Fatturato a 4,36 miliardi di euro (+0,5%) e occupazione in aumento del 2,6%. Ma i costi di produzione salgono del 3,1%, soprattutto per l’energia. Con il PPWR, la sfida è coniugare obiettivi ambientali e competitività industriale.

L’industria italiana dell’imballaggio flessibile conferma nel 2025 la propria solidità, ma deve fare i conti con costi crescenti e margini sotto pressione. È quanto emerge dall’analisi di MECS – Manufacturing Economic Studies presentata al convegno d’autunno di Giflex, «Flessibile. Il futuro non aspetta», dedicato alle trasformazioni che attraversano il settore, tra energia, lavoro, innovazione e nuove regole europee.

Il fatturato raggiunge 4,36 miliardi di euro, in crescita dello 0,5% sull’anno precedente, mentre l’occupazione aumenta del 2,6%. Di segno opposto l’andamento dei costi medi di produzione, saliti del 3,1%: pesano soprattutto i servizi (+5,5%), con il costo dell’energia in primo piano, e il personale (+4,4%). Le materie prime registrano un incremento del 2,8%.

Un quadro che evidenzia la capacità del comparto di sostenere attività e occupazione, ma anche la crescente difficoltà di conciliare investimenti, produttività e redditività.

«In un momento in cui le imprese sono molto impegnate nell’innovazione degli imballaggi flessibili, destinati ai settori alimentare, farmaceutico, chimico e a numerose applicazioni industriali, la pressione sui costi purtroppo riduce le risorse a disposizione», osserva Neni Rossini, presidente di Giflex, eletta alla guida dell’associazione per il triennio 2026-2029.

Un settore altamente specializzato, inserito in una filiera di eccellenza e con una forte vocazione internazionale: l’export rappresenta il 50,4% del fatturato. Mantenere questa capacità competitiva richiede però condizioni che consentano alle imprese di continuare a investire.

La questione diventa ancora più urgente con l’entrata in applicazione del PPWR, il regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, prevista dal 12 agosto 2026. L’obiettivo è ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti di imballaggio pro capite rispetto ai livelli del 2018. Una transizione che richiede innovazione nei materiali, nella progettazione e nelle tecnologie, ma anche certezze per chi deve sostenerne i costi.

«Alle nostre imprese è chiesta una trasformazione profonda, fatta di investimenti in ricerca, materiali, tecnologie, progettazione, impianti e competenze», sottolinea Rossini. «Per poterli attuare servono risorse, programmazione e tempo e, soprattutto, un quadro normativo il più possibile prevedibile, che definisca con chiarezza gli obiettivi e permetta alle imprese di programmare il percorso per raggiungerli.»

In sintesi

È questo il punto che emerge dal convegno Giflex: la transizione ambientale può diventare un’opportunità industriale soltanto se accompagnata da regole chiare e condizioni economiche sostenibili. Per l’imballaggio flessibile, il futuro non aspetta, ma la competitività va messa nelle condizioni di reggere il cambiamento.