio dell’innovazione sostenibile nel settore del packaging”, nel giorno del compleanno della Laminati Cavanna: 57 anni dalla fondazione!
E i rapporti con il mondo della politica?
Sono in contatto con il MIMIT perché vorrei consegnare il White Paper al Ministro [Adolfo Urso] come dimostrazione che anche una PMI può fare cultura e innovazione.
Questo conferma il tuo ottimismo innato…
Le nostre aziende costruiscono macchine esportate ovunque, i nostri trasformatori sono riconosciuti per qualità e innovazione, i nostri tecnici sono apprezzati in ogni continente. Dovremmo esserne più consapevoli perché a volte siamo noi i primi a sottovalutare il nostro valore ma allo stesso tempo credo che possiamo imparare molto da altri Paesi, soprattutto nella capacità di fare sistema.
In molte realtà internazionali vedo una collaborazione molto stretta tra imprese, università, centri di ricerca e istituzioni. Le competenze circolano con maggiore naturalezza, i progetti vengono costruiti insieme, la ricerca viene sostenuta con continuità.
Credo che questa sia una direzione importante anche per l’Italia anche per non perdere competitività verso gli altri Paesi soprattutto fuori dalla Comunità Europea. Personalmente continuerò a lavorare perché questo dialogo diventi sempre più concreto.
Hai già qualche iniziativa in proposito?
Sì. In questo periodo, ad esempio, sto collaborando a ben 3 progetti che mi entusiasmano particolarmente e che dovrebbero concretizzarsi in importanti eventi nel prossimo autunno.
Parleremo del contributo del packaging flessibile alla sicurezza e alla salute delle persone in condizioni estreme e in scenari futuristici, parleremo di packaging e design, parleremo degli effetti dell’entrata in vigore del PPWR.
Allora riprenderemo il discorso approfondendo anche questi aspetti. Diamo appuntamento ai nostri lettori alla prossima settimana.
In sintesi
Ogni esperienza nel mondo lavorativo mi ha insegnato la stessa cosa: il packaging non è un materiale, è una cultura. Non esistono contrapposizioni, ma applicazioni corrette e applicazioni sbagliate; progetti ben realizzati e progetti migliorabili; competenza ed etica.

Questa conversazione con Anna Paola Cavanna non termina qui. La riprenderemo tra una settimana in modo da consentire ai lettori di assimilare i concetti che la nostra interlocutrice ha espresso con estrema chiarezza.
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